IL GRANDE ESODO VERSO GLI STATI UNITI


di: Arrigo PETACCO – da: Storia Illustrata n. 370, 1988

Mamma mia dammi cento lire, che in America voglio andar… Imploravano una volta i giovanotti meridionali sull’aire di una canzone allora molto in voga. In quegli anni, infatti siamo negli ultimi due decenni del secolo scorso – per le genti del sud italiano – l’America assunse un significato particolare. Più che un luogo geografico rappresentava un sogno. E moltissimi italiani inseguirono questo sogno convinti che sarebbe stato molto facile realizzarlo.
Mai come in quegli anni si assistette ad un simile esodo dalle regioni meridionali della nostra penisola. Come un contagio, la voglia di migrare colpì un po’ tutti, uomini e donne, grandi e piccini. Affascinate dal “sogno” (ma anche perché deluse dall’unità nazionale che le aveva vieppiù impoverite) intere popolazioni lasciarono i loro villaggi per affrontare la grande avventura. Gente che non si era mai allontanata, se non di pochi chilometri, dal campanile del paese, affrontò gli oceani per raggiungere la terra sognata. Una delegazione governativa americana che in quegli anni visitò l’Italia, si sentì accogliere dal sindaco di un paese abruzzese con queste parole: “Vi dò il benvenuto a nome di tutti i seimila abitanti della nostra città: tremila di essi sono già in Arnerica e gli altri si accingono a partire”. Inutile precisare a questo punto che l’America sognata non era il continente americano, bensì gli Stati Uniti o, meglio ancora, New York e dintorni. Infatti, la stragrande maggioranza dei quattro o cinque milioni di meridionali che varcarono l’Atlantico a partire dal 1880 si fermò nella nascente metropoli americana, o negli immediati dintorni, e vi si stabilì definitivamente. Salo naturalmente quelli – circa la metà – che preferirono rientrare in patria appena messo da parte il gruzzolo necessario per acquistare la casa e il podere. Perché questa massa di gente si fermò a New York, invece di proseguire verso la cosiddetta “Nuova Frontiera”, ossia il West, più ricco di opportunità, lo vedremo in seguito. Sostiamo per il momento al capolinea di quella marea umana che un viavai ininterrotto di bastimenti vomitava sui moli. Nel giro di pochi anni New York diventò la “città italiana” più popolosa dopo Napoli. La “Little Italy”, come venne subito chiamato il quartiere abitato dagli italiani, contava intatti circa 600.000 abitanti. Inutile dire che questa massa enorme di nuovi arrivati non mancò di creare problemi gravissimi. Se infatti la città aveva gran bisogno di braccia a buon mercato per scavare tunnel o per elevare grattacieli, nel contempo non era assolutamente attrezzata per accogliere i nuovi ospiti. Di conseguenza, il primo impatto dei nostri emigianti con la terra sognata fu molto duro.
Completamente impreparati ad affrontare il nuovo ambiente, resi ciechi, sordi e muti dall’incapacità di esprimersi in inglese, i nuovi arrivati si trovarono subito alla mercè di connazionali senza scrupoli che specularono sulla loro pelle ora truffandoli vergognosamente, ora “affittandoli” a questa o quell’impresa edile per malpagati lavori di pick and shovel, di picco e pala. L’impossibilità di comunicare con gli altri li costrinse anche a raggrupparsi fra loro fino a dare vita a dei ghetti le cui condizioni di vita sono difficilmente descrivibili. A New York, per esempio, l’oltre mezzo milione di italiani che vi si insediò scelse di stabilirsi nei decrepiti edifici di legno, abbandonati da tempo dai precedenti abitanti, che si allungavano a ridosso del ponte di Brooklyn. Questo improvviso affollamento della zona fece naturalmente la fortuna dei padroni di case, ma trasformò quel quartiere in un formicaio dove la miseria, la delinquenza, l’ignoranza e la sporcizia erano gli elementi dominanti. I resoconti dei visitatori che soggiornarono a quell’epoca nella Little Italy offrono un quadro agghiacciante della situazione. Il commediografo Giuseppe Giacosa, che vi abitò nel 1898, ha scritto: “E’ impossibile dire il fango, il pattume, la lercia sudiceria, l’umidità fetente, l’ingombro, il disordine di quella zona”. Questo era l’ambiente in cui centinaia di migliaia di nostri connazionali si erano trasferiti inseguendo il sogno di far fortuna. Un agglomerato di gruppi regionali diversi dove ogni domenica si festeggiava qualche santo patrono, dove riecheggiavano grida in tutti i dialetti del sud italiano, ma dove non si udiva quasi mai