La sorte dei soldati Napoletani dopo l’Unità d’Italia.

Luigi Costantino

Come purtroppo ben sappiamo, alla caduta del Regno, così come alla igniminiosa fine del suo Esercito, contribuirono in maniera fondamentale molti tra gli stessi Ufficiali, collaborando attivamente con la monarchia sabauda e spianando la strada dei Garibaldini da Marsala fino a Napoli. Molti sono i generali tristemente famosi per il loro tradimento, che fece sì che il nostro esercito venisse ricordato per tutto fuorché per l’onore e l’amore per Patria. Fortunatamente molti altri, il cui nome per molti decenni è stato dimenticato, ci hanno lasciato vive testimonianze di fedeltà, attraverso le loro gesta e i loro scritti, che solo di recente sono stati tratti dall’oblio grazie all’opera paziente di editori che, encomiabilmente, hanno ritenuto necessario che quelle testimonianze tornassero a circolare liberamente.

Meno cose sappiamo, invece, dei soldati che, a differenza dei vertici dell’esercito, continuarono a oltranza a rimanere fedeli al proprio Paese e in primo luogo al loro Re.

Una volta caduta l’ultima resistenza di Civitella del Tronto, il 20 marzo 1861, il neonato Regno d’Italia dovette affrontare, oltre alla resistenza spontanea che si levava in tutte le province meridionali, il problema di come inquadrare i 97000 soldati dell’oramai disciolto esercito delle Due Sicilie.

Il 4 maggio 1861, per effetto del decreto firmato dal Ministro della Guerra Manfredo Fanti, nasceva l’Esercito Italiano. In effetti si trattava di un semplice cambio di denominazione dell’Armata Sarda, la quale non si fuse con l’Esercito del Regno delle Due Sicilie ma pretese semplicemente di assorbirlo. Migliaia di essi si erano già dati alla macchia, riorganizzandosi in bande tra le cui fila trovavano posto cittadini che avversavano il nuovo regime, contadini che avevano perso la propria terra e veri e propri briganti.

Tutti costoro vengono spesso definiti unitariamente come “briganti”, ma in realtà, appunto, tra di essi non erano pochi coloro che avevano inteso intraprendere la guerriglia unicamente per continuare, con i mezzi a disposizione, la stessa guerra che li aveva visti fronteggiare prima i garibaldini, poi l’esercito piemontese rinforzato da elementi degli eserciti preunitari già annessi. Essi non ebbero mai la possibilità di formare un vero e proprio esercito, privi come erano di gradi superiori, ma diedero non poco filo da torcere ai piemontesi e alla guardia nazionale.

Coloro che invece furono catturati, in gran parte rifiutarono risolutamente di passare sotto le armi di Vittorio Emanuele, ritenendo sempre valido il giuramento fatto a Francesco II.

L’occupazione del Regno delle Due Sicilie da parte del Regno di Sardegna, infatti, era avvenuta al di fuori di qualsiasi regola del diritto internazionale. Non c’era stata una dichiarazione di guerra, e conseguentemente non c’era stato un armistizio a seguito del quale lo sconfitto abdicasse in favore del vincitore. Il Governo di Napoli si era trasferito a Roma, dove Francesco II continuava, per quello che era possibile, a cercare appoggi internazionali, a ricevere visite dei sui sudditi e a tentare di pianificare una riconquista. Dunque, il vincolo che legava il soldato al proprio re era ancora operante, come ebbero modo di mostrare i numerosi soldati catturati e deportati in tutto il Nord Italia.

In tutte le principali fortezze dell’Italia del Nord a partire dal 1860, accolsero i soldati napoletani allo scopo di rieducarli alla fedeltà al nuovo regime, con risultati che nella maggior parte dei casi furono estremamente scarsi.

