Combattenti della RSI, ultime sentinelle della terra


Federazione Nazionale Combattenti della Repubblica Sociale Italiana
(la prima ed unica repubblica sociale al mondo)
Foglio di orientamento n° 2/2001

Italia – Repubblica – Socializzazione

Premessa
Il primo fra noi a parlare di resistenza fu il prof. Carlo Alberto Biggini, ministro dell’educazione nazionale prima del 25 luglio e durante la RSI, con un articolo pubblicato nel “Popolo di Roma” del 21 aprile 1943. Dopo pochi giorni infatti con la caduta di Tunisi, si concluse l’ultimo atto della nostra tragedia africana. Lo scritto del ministro Biggini, affidando ad insegnanti e studenti la consegna ad impegnare tutte le energie nel fronteggiare l’imminente sbarco del nemico sulle nostre coste, suscitò un clima di alta tensione patriottica. La quale raggiunse il suo acme con il discorso, teso a promuovere la concordia di tutti per la difesa della Patria in pericolo, pronunciato in Campidoglio il 24 giugno da Giovanni Gentile.

Così parlò il ministro: “Questa grande ora della nostra storia non può non essere viva nella coscienza di ogni docente, perché viva fu, in circostanze simili, nella coscienza dei nostri padri (…) Oggi la loro voce ha nelle aule scolastiche un timbro che non ebbe mai; da Dante a Mazzini tutti i grandi italiani diventano testimoni della certezza che alla più nobile delle nazioni spetti il più nobile destino (…) La scuola ha sempre rivendicato a sé il diritto di essere la prima custode dell’integrità spirituale del Paese, ora più prezioso di questo non vi ha, per fornire di questo suo privilegio il segno più austero (…) insegnare non può avere oggi altro significato che insegnare a resistere. Oggi il nostro lavoro non può essere che lotta, affinché la nostra pace sia una vittoria. In quel frangente gli italiani percepirono di vivere un momento cruciale della loro storia. Poi la lotta ci fu e, sciaguratamente, fu anche fratricida. La cui analisi, però, esige una preliminare reinterpretazione critica delle sue non poche anomalie, prima fra tutte quella che, pur avendo assunto le caratteristiche di vera e propria guerra civile, a motivo di attività militarmente irrilevanti (Eisenhower), è stata contrabbandata come guerra di liberazione nazionale. Anche la sentenza n° 747 emessa dal Tribunale Supremo Militare in data 26.04.’54, nel generoso intento di evitare che: “… al cospetto delle altre nazioni “si formasse” una leggenda che non torna ad onore del popolo italiano», gettò un pietoso velo sopra un’amara realtà, affermando che: «… la guerra fraterna non fu inizialmente voluta, ma fatalmente sorse dalla disfatta”. Ciò corrisponde al vero soltanto in parte, perché -come è stato dimostrato in sede storica- la guerra civile fu propiziata dal nemico ancor prima dell’8 settembre ’43; nemico che non combatteva il fascismo in quanto tale, bensì mirava a fiaccare in ogni senso i popoli europei, per meglio dominarli in seguito.

La guerra civile in Italia

L’esercito italiano entrò in guerra nel ’40 senza alcuna preparazione necessaria per affrontare la guerriglia-controguerriglia; la classe dirigente fascista -anche durante la RSI- dimostrò eccessiva tendenza al legalitarismo; lo scontro Ricci-Graziani e le difficoltà che incontrò la costituzione delle BB.NN. la dice lunga nel merito; la stessa Wehrmacht, erede del grande S.M. prussiano, elaborò le prime disposizioni per la controguerriglia nel maggio del 1944. Anche nella resistenza soltanto pochissimi dirigenti comunisti, che avevano assimilato i concetti leninisti riguardanti l’inimicizia assoluta, la inseparabilità della guerra partigiana dalla guerra civile e la ineluttabilità della rivoluzione violenta, possedevano cognizioni di guerra rivoluzionaria. Ciò li indusse in errori gravissimi. Non tollerarono il biunivoco rapporto che li legava (unico fattore, l’antifascismo) agli altri componenti il CLN, il quale registrò al suo interno drammatiche tensioni ed eccidi, molti dei quali attribuiti poi ai fascisti; combatterono come nemico di classe un esercito costituito da lavoratori e da figli di lavoratori; infierirono selvaggiamente, dopo il 25 aprile ’45, su fascisti giovanissimi che, in buona fede, avevano deposto le armi.

Di fatto, salvo rarissime eccezioni da entrambe le parti contendenti, non emersero personalità autenticamente, rivoluzionarie, dotate cioè di forti convinzioni di indipendenza di giudizio e di vocazione alla lotta anche in solitudine. Tanto è che ben presto essi si divisero in attivisti della NATO e in quelli del Patto di Varsavia, così palesando tutto il proprio servilismo nei confronti dei «padroni del vapore», USA-URSS-Vaticano. Si deve però aggiungere che c’è, come sostiene Pacifico D’Eramo con il suo libro perennemente attuale “La liberazione dall’antifascismo”: «incompatibilità tra l’abito mentale e morale fascista e la guerra partigiana, (…) ma anche necessità di agire a viso aperto, di battersi per i propri ideali sul campo di battaglia e non mediante l’insidia, il colpo alla nuca, la premeditata provocazione dell’odio, l’uccisione di connazionali inermi».