una parola inglese. Un formicaio in continuo movimento, dove i pedoni dovevano essere sempre pronti a scansare le docce di rifiuti che piovevano dalle finestre, dove oltre cinquemila carretti a mano si aggiravano per le strade fangose vendendo di tutto: dai lacci da scarpe ai provoloni. Questa era la sognata America che veniva incontro ai nostri emigranti appena sbarcati o appena rilasciati dai Lager di Ellis Island dove venivano internati prima di ricevere il permesso ufficiale d’ingresso nel Paese. Dimenticati dal loro governo, che si limitava a rallegrarsi per “l’attivo” della bilancia dei pagamenti favorito dalla politica “dell’esportazione delle braccia”, snobbati dagli aristocratici diplomatici che quasi si vergognavano di rappresentarli, questi nostri sfortunati connazionali finirono ben presto per ritrovarsi, come al paese d’origine, alla mercé degli speculatori e dei malviventi. E’ infatti inutile dire che questi ghetti italiani, formatisi a New York e nelle altre città della costa orientale, rappresentarono quasi subito un grosso problema per la polizia americana. In questi ghetti, infatti, centinaia di malviventi mafiosi, approdati tranquillamente in America grazie alla facilità con cui i governi liberali italiani distribuivano i passaporti per liberarsi di affamati e di “pecore nere”, come li chiamava Giolitti, trovarono subito il terreno adatto per trapiantarvi i loro illeciti sistemi. Incapace di comprendere la lingua e gli usi dei nuovi ospiti, la polizia americana si limitò da parte sua a circondare simbolicamente i ghetti con un cordone sanitario, lasciando praticamente liberi i pochi malviventi italiani di taglieggiare la moltitudine onesta e pacifica dei loro connazionali. Insomma: che gli italiani se la sbrigassero pure fra di loro. L’importante era impedire che i loro sistemi sconfinassero nelle zone più civili della città. Per giunta, gli emigranti italiani trovarono in America un ambiente decisamente ostile. Furono subito gratificati con ogni sorta di nomignoli spregiativi. I più diffusi ancora in uso sono Guinea, Wop e Dago. Ricostruire l’etimologia di questi nomi è molto complesso e sono state avanzate le ipotesi più diverse. Guinea è quello di origine più recente: a meno che non si volesse fare riferimento al fatto che molti italiani del sud venivano considerati “non bianchi”. L’origine di Wop ha due spiegazioni: chi vuole che sia una deformazione fonetica di “guappo” (Wop si pronuncia e chi sostiene che sia semplicemente una sigla, WOP infatti significava without official permission (senza permesso ufficiale) ed era una sorta di marchio d’infamia che veniva stampigliato con tale sigla accanto al nome dei clandestini o degli stranieri indesiderabili. Dago è invece di origine incerta. E’ una deformazione di Diego, nome molto diffuso tra gli spagnoli, assieme ai quali gli italiani vengono accomunati.
In questo clima, gli italiani spesso furono costretti a subire le prepotenze di gangsters irlandesi o ebrei che agivano sotto lo sguardo sornione di poliziotti che erano pure irlandesi o ebrei. La polizia di New York, in quegli anni, era infatti costituita dai rappresentanti dei due gruppi ex etnici coi quali gli immigrati italiani appena giunti a New York vennero a diretto contatto. E vale la pena di sottolineare che per i nostri immigrati l’America di quegli anni era popolata “soltanto” da irlandesi ed ebrei. Tanto è vero che a “Litile Italy” si usava dire dell’America: “Gli italiani l’hanno scoperta, gli irlandesi la governano e gli ebrei la comandano”. In realtà, a governare e a comandare l’America erano i Wasp, i White Anglo Saxon Protestant, i bianchi anglosassoni, protestanti, ossia il gruppo etnico più numeroso e più potente del Paese, ma questo gli italiani non lo sapevano: essi dovevano fare i conti col poliziotto ebreo o irlandese o col gangster ebreo o irlandese, e questa era per loro l’America. Un’America amara. Tanto amara che, come scrisse Giuseppe Prezzolini, soltanto i santi potevano resistere alla tentazione di farsi a loro volta gangsters o amici dei gangsters. Indubbiamente si tratta di un paradosso, ma non del tutto infondato. D’altra parte è risaputo che la mafia americana nacque qui, in questi ghetti, inserendosi abilmente nel vuoto lasciato dall’assenza delle leggi e da chi avrebbe dovuto farle rispettare. Fu proprio l’apparizione spesso clamorosa di questi focolai di malvivenza italiana ad accrescere la diffidenza e l’ostilità