Ben presto ci si rese conto che non era possibile convertire queste persone alla fedeltà al nuovo re; anzi, distribuiti com’erano tra Genova, Milano, Torino, Modena essi potevano tutt’al più rappresentare un pericolo, dato che sembravano più che altro propensi a rivoltarsi contro quello stesso esercito che voleva arruolarli.

Così si dovette cambiare strategia, e pensare unicamente a concentrarli in luoghi dove da una parte la rieducazione si sarebbe svolta secondo modalità più rigide, dall’altra i più riottosi non avrebbero costituito un pericolo.

Il luogo che più efficacemente di ogni altro simboleggia questa politica è senz’altro la fortezza di Fenestrelle.

Il complesso di Fenestrelle, in Val Chisone, in provincia di Torino, poco distante dal confine con la Francia, è in realtà qualcosa di più di una semplice fortezza: è una catena di diversi forti, ridotte, risalti che di sviluppa per oltre tre chilometri su un fianco della valle, superando 635 m di dislivello e vantando la scala coperta più lunga del mondo, 4000 gradini.

Questa straordinaria opera di ingegneria fu costruita per fronteggiare un possibile attacco dalla Francia, attacco che peraltro non avvenne mai; per cui, essa per gran parte della propria storia fu utilizzata come carcere militare e poi, a partire dall’epoca napoleonica, come carcere per reati politici. Nel corso della sua storia aveva già ospitato, nel 1811, alcuni ufficiali borbonici che non avevano voluto prestare fedeltà a Gioacchino Murat. Ma quello che si fece nel 1860 fu qualcosa di grandioso, che non aveva precedenti nella storia e che avrebbe avuto invece numerose imitazioni nel secolo seguente: un vero e proprio campo di concentramento.

Ancora oggi, nella prima delle stanze che costituiscono il Museo della Fortezza, si può leggere sul muro, entrando, la scritta “ognuno non vale in quanto è, ma in quanto produce”: un motto che ricorda drammaticamente altri utilizzati, nel corso del novecento, in altri luoghi.

Diverse migliaia furono i soldati deportati a Fenestrelle, ad affrontare i rigori dell’inverno alpino vestiti solo con ciò che rimaneva della propria uniforme, in stanzoni con le finestre prive di vetri, e costretti ai lavori forzati.

C’è un sentiero, che dalla parte più alta della fortezza si inerpica su per la montagna, che è chiamato “strada dei Siciliani”, proprio a testimoniare gli stenti cui furono sottoposti i nostri soldati per non aver voluto tradire, per aver voluto fino all’ultimo onorare il giuramento prestato al proprio sovrano. Di circa dodicimila reclusi a Fenestrelle, soltanto duecentocinquanta sopravvissero e, dopo enormi sofferenze, poterono tornare a casa dopo anni. Degli altri non rimane neppure una pietra a ricordarli: per motivi igienici e di spazio, infatti, i morti non venivano seppelliti ma sciolti nella calce viva. Nel pozzo dove veniva eseguita questa operazione, come ebbi a sentire dal presidente che oggi gestisce la fortezza e i musei annessi, ogni tanto capita di trovare la fibbia di una scarpa, o un bottone, ultima testimonianza delle atrocità che lì furono compiute.

Oggi che “uomo d’onore” è diventato, nell’uso comune, sinonimo di criminale, questi comportamenti ci sembrano così incredibili… ma questo era il soldato napoletano, fedele fino alla fine. Appare perciò ancora più crudele accostare queste immagini di uomini dalla grande dignità alle ingiurie infamanti che, proprio da allora, circolano riguardo al cosiddetto “esercito di Franceschiello”, scombinato, indisciplinato, impreparato.

Negli anni successivi alla conquista divenne sempre più pressante il problema di dare una collocazione a questi soldati che, sebbene non venissero certo trattati bene, erano pur sempre diverse decine di migliaia, il che comportava per il ministero della guerra spese non indifferenti. Così, furono proposti vari luoghi in cui poter deportare quegli infelici: nel 1868, il presidente del consiglio Menabrea intraprese delle trattative con il governo argentino allo scopo di valutare la possibilità di mandarli in Patagonia; ma divergenze sotto il profilo economico fecero fallire questo progetto.