Comunque, l’attività della resistenza in Italia fu diretta:

1) ad uccidere proditoriamente fascisti e tedeschi, anche secondo le direttive giornaliere di radio Londra;

2) a molestare le formazioni militari di uno Stato italiano de facto, che tuttavia: “… emanava le sue leggi e i suoi decreti senza l’autorizzazione dell’Alleato tedesco, rispetto a quello de jure, che, invece: … esercitava il suo potere sub condicione, nei limiti assegnati dal comando degli eserciti nemici (cfr. p. 35 della citata sentenza), e dava luogo ad una fiera ed efficiente difesa contro il nemico sui confini di terra, di mare e di cielo. I partigiani, invece, agirono d’appoggio alle truppe nemiche e sostennero persino (i soli socialcomunisti) la pretesa di Tito di portare il nostro confine orientale fino a Cervignano. Conclusa la pace, i partigiani R. Pacciardi e P. E. Taviani concessero rispettivamente l’installazione delle basi americane in Italia e la Zona B del Territorio Libero di Trieste alla Jugoslavia;

3) a disturbare le truppe non di un esercito occupante (non dimentichiamo che fu lo SM di Badoglio a sollecitare presso quello germanico l’invio in Italia di 16 divisioni), bensì quelle di una Nazione alleata. Ciò distingue nettamente la resistenza italiana dalle formazioni partigiane di altri paesi contro eserciti realmente invasori;

4) tale resistenza fu contraddistinta da completa dipendenza dagli eserciti nemici (che fossero nemici lo conferma, come abbiamo visto, il più alto Organo della giustizia militare dell’Italia attuale), i quali la diressero, finanziarono e armarono. Lo dimostrano il Promemoria di accordo fra il CLNAI e il Comando supremo alleato sottoscritto a Casetta il 07.12.1944, la presenza di un capo militare designato dagli alleati nella persona del gen. R. Cadorna, la occhiuta missione alleata con sede in Svizzera e le altre missioni paracadutate nelle zone in cui si verificavano deviazioni dai compiti loro assegnati dagli alleati;

5) i partigiani italiani, per altro, furono riconosciuti dal governo c.d. «legittimo», mediante provvedimento del 28.02.1945, con grave pregiudizio giuridico delle azioni precedentemente compiute.

In Italia, quindi, le resistenze furono due:

– quella della RSI, nel corso della quale circa 800 mila italiani, subendo con profonda ripulsa ed amarezza la guerra civile, combatterono tenacemente contro gli angloamericani e contro le bande slave che premevano sul confine orientale. Questa perse la guerra con onore e acquisì il diritto di risorgere nell’avvenire;

– quella dei partigiani degli angloamericani, la quale -malgrado la volontà contraria di taluni suoi protagonisti pensosi del bene della Patria- agì in funzione di finalità opposte agli interessi del popolo italiano. Questa non ha saputo vincere la pace ed è responsabile della degenerazione morale, politica e religiosa della Nazione.

Carenze semantiche del termine «partigiano»

Al centro delle varie interpretazione del «partigiano» si colloca, per acutezza e completezza d’indagine storico-giuridico-filosofica la “Teoria del partigiano”, (Il Saggiatore, Milano 1981), pregevole opera del noto filosofo del diritto e dello stato, Carl Schmitt, alla quale, in questa sede, ci riferiamo solo di sfuggita. Come è noto, le convenzioni internazionali dell’Aja e di Ginevra individuano nella irregolarità e illegalità i precipui caratteri distintivi dell’azione partigiana, e quelli accessori nella mobilità, impegno politico, carattere tellurico, clandestinità e oscurità. Però, dal momento che nel corso di eventi bellici non sono da escludere azioni malavitose e mercenarie, adottando soltanto questi parametri, si corre il rischio di raccogliere sotto la medesima categoria più soggetti diversi e fra loro antinomici, e di omettere l’elemento fondamentale della prassi rivoluzionaria, la sorpresa. Ciò deriva dall’abusato sofisma che presenta la guerra rivoluzionaria come minore, rispetto a quella regolare vista come maggiore. Nondimeno, potendosi la prima valere degli aspetti più complessi della psicologia (si pensi alle innumerevoli varianti della prassi cui può dar luogo il volontarismo soggettivistico, secondo il quale le situazioni non sono valutabili se non dal modo in cui il singolo le percepisce), è da considerarsi arte più sottile e creativa della seconda. Comunque sia, è assurdo comprendere la nozione e il carattere della guerra partigiana come contemplata in un orizzonte in cui appaiano una pluralità di situazioni tutte ordinate -come in teologia- ad unico fine. Senza cioè tener conto che è la volontà autonoma individuale a guidare le azioni umane, e, quindi che le finalità ad esse sottese non possono che essere giudicate secondo situazioni operative oggettivamente e soggettivamente diverse.

Esaminiamo due personaggi esemplari: J. G. Tupac Amaru e R. Bentivegna. Il primo, dopo circa 300 anni di massacri e di orrende nefandezze perpetrate dagli spagnoli, nella sua terra e contro la sua gente, si ribellò e infine, legato a quattro cavalli venne cristianamente fatto squartare nella piazza di Cuczo. Il secondo, in assenza di altrui massacri, ne compì un primo al fine di provocarne un altro più grande contro i propri concittadini. Uccise poi a sangue freddo, un suo compagno di partigianeria, perché aveva semplicemente strappato un manifesto comunista. Non venne squartato. Anzi, gli venne concessa una ricompensa al V.M.