degli americani verso i nuovi venuti. L’opinione pubblica, solita a fare di ogni erba un fascio, finì ben presto per considerare tutti gli italiani dei potenziali malviventi o comunque gente da tenere alla larga. Fu appunto in questo periodo che si diffuse per l’America l’immagine dell’italiano suonatore d’organetto, piccolo, bruno, di razza incerta, dedito ai lavori più umili e sempre pronto a impugnare il coltello. Quest’immagine durerà molto a lungo e non è ancora del tutto scomparsa. Per esempio, ancora negli anni precedenti la prima guerra mondiale, gli italiani immigrati venivano suddivisi in Northitalian e Southitalian, italiani del nord e italiani del sud, e questi ultimi venivano classificati fra i non bianchi e trattati di conseguenza. Questa diversità di immagine fra italiani del nord e italiani del sud ha delle giustificazioni storiche. Le differenze fra gli emigrati dell’Italia meridionale, rimasti fuori della grande corrente culturale europea e quelli dell’Italia settentrionale, che in tale corrente erano stati immersi, e che erano orgogliosamente consapevoli della parte avuta nell’unificazione del Paese, persistettero in America non meno forti che in Italia. A questo si aggiunga che i piemontesi, i liguri, i lombardi erano arrivati in America molto prima dei calabresi, dei siciliani e dei napoletani. Fino al 1876, per esempio, oltre 1,85 per cento dell’emigrazione italiana complessiva era dato dall’italia del nord. Costoro, quasi tutti operai specializzaspecializzati se non imprenditori fantasiosi e volenterosi, si erano conquistato stima e prestigio nel Paese ospite sia perché erano pochi (44.000 su 50 milioni al censimento del 1878) e sia perché erano generalmente più colti dell’americano medio. A quei tempi, d’altra parte, il termine racket aveva ancora il suo significato originale di racchetta (assumerà poi il suo attuale significato per assonanza col termine italiano “ricatto” pronunciato alla siciliana) e i vocaboli esotici quale “mafia” o “camorra” neppure figuravano nei più aggiornati dizionari della lingua inglese. Mentre il nome Italia evocava nella ti se non imprenditori fantasiosi e volenterosi, si erano conquistato stima e prestigio nel Paese ospite sia perché erano pochi (44.000 su 50 milioni al censimento del 1878) e sia perché erano generalmente più colti dell’americano medio. A quei tempi, d’altra parte, il termine racket aveva ancora il suo significato originale di racchetta (assumerà poi il suo attuale significato per assonanza col termine italiano “ricatto” pronunciato alla siciliana) e i vocaboli esotici quale “mafia” o “camorra” neppure figuravano nei più aggiornati dizionari della lingua inglese. Mentre il nome Italia evocava nella mente degli americani soltanto immagini positive: arte, bellezza, Michelangelo, Giuseppe Verdi o Giuseppe Garibaldi… Le cose cambiarono quando la corrente emigratoria degli italiani del sud andò intensificandosi fino a trasformarsi in una vera e propria ondata. Si pensi che nel periodo di maggiore intensità dell’emigrazione italiana negli Stati Uniti, ossia fra il 1900 e il 1914, quando circa 3.400.000 persone varcarono l’Oceano, si registra anche il maggior numero di emigrati provenienti dal sud. Ecco alcune cifre significative. Nel 1907 gli Stati Uniti vengono scelti come meta dal 6,1 per cento degli emigranti veneti, dall’11 per certo dei lombardi, dal 78 per cento dei napoletani e dal 75 per cento dei siciliani.Le prime ostilità fra gli italiani del nord e quelli del sud si registrarono nel campo del lavoro. I primi, più inseriti nel sistema e più politicizzati, aderivano da tempo alle leghe sindacali e spesso ne erano essi stessi gli animatori. I meridionali, invece, più deboli, più indifesi o, peggio ancora, più affamati, erano facile preda degli arruolatori di crimini. Soltanto molti anni dopo, ammaestrati dalle dure esperienze, anche gli italiani del sud parteciperanno attivamente alle lotte sindacali e per l’emancipazione femminile. Non a caso uno slogan diventato famoso: “Vogiiamo pane, ma anche rose”, fu scritto per la prima volta su un cartello impugnato da una filandina napoletana durante i terribili scioperi di Lawrence, Massachusetts, del 1912. Ma all’inizio, come si è detto, l’impatto fra italiani del nord già residenti e i nuovi immigrati meridionali fu difficile e sotto ogni aspetto negativo. I primi, infatti, o si isolarono dalla comunità nazionale confluendo in quella americana