Questi due uomini tanto diversi possono essere davvero accomunati nell’unica definizione di «partigiani»?

Usato come sostantivo o come aggettivo, il termine «partigiano» fatto derivare da “Parteiganger” (= adepto di un partito) o da un vago “prender partito”, non potendo esso assumere sempre un significato univoco atto a caratterizzare l’insieme delle azioni partigiane, necessita pertanto di una più acconcia definizione. La medesima lacuna è avvertita anche da Schmitt quando ammette che: “I diversi tipi di guerra partigiana possono ben mescolarsi e assomigliarsi nella pratica concreta, tuttavia nel fondo continuano a differenziarsi così profondamente da diventare il criterio secondo cui si vengono a formare certi schieramenti politici”. A nostro avviso, per addivenire ad un appropriato criterio assiologico, s’impone quindi una più precisa focalizzazione delle motivazioni su cui si fondano le azioni partigiane. In altri termini, escludendo le azioni meramente malavitose, il significato di “partigiano” non può non implicare una radicale discriminazione fra:

* formazioni armate che agiscono a scopi mercenari;

* franchi tiratori

* spie e sabotatori;

* gruppi di rivoluzionari che, seguendo un progetto di rivoluzione mondiale, si battono per sconvolgere lo status quo nel proprio, o in altri paesi;

* rivoltosi di ogni specie;

* formazioni armate autoctone (regolari o non) che lottano all’interno, del proprio paese, contro eserciti invasori «nella più nobile di tutte le guerre, quella che un popolo combatte sul proprio suolo per la difesa della libertà e dell’indipendenza» (von Clausewitz).

Ai componenti di queste ultime non dovrebbe essere dato altro nome che quello di patrioti, anzi, secondo la bella definizione schmittiana, quello di “ultime sentinelle della terra” che ben si addice ai Combattenti della RSI.

Complotti, stragi di stato e antifascisteria

Il 1965 fu un anno denso di incognite per il Mediterraneo. L’andamento problematico delle operazioni militari in Vietnam e gli insuccessi registrati dall’USIS (United Simes information service) nello spegnere le tendenze autonomistiche dei Paesi del Mediterraneo, indussero il Pentagono ad una drastica correzione di rotta della propria politica nell’area. Gli accordi di Yalta impedirono l’atlantizzazione delle popolazioni balcaniche, le quali soltanto ora stanno subendo gli effetti della svolta del ’65, mentre il mare nostrum è interamente atlantico da un pezzo. Questa, in sintesi, era la situazione nel ’65. Dopo un periodo di fronda, De Gaulle si preparava a sfrattare la NATO e le relative basi. Franco, spinto anche dall’antiatlantico ammiraglio Carrero Blanco, minacciava di non rinnovare il contratto delle basi. In Algeria, Ben Bella manifestava chiare intenzioni socialistiche. Burghiba guardava sempre più a Parigi che a Washington. In Libia, Re Idris vacillava sotto la pressione modernizzatrice dei giovani ufficiali. Nasser, a capo della Lega Araba e militarmente rafforzato con l’aiuto dell’URSS, si era riavvicinato alla Siria e all’Iraq e aveva stipulato un accordo commerciale e di stretta collaborazione con la Francia. In Turchia, il governo di S. Demirel, monocolore appoggiato dai militari, giocava su due tavoli, uno con gli USA e l’altro con l’URSS. La Grecia, abitualmente poco atlantica, viveva un periodo di grande instabilità per il contrasto fra Re Costantino e Papandreu. Dotato del 2° esercito più potente d’Europa, Tito, consolidata la propria posizione di equidistanza dai due blocchi, godeva di notevole prestigio internazionale in quanto leader dei Paesi non allineati. Persino in Israele, il governo di L. Eshkol, consigliato da Golda Meir, perseguiva una politica di minore dipendenza dagli USA.

L’Italia -che ha sempre rappresentato l’anello debole di qualsiasi alleanza- avvertiva i postumi del «Piano Solo» e delle oscure dimissioni di Segni. Fiacchi e sterili i governi di centrosinistra, provocavano continui scioperi. Sotto la guida del massone G. Saragat, la Nazione presentava un quadro desolante di umiliazioni all’estero e di crescente decadenza morale, sociale e politica all’interno. Si faceva strada inoltre quel caos assiologico teso a ribaltare le basi delle valutazioni in sede storica e politica, il quale venne così interpretato da N. Bobbio in un raro momento di sincerità: “… il bilancio della nostra generazione è stato disastroso. Inseguimmo le alcinesche seduzioni della Giustizia e della Libertà: abbiamo realizzato ben poca giustizia, e forse stiamo perdendo la libertà (…) il tribunale della storia (…) ha l’ufficio non già di far vincere il giusto, ma di dare l’aureola del giusto a chi vince …” (cfr. “Filosofia militante. Studi su Carlo Cattaneo”, ed. Garzanti 1971, p. XI). Senza fare alcun riferimento a quanto dianzi esposto, il recentissimo libro di U. M. Tassinari (“Fascisteria”, ed. Castelvecchi, Roma 2001), assumendo ad oggetto “… l’eversione neofascista (…) in un quadro di complotti (…) in cui (…) diviene uno strumento (non sempre consapevole) fra i tanti gettati sul tavolo della Guerra Fredda …”, rappresenta una delle più complete cronistorie della strategia della tensione e uno sforzo di verità, simile a quello compiuto dalla Commissione Stragi. Constatiamo tuttavia che la verità rimane a notevole distanza dallo sforzo, e che l’antifascismo persiste nell’errore di non considerare il fascismo per quel che è stato, è e sarà: un movimento politico del tutto originale, inconfondibilmente individuato sotto gli aspetti fenomenologici, etici, politici, sociali, filosofici e religiosi, il quale ha raggiunto la completa formulazione rivoluzionaria con la fondazione della prima Repubblica Sociale della storia e con il pacifico superamento del capitalismo. Militarmente sconfitti e civilmente perseguitati, i fascisti sebbene siano stati reiteratamente istigati hanno evitato l’abbraccio mortale dell’antifascismo e continuato a contrastare il nemico di sempre, l’alleanza USA-URSS-Vaticano; inoltre, per la netta separazione del potere civile da quello ecclesiastico, hanno promosso la denuncia del Concordato.

È vero, alcuni ex-fascisti (ma non lo furono anche Fanfani, Moro, Taviani, Ingrao, ecc.?) sono passati all’antifascismo. Però, dal momento che, analogamente ai partigiani, furono sovvenzionati, armati e diretti da centrali antifasciste e antinazionali, non si vede per quale ragione la loro abiura sarebbe avvenuta in modo non sempre consapevole. La tesi buonista del Tassinari oltre a non reggere alla prova dei fatti, implica anche la non consapevolezza del PCI in ordine alla prassi imperialistica dell’URSS; per cui A. Del Noce ha sostenuto che: «… la forma filosoficamente più rigorosa (del marxismo- N.d.R.) non realizza la rivoluzione, ma il suo contrario» (cfr. “Il suicidio della rivoluzione”, Rusconi, Milano 1992, p. 130). L’antifascismo, quindi non può sottrarsi alle responsabilità di quanto è avvenuto dal 25 aprile 1945 in poi.

Guerra fredda – genesi di una tragicommedia

La guerra fredda si reggeva su due pilastri: il rispetto dei patti di Yalta e il fraudolento iperdimensionamento dell’avversario. Tutti si sono avvalsi di tale singolare situazione: gli USA e l’URSS come giustificazione della rispettiva presenza militare ed influenza politica in territori altrui, e i comunisti e gli anticomunisti, per ottenere copiosi finanziamenti dai rispettivi padrini. In Italia se ne giovarono largamente anche il Vaticano e la mafia per i propri fini. Di ciò esistono prove tanto numerose quanto irrefutabili. Inquisita nel 1975 dalla Commissione Church, la CIA, ad es., ammise di aver distribuito in Italia, dal ’48 al ’72, ben 75 milioni di dollari. Nel solo 72, il MSI -circostanza confermata da Cossiga e da Caradonna- ottenne 800 mila dollari (cfr. Caretto-Marolo, “Made in USA”, ed. Rizzoli, Milano 1996, p. 131). Tutti i partiti, del resto, hanno ammesso di aver ricevuto finanziamenti sia dall’Est che dall’Ovest.

Come abbiamo accennato, gli angloamericani hanno sempre posto notevole attenzione al Mediterraneo. Significativo in senso geopolitico è il messaggio inviato il I marzo ’48 dall’ambasciatore USA a Vienna, Henhardt al segretario di stato Marschall: “… una Italia dominata dai comunisti comprometterebbe e forse renderebbe insostenibile l’intera posizione americana nel Mediterraneo e nel Medio Oriente (ibidern, p. 8). Da questa e da altre analoghe considerazioni nacque il problema dell’atteggiamento dell’URSS, del PCI e della cd. guerra rivoluzionaria. Quest’ultima si palesò subito come una macchinazione della CIA, finalizzata a coinvolgere i vertici degli eserciti di quei Paesi in cui avrebbe potuto rendersi necessario il passaggio dei potere nelle mani dei militari. Il PCI lo comprese in pieno: attenuò i tumulti di piazza e, nelle occasioni elettorali che lasciavano paventare il “sorpasso”, fece sorgere surrentizie formazioni del tipo PSIUP, PDUP, ecc. A fortiori, lo compresero i fascisti. Qual era, però, il vero atteggiamento del PCI? Certuni sembrano accorgersi soltanto ora che tale atteggiamento abbia assunto carattere di relativa pericolosità nel breve periodo che va dal settembre ’47 (riunione del Cominform di Szklarska Poreba) al 24 marzo ’48, data del seguente telegramma cifrato di Molotov all’ambasciatore russo a Roma Kostylev: “per quanto riguarda la presa del potere attraverso una insurrezione armata, consideriamo che il PCI in questo momento non può attuarla in nessun modo» (cfr. “Nuova Storia Contemporanea”, gennaio/febbraio 2001, p. 114). Da quel giorno, un solo bolscevico italiano, Pietro Secchia, continuò a sognare la lotta armata. A sognare, appunto. Tuttavia, nel medesimo periodo, non distratti osservatori capirono al volo il nuovo modus operandi dei bolscevichi in tutta l’Italia del Nord, Toscana compresa, e principalmente lungo il confine orientale, ove era evidente l’andirivieni dei partigiani italiani trasferitisi a suo tempo in territorio slavo (oltre un migliaio della sola Monfalcone), i quali una volta tornati clandestinamente in Italia, venivano assistiti e diretti dall’UAIS (Unione antifascista italo-slovena). Il dato essenziale della sordida vicenda dei complotti e delle stragi risiede quindi nel fatto che i complottatori, seppure ignorassero quel telegramma, erano bene a conoscenza dell’intrinseca impotenza del PCI e del suo rigido rapporto di dipendenza-obbedienza con Mosca. L’atteggiamento necessariamente difensivo del PCI emerse chiaramente nel luglio del ’48 (attentato a Togliatti), e nel luglio del ’60 con i disordini contro il governo Tambroni nei quali non pochi individuarono lo zampino di Fanfani.