fino a confondersi con essa, oppure si allontanarono dalla costa occidentale per cercare più a ovest un luogo dove sistemarsi definitivamente. Gli italiani che alla fine del secolo scorso si inoltrarono nel continente fino a raggiungere la costa del Pacifico furono certamente molto meno numerosi di quelli che preferirono fermarsi nei ghetti della costa atlantica. Ma furono i più intraprendenti. A spingerli verso il West influirono certamente motivazioni diverse. Ma è fuor di dubbio che la principale fu la consapevolezza che il West offriva ancora quelle opportunità di affermazione personale e sociale che la costa atlantica ormai satura negava agli ultimi arrivati. Si può anche dire che mentre l’immigrazione italiana sulla costa orientale degli Stati Uniti fu di massa, quella che si spinse oltre le grandi pianure fino alle coste del Pacifico fu individualista ed elitaria. Anche gli storici concordano nel vedere nell’individualismo uno dei caratteri distintivi del West americano, tuttavia oggi la gente cade in errore (grazie ai film abilmente strumentalizzati) immaginando l’abitante del West come un rustico anglo-americano con spalle quadrate, capelli biondi e faccia di Robert Redfort o di Paul Newman. Niente di più falso. Un esame attento delle statistiche demografiche, dei giornali dell’epoca e degli annuari smentisce questa idea preconcetta sull’omogeneità razziale della gente del West. Ci fu, invece, un’importante componente cosmopolita che improntò di sé la vita dei ranch; delle città minerarie e soprattutto di molti accantonamenti ferroviari. Insomma, tutti i villaggi e le nascenti città del West pullulavano di immigrati europei. Anche l’esercito di frontiera non trasgrediva alla regola. Pochi sanno che il famoso 70 cavalleria, oltre che essere costituito da avventurieri o da avanzi di galera, contava un angloamericano, ossia un Wasp, ogni otto soldati. Gli altri sette erano tedeschi, spagnoli, polacchi, italiani. Non mancarono gli italiani neppure fra i cow boys e i pistoleros. Uno di questi diventò anche famoso benché pochi conoscano la sua origine piemontese. Si chiamava Charlie Siringo. Cow boy, pistolero, cacciatore di taglie, Siringo fu uno dei principali collaboratori di quell’Agenzia Pinkerton che dava la caccia ai fuorilegge del West. In particolare, Siringo si distinse nella caccia e nell’uccisione di Butch Cassidy (pare che fosse italiano anche costui) e di Saudance Kid che inseguì per anni fino a raggiungerli nel loro nascondiglio in Sudamerica. Un libro di memorie scritto da Siringo (Texas Cowboy, or Fifteen Years on the Hurricane of a Spanish Pony) ha venduto più di un milione di copie.
Un altro singolare personaggio italiano del West fu suor Blandina Segale, una ragazza ligure, che con altri religiosi opero nel Nuovo Messico. Suor Blandina ha raccontato la sua esperienza nel West selvaggio in un affascinante libro dal titolo At the End of the Santa Fe Trail, dove è fra l’altro narrato il curioso incontro della suora con il sanguinario Bill the Kid, morto a ventun anni con ventun omicidi al suo attivo. Blandina Segale, che si spostava da un capo all’altro del territorio per assistere gli operai italiani che lavoravano alla costruzione della ferrovia, incontrò Bill the Kid fra Trinidad e Santa Fé dove il bandito spadroneggiava. Non fu però un incontro cruento. Ecco come ce lo descrive l’intraprendente suorina: “Riponete le pistole, prego, dissi con un tono di voce che non era né implorante né aggressivo (ai suoi compagni in diligenza, n. d. r.). Le pistole scomparvero Si sentiva lo scalpiccio sordo degli zoccoli di un cavallo che si avvicinava alla portiera. Veniva da dietro e il cavaliere vide anzitutto i due signori che ci sedevano di fronte, ed io potei scorgerlo prima di esserne scorta. Mi tolsi la gran cuffia che portavo in testa, perché potesse vedermi bene e capire che io e la mia compagna eravamo due suore. Quando i nostri sguardi si incrociarono, egli si tolse il cappello a larga tesa facendogli compiere un ampio cerchio, si inchinò dando segno di avere compreso con chi aveva a che fare e, allontanandosi rispettosamente di qualche cosa come tre pertiche, si fermò e ci diede un meraviglioso saggio di maneggio di cavalli bradi. il cavaliere era il famoso Billy te Kid”. Ma lasciamo questi casi un po’ eccezionali per tornare all’italiano anonimo che rifiutò di fermarsi a New York (dove tutti gli spazi erano già occupati da altre etnie che lo avevano