Nessuna meraviglia, nella patria euroatlantica ed ebraizzata tutto è possibile: la politica influenza la cultura e non viceversa, la propaganda viene confusa con l’informazione, i “rivoluzionari” del PSI passano all’Alleanza atlantica nei primi anni ’60, quelli del PCI nel ’76 e, a fine secolo, insieme ai baciapile DC e agli ex-camerati del MSI, bombardano umanitariamente gli ex-compagni serbi.

Il quieta non movere non è per noi. È bene rimeditare sui punti salienti dei rapporti di collaborazione fra destra neofascista e regime antifascista, miranti all’asservimento della Nazione all’altrui imperialismo. Quello che diciamo non va trascurato. Ri-meditare non vuoi dire rimestare, ma piuttosto prendere coscienza dell’inganno perpetrato in danno della Nazione e di quanti, anche nel MSI, credettero sinceramente di fornire onorevole testimonianza di fedeltà alla Causa. Vuol dire, altresì, rivendicare con assoluta intransigenza i sacrifici e le umiliazioni patiti da quanti a quell’inganno tenacemente si opposero.

Appena cessate le ostilità in Europa, gli USA, mediante la “Operation Sunrise”, valendosi della collaudata centrale di spionaggio del Vaticano, diedero luogo al salvataggio di quei fascisti e nazisti che già avevano dimostrato disponibilità alla collaborazione. Ad es., l’ammiraglio E. W. Stone, capo della Commissione alleata di controllo per l’Italia e vecchio amico del padre di J. V. Borghese, diede ordine a J. J. Angleton, capo dell’OSS, di travestire: “… da ufficiale americano il Comandante della Decima Mas, condannato a morte, e di nasconderlo” (ibid. p. 122). Un memorandum riservato della Casa Bianca del 09.03.48, dispone di considerare le elezioni del 18 aprile: “Con lo stesso spirito dello sbarco in Normandia”, e che: “… non si deve lasciare nulla di intentato per impedire ai comunisti di prendere il controllo dell’Italia con mezzi legali» (ibid. p. 14). Un commento degli Autori avverte che già nel ’46: «Nell’opinione dei servizi segreti americani, i vari gruppi eversivi fascisti (…) sono infiltrati dagli 007, o sono addirittura al servizio dell’America” (ibid. p. 176).

Uno dei “servizi” più rilevanti resi all’antifascismo dagli ex-fascisti si concretizzò nel Convegno promosso dallo SM (auspice la CIA) per lo studio della guerra rivoluzionaria, che ebbe luogo in Roma presso l’Istituto A. Pollio nei giorni 3, 4 e 5 maggio 1965. Presieduto dal magistrato S. Alagna, dal gen. A. Nulli-Augusti, A. Magi-Braschi, G. Finaldi e P. Balbo, segretario, tale Convegno vide la partecipazione di E. de Boccard, E. Betrametti, G. Giannettini, G. Accame, A. Cattabiani, V. De Biasi, C. De Risio, P. Filippani-Ronconi e F. Gianfranceschi, V. Angeli, M. Bon-Valsassina, D. Ferrari, I. M. Lombardo, R. Mieili, G. Pisanò, G. Ragno, P. Rauti. O. Roncolini, e O. Torchia. Senza considerare le recenti dichiarazioni rese dall’ex-generale G. Maletti, si trattò, a parer nostro, di un’accolita di servi dei servi dell’alleanza atlantica. Lo dimostrano l’animus mercennarius e la totale adesione dei partecipanti alle tesi dello S.M., che emergono dalle relazioni, le comunicazioni presentate e gli interventi ivi svolti (riportati in “La guerra rivoluzionaria”, ed. G. Volpe, Roma 1965), tutti concordi nel compiere il sacro dovere di coinvolgere il maggior numero possibile di giovani in una eventuale lotta fratricida nel caso del sorpasso elettorale della DC da parte PCI e dell’agognata presa del potere, da parte dei militari. Taluni peccarono anche per eccesso di zelo: Beltrametti, ad es., si preoccupò del fatto che: “… il margine della smisurata potenza dell’America (…) si è assottigliato”; Pisanò, ammise che «le forze armate sono pronte a fare miracoli (sic) ma non basta, perché i comunisti, conducono una guerra completamente fuori da ogni schema”, e P. Filippani-Ronconi il più culturalmente dotato e il meno ad essere mosso da motivi personali e di carriera, propose che i facenti parte “le associazioni d’arma, nazionaliste, irredentiste, ginnastiche, di militari in congedo -qualcosa come i Somoten (sostantivo catalano indicante un’antica milizia municipale = soldato ausiliario – N.d.R.) dovrebbero essere pronti ad affiancare (…) le forze dell’ordine”, e così via mentendo. Mentiva spudoratamente anche lo S.M. il cui scopo era quello di strumentalizzare un congruo numero di civili più o meno militarizzati in grado di fornire anche lo spettacolo del popolo osannante le truppe liberatrici dalla barbarie bolscevica. Comunque, dalle risultanze del Convegno e dai successivi atti (eversivi, terroristici e non) non si reperisce alcuna azione o intenzione che possa far pensare minimamente alla difesa e all’affermazione di princìpi fascisti. Dov’era, dunque la fascisteria?

VENTENNALE DI GLORIA

Oltre la sconfitta, vive l’Italia.
GLORIA al popolo italiano che attraverso il sacrificio e la lotta tenace dei legionari della Repubblica Sociale Italiana ha riscattato il suo onore e riaffermato la sua presenza nella storia, la sua volontà di indipendenza, la sua fede nell’avvenire.

In relazione a ciò, ricordiamo che 10 giorni prima del famigerato Convegno, i fascisti romani diffusero nelle principali città un milione di volantini uguali a quello sopra riportato; il responsabile della sede romana e un giovane di questa Federazione furono arrestati mentre li distribuivano in P.za S. Pietro; l’Organizzazione fu oggetto di decine di denunce per apologia di fascismo, le quali, per intervenuta sentenza di un coraggioso magistrato di Terni che disponeva non essere reato il rendere onore ai combattenti senza distinzione di parte, non ebbero seguito. Nel momento in cui, da parte di sedicenti fascisti, si dava vita ad un qualcosa di antitetico al fascismo e contrario all’interesse del popolo italiano, la vera guerra rivoluzionaria forniva in tutti i continenti prova significativa di capacità offensiva contro i padroni del mondo.

I poveri contadini vietnamiti, ad es. -adottando una acconcia mescolanza delle teorie di Lenin e Mao Tse-tung (ambedue tributari di von Clausewitz)- alle proprie esigue possibilità socioeconomiche, si apprestavano a difendere la propria terra e a ricacciarne vittoriosamente l’esercito più potente del mondo. Di fatto i rivoluzionari da salotto nostrani e gli sciaboloni dello SM (la nostra disapprovazione concerne esclusivamente i vertici di talune istituzioni) si fecero travolgere miseramente nel gioco al massacro ordito dagli “USA e getta”, puntualmente finendo come quel tale che credeva ancora nel diavolo.

Un minimo di capacità autonoma di giudizio avrebbe dissuaso chiunque dal ritenete che le due potenze occupanti, gli USA e il Vaticano, avrebbero permesso l’instaurarsi in Italia di un governo autonomo e forte. Per altro, ciò avrebbe contraddetto la costante della politica anglo-franco-statunitense, tradizionalmente tesa ad impedire all’Italia di esercitare la dovuta influenza nel Mediterraneo.

Il 29 giugno ’65 in seguito al colloquio intrattenuto con il consigliere diplomatico della presidenza della Repubblica, Francesco Malfatti, latore di un messaggio riservatissimo del presidente, l’ambasciatore degli USA, inviò una nota segreta a Washington con la quale comunicava che per Saragat: “… il maggiore problema nella scena italiana è costituito dal partito comunista” e che “se in extremis fosse necessario, è determinato ad usare le forze armate, per impedire ai comunisti di andare al potere …” (cfr. “la Repubblica”, 25.03.2001). Non era questa una esplicita profferta di golpe? L’indagine storica dimostra altresì che dal “Piano Solo” del ’64 di De Lorenzo al golpe bianco di Sogno del ’74, in un quadro di intrinsecà debolezza delle istituzioni, di avventurismo militar-politico e di relativa passività delle masse, l’Italia ha vissuto un caotico decennio di follia ossessiva da golpe. Ciò potè verificarsi anche perché era stata preliminarmente resa operante nel contesto neofascista quella sciagurata rivoluzione antropologica, che aveva modificato in mercenari gli elementi di un “ambiente” prima composto di volontari. Ed è invero pietosa la tragicommedia recitata da certi “rivoluzionari”, i quali profondevano le proprie scarse energie nel difendere le strutture portanti più vitali di un regime da abbattere. Né si può dire che ciò sia avvenuto in modo occulto o velato, perché della necessità di difendere le FF.AA. e la magistratura è satura la stampa missistico-ordinovista dell’epoca, e anche perché costituiva motivo di orgoglio per la destra l’aver fatto eleggere, nelle proprie liste De Lorenzo, Miceli, ecc., così diventando il refugium peccatorum dello S.M.