preceduto nel tempo) per spingersi a ovest (quando non proseguì per il Sudamerica) dove lo attendevano certamente maggior rischi ma anche maggiori possibilità di affermazione. L’italiano che si spinse nel West, anche se costituì una sezione minoritaria dell’ondata migratoria, diventò una volta tanto nella sua storia nazionale, un “invasore”. Anche se non fu indenne da discriminazioni razziali, anche se gli capitò più volte di sentirsi chiamare Wop o Dago, non si lasciò sfuggire l’occasione di allearsi o di confondersi con gli Wasp nella conquista delle terre che appartenevano agli indiani, come quando occuparono la riserva degli indiani Paiute nel Nevada. Insomma, l’italiano che si spinse nel West riuscì più facilmente di quanti erano rimasti sulla costa orientale ad inserirsi nella nascente società americana Vignaioli, coltivatori, locandieri, minatori, commercianti, gestori di ristoranti – per non citare che alcune delle occupazioni più tipiche degli immigrati italiani – essi furono favorevolmente accolti nella terra in cui avevano scelto di venire a vivere senza essere costretti a chiudersi nei loro ghetti come accadeva nelle città dell’est. I pochi dati statistici conosciuti ci segnalano alcuni aspetti particolari della nostra emigrazione nel West. Per esempio, pare che nel West l’italiano analfabeta fosse un’eccezione, mentre a New York l’analfabetismo fra i nostri connazionali superava il 60 per cento. Secondo altri dati ufficiali, nel 1901 il 63 per cento degli italiani giunti in California proveniva dall’Italia del nord; tale percentuale salirà al 73 per cento nel 1904. In tutto il West, nel 1901 solo il 2 per cento degli italiani presenti proveniva dall’Italia del sud mentre, in quello stesso anno, gli italiani del sud rappresentavano l’88 per cento degli emigranti che sbarcavano a New York. A circa un secolo da quella grande trasmigrazione, l’immagine dell’italiano in America si è lentamente modificata. oggi si può dire che in America non esistono più “italo-americani”, come si usava e ancora si usa dire, ma americani di origine italiana, come ci sono americani di origine irlandese, tedesca o inglese. Il censimento svoltosi nel 1980 negli Stati Uniti ha introdotto per la prima volta una domanda sull’origine etnica degli intervistati. Si trattava di una domanda delicata e complessa che poteva anche non far piacere a quei cittadini che desideravano tenere nascosto il luogo di provenienza della loro famiglia. E infatti su 226 milioni di americani, coloro che hanno risposto al quesito qualificandosi etnicamente sono stati 188 milioni. Di questi, 118 milioni si sono identificati in un singolo gruppo etnico, mentre 70 milioni hanno dichiarato origini miste. Ebbene, gli americani che si sono riconosciuti di origine italiana sono stati 12.180.000, pari al 5,4 per cento del totale degli abitanti. Ciò colloca l’origine italiana al sesto posto negli Stati Uniti dopo l’inglese (50 milioni), la tedesca (49 milioni), l’irlandese (40 milioni), l’africana (21 milioni) e la francese (13 milioni). La cifra, peraltro ragguardevole, di oltre 12 milioni di americani di origine italiana è comunque molto più bassa di quella stimata dagli esperti, che valutano in 25 milioni la consistenza numerica del gruppo etnico italiano. Oggi, nomi italiani abbelliscono gli uffici dei presidenti di società, governatori, senatori e rettori di università. Elencare i nomi dei grandi personaggi americani di origine italiana sarebbe un compito faticoso e forse anche inutile. I figli e i nipoti dei nostri emigrati sono ormai diventati americani a tutti gli effetti. E se non si vergognano più di denunciare la loro origine, si arrabbiano quando qualcuno li definisce italo-americani. Naturalmente l’immagine dell’italiano mafioso o delinquente potenziale, anche se molto diluita, non è purtroppo del tutto scomparsa. Molti pregiudizi sono ancora diffusi contro di loro. Vale la pena di ricordare ciò che disse a proposito degli italiani il presidente Nixon appena pochi anni or sono: “Non sono come noi. La differenza sta nel fatto che hanno un odore diverso, un aspetto diverso, un comportamento diverso. Naturalmente il guaio è che non se ne trova uno solo che sia onesto”. Ma vale anche la pena di ricordare che furono due italiani “onesti, il giudice John Sirica e il deputato Peter Rodino, a cacciare con ignominia il presidente Nixon dalla Casa Bianca.

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