Per questi motivi, la destra non può non essere in malafede. Ambiguità, menzogna e servilismo sono la sua ratio essendi. Fu in malafede quando flirtava maldestramente coi monarchici e assumeva contenuti reazionari, facendo intendere di essere continuatrice della RSI. Lo fu in special modo per la questione di Trieste. Premesso che:
le bande di Tito raggiunsero Trieste il 1 maggio 1945 e che una divisione neozelandese vi sbarcò il giorno successivo e permise per 45 giorni che gli slavi compissero ogni sorta di nefandezze;

che Maria Tasquinelli, il giorno della firma del Trattato di pace (10.02.1947) uccise il generale inglese governatore di Trieste (coloro i quali parteciparono ai primi giornali parlati del MSI ricorderanno come in essi fosse presente la di lei schietta figura di patriota, evocata dall’avvocato Mario Cassiano);

che Tito potè far valere la sue pretese soltanto perché spalleggiato dagli inglesi, i quali, per proprio conto, avevano gettato le basi di uno “Stato libero di Trieste”, destinato a vivere sotto gestione britannica;

che la popolazione italiana istriano dalmata nutriva profondo rancore di pari intensità per la Iugoslavia e per l’Inghilterra;

che, come dimostra il libro di P. E. Taviani (“I giorni di Trieste”, ed. Il Mulino, Bologna 1998), l’intera questione venne subdolamente gestita da B. L. Montgomery, vice comandante le truppe alleate in Europa dal ’51 al ’58, grande nemico dell’Italia e amico personale di Tito.

Falsando la storia e condizionando i sentimenti del popolo italiano, la destra italiana, in quella circostanza, condusse una grande campagna di propaganda (le manifestazioni di piazza furono numerose ed imponenti) ispirata dal governo e diretta a far ricadere l’ostilità degli italiani unicamente sulla Iugoslavia e non pure sugli angloamericani, che di questa erano i manutengoli. La destra nostrana dimostrò platealmente quanto poco sia nazionale anche in occasione del riconoscimento concesso dall’Italia alle repubbliche di Slovenia e Croazia. Riconoscimento elargito nella piena indifferenza del popolo italiano, senza alcuna contropartita territoriale, senza la dovuta restituzione dei beni confiscati ai nostri connazionali e senza che la destra muovesse un sol dito. Essa è in malafede quando si proclama sociale e favorisce le privatizzazioni e l’azione retriva della Confindustria; lo è quando rivendica di discendere, dalla destra storica risorgimentale, la quale unificò l’Italia cacciandone gli stranieri, mentre essa ha sempre assecondato progetti di asservimento del popolo italiano agli USA e al Vaticano, e ha gioito per i bombardamenti umanitari, dietro i quali si celano interessi geopolitici contrari a quelli del popolo italiano; lo è ancor più quando sostiene che l’apparato militare del PCI abbia avuto per scopo la conquista violenta del potere, poiché, come abbiamo appena dimostrato, l’atteggiamento difensivo dei comunisti e la loro socialdemocratizzazione, (che li rese, per usare la metafora di L. Blum, “medici di fiducia del capitalismo”), derivavano direttamente da Stalin, ed era noto a chiunque fosse capace di un minimo di riflessione politica. La FNCRSI, ad es., volle consacrare siffatta realtà nella mozione conclusiva della propria Assemblea Nazionale di Treviso, in data 23 aprile 1967: “Il PCI (…) accetta gli accordi di Yalta (…) Da Kruscev in poi si è dato a quell’accordo nuova veste (…) Mentre, quindi, nel 1946 si poteva credere che l’appoggio del PCI alla costituzione borghese italiana fosse di origine tattica, oggi lo stesso appoggio al sistema democratico (politica unitaria fino ai cattolici, rinuncia all’ortodossia rivoluzionaria, pacifismo, clientelismo organizzativo, ecc.) non può che definirsi di carattere strutturale”.

Strategia criminale degli USA

Per una più adeguata valutazione della strategia della tensione, non si deve dimenticare che la destra attuale è anche figlia del neofascismo, il quale, a sua volta, nacque per volontà della fazione più anticomunista del sistema antifascista, notoriamente condizionata dagli USA e dal Vaticano. Da quel momento cominciarono a diffondersi gli esiziali equivoci: fascismo = destra e fascismo = anticomunismo.

Per questi motivi, la destra non può accettare verità che implicherebbero il rinnegamento della propria nascita spuria e oltre mezzo secolo di “servizi” prestati all’interno e nell’interesse del sistema medesimo. Né ciò può essere cancellato dai cospicui placet acquisiti recentemente in ambienti clerico-massonici e atlantici.

Le presenti riflessioni trovano precisa conferma nel fatto innegabile che tanto la destra neofascista quanto il PCI si sono dissolti con la “caduta dei muri”, quando cioè era divenuta superflua la rispettiva funzione strumentale di sostegno dell’imperialismo degli USA e dell’URSS.

La rozza spregiudicatezza della politica estera statunitense, fatta di corruzioni, omicidi, cospirazioni, stragi e colpi di stato (compiuti in proprio o per tramite di cooperatoti prezzolati in ogni parte del mondo), sta venendo in luce mano a mano che procede la declassificazione dei documenti conservati negli archivi di Washington. Essa non ha prodotto guasti irreparabili soltanto in Italia. Ad opera del giornalista C. Hitchens, de “Harper’s Magazine”, è in atto negli USA il dibattito sulla messa in stato di accusa (soltanto giornalistica, per ora) di Henry Kissinger, per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e per reati di diritto comune e internazionale. L’iniziativa concerne le attività politico-diplomatiche svolte da Kissinger, quale consigliere per la sicurezza di Nixon e di segretario di stato dal ’69 al ’76, e investe i seguenti Paesi: Indonesia, Argentina, Jugoslavia, Cina, Cile, Grecia, Iraq, Sudafrica, Angola, Panama e Vietnam.

La rivista “Internazionale”, n° 378 del 23-29 marzo 2001, dedica un ampio resoconto dell’atto d’accusa formulato dal citato giornalista, facendo emergere la responsabilità degli USA in ordine all’assassinio del generale R. Schneider, comandante le forze armate cilene, a quello del presidente S. Allende e all’operato delittuoso del regime di Pinochet. Tale iniziativa è importantissima perché fornisce la prova provata del carattere istituzionale della politica gangsteristica degli USA e pone in evidenza le analogie esistenti fra le vicende latino-americane e quelle verificatesi in altre parti del mondo, non esclusa l’Italia. Ne discendono interrogativi inquientanti. Chi ha veramente tessuto le trame che hanno incisivamente condizionato la politica italiana dal ’45 in poi? E chi, oltre la destra eversiva, ha cooperato all’attuazione di esse? Chi, ad es., rende impenetrabile il poco misterioso “mistero del caso Moro”? È nota la minaccia-ricatto rivolta da Kissinger ad Aldo Moro, dopo che questi nell’intervento alla XXVIª sessione dell’assemblea generale dell’ONU, aveva osato auspicare che si stabilisse: “… fra gli Stati il dialogo, la cooperazione pacifica e il sincero riconoscimento che i popoli non possono essere divisi nelle due categorie di chi fa la storia e di chi la subisce” (cfr. “La Comunità Internazionale”, IV trimestre 1988, p. 436). Ciò nonostante, il sen. G. Pellegrino, presidente la Commissione Stragi pur ammettendo che: “… Moretti arrivava agli interrogatori di Moro con le domande già preparate”, che “… molte delle risposte di Moro sono sollecitate da domande estranee alla logica delle BR”, che “Moro affronta nel memoriale una serie di vicende interne al sistema politico che certamente non potevano essere conosciute (…) dai brigatisti …”, è costretto, suo malgrado, a parlare soltanto di un “soggetto collettivo”, del concorso di “varie intelligenze”, e di ritenere che “la responsabilità del sequestro Moro (…) riguardi ambiti più ampi di quelli accertati”.( cfr. G. Fasariella-C. Sestieri, “Segreto di Stato” ed. Einaudi, Torino, 2000, pp. 212 e 215).

Conclusione

Visto nel suo triplice versante etico, politico ed economico, il mondo plasmato in oltre mezzo secolo di dominio demoplutocratico, ha raggiunto il culmine della totale supremazia dell’econornia sopra ogni altro valore umano, nonché quello della soppressione degli ideali e dei fini che sempre mossero l’umano progredire. Sebbene siano sfruttati senza pietà, alcuni popoli non hanno ancora piena consapevolezza del male che li opprime, che ne impedisce il naturale sviluppo e che si chiama capitalismo. Limitando progressivamente il Bene supremo della vita e della libertà di essi, quel male si pone al livello teologico di sottrazione di un Bene dovuto (Anselmo); così da generare prospettive foriere di conflitti e miserie più rovinose di quelli precedenti. Vorremmo sperare che gli uomini conservino quel tanto di divina umanità, onde un poeta possa ancora cantare -come quello algerino, nel pieno di una lotta quanto mai crudele- “Cette haine qui ressemble à l’amour”, ma non c’illudiamo: la via del riscatto da tutte le oppressioni non può che passare per il trionfo della mussoliniana guerra del sangue contro l’oro.

Iniziativa unitaria

Con intendimenti reducistici, recentemente ci sono state avanzate proposte in tal senso. Le quali, non prevedendo però anche la dovuta rivendicazione dell’attualità rivoluzionaria della RSI in sede politica, sociale ed economica, non può essere presa in piena considerazione da questa Federazione, che è nata come organizzazione politica non partitica. La FNCRSI, tuttavia, ritiene essere indispensabile che le Associazioni d’arma si riuniscano in un’unica federazione e siano dotate di una sola autorevole voce.

Smentite oscene

Quando una smentita, anziché dimostrare l’erroneità o la falsità di altrui affermazioni, esibisce ulteriori prove atte a suffragare la veridicità delle affermazioni medesime, non ci resta che fare nostra l’ironia del Giusti:

“Va pure innanzi e lascia star gli scempi
Ché tra la gente arguta e disinvolta
Questo si chiama accomodarsi ai tempi”

Precisazione

Comunque la si veda, la decisione di astenersi dal voto o di votare scheda bianca, non può che rappresentare il rifiuto del sistema democratico attuale.

Da essa, per la foia elettorale missistica, sono sorti comportamenti erronei, fraintendimenti e vere e proprie falsità.

La campagna elettorale del 1972 -che si svolse con il notevole apporto finanziario degli USA, pari ad 800 milioni a favore del MSI, fece registrare, ad, es. due episodi emblematici di quegli stati d’animo, compendiati dai documenti qui sotto riportati: la lettera di un ardito dalla fede adamantina, deciso a portare il proprio naturale ardimento a Montecitorio (e potete giurare che l’avrebbe fatto, se non fosse stato sabotato in tutte le maniere),

http://fncrsi.altervista.org/index.htm

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