Così, negli anni, in qualche modo, mentre nel meridione anche la guerriglia cosiddetta brigantesca veniva gradualmente spenta, anche questo problema si risolse da solo: eravamo finalmente italiani, l’italia era fatta.

O meglio, ancora non era fatta proprio del tutto: all’Italia, dopo Roma e il Veneto, mancavano ancora Trento e Trieste, che costituirono il motivo principale per cui l’Italia, cinquant’anni dopo, dovette intraprendere quella che alcuni storici non a caso chiamano la quarta guerra d’indipendenza: la guerra del 1915-18.

Naturalmente i nostri soldati, nati dopo l’unità, furono chiamati a dare il loro contributo, che non fu di poco conto. Per adeguare l’esercito italiano allo sforzo che doveva sostenere, naturalmente, furono create tutta una seri e di nuove brigate, formata ciascuna da due battaglioni; scartata l’ipotesi di formare battaglioni provenienti da ogni regione italiana in modo da favorire l’integrazione, si decise, per motivi logistici e anche, perché no, culturali, di creare brigate regionali, i cui coscritti avessero una provenienza omogenea. Nacquero così la Brigata Salerno, la Brigata Murge, la Brigata Catanzaro… Tutte, in verità si distinsero per l’ardore e l’onore con cui furono chiamate a combattere in quei luoghi cosi lontani e così diversi dalla terra alla quale, ancora una volta erano stati strappati; ma la Brigata Catanzaro merita di essere ricordata.

Numerosissime furono le località che videro in azione i Reggimenti della Brigata Catanzaro, ma, sicuramente, una menzione particolare la merita il Monte Mosciagh. Questo monte fu scenario di aspre lotte nelle quali la Brigata fu decimata e legò indissolubilmente il proprio al nome del 141° dopo l’operazione del 27 maggio 1916. La stessa si svolse in un momento molto difficile del conflitto, portò il 141° Fanteria agli onori della cronaca ed ebbe eco in tutta la nazione: nostri fanti recuperarono alcuni pezzi d’artiglieria da una posizione ancora tenuta dagli Austriaci sulla vetta della montagna, e dopo circa due ore di attacchi alla baionetta, riuscirono a cacciare definitivamente il nemico dalle posizioni iniziali conquistandone in definitiva anche l’armamento.

L’episodio meritò una citazione sul Bollettino di Guerra del 29 maggio 1916 n.369 a firma del Gen. Cadorna, e la prima pagina sulla Domenica del Corriere che con una bella illustrazione di A. Beltrame fece conoscere all’Italia intera come “Un brillante contrattacco dei valorosi calabresi del 141° fanteria libera due batterie rimaste circondate sul monte Mosciagh”.

Tra le pagine della storia della Brigata Catanzaro, però, ve ne sono alcune tra le più tristi dell’intera storia del nostro esercito.

Era il 27 maggio del 1916 e la Brigata era stata trasferita da alcuni giorni sull’Altopiano di Asiago. I tragici avvenimenti che culminarono con la fucilazione di 12 militari si svolsero sulle pendici del Mosciagh e furono la conseguenza dello sbandamento in condizioni difficili di quasi tutta la 4a compagnia del 141°. Il Col. Attilio Thermes, comandante del reggimento, in ottemperanza alle disposizioni emanate dal Comando Supremo, ordinò l’esecuzione sommaria senza processo per un sottotenente, tre sergenti ed otto militari di truppa da estrarre a sorte nella ragione di uno a dieci. Per questo ordine il Col. Thermes fu il primo ufficiale italiano ad essere citato in un Ordine del giorno del Comando mSupremo e questo non per un glorioso fatto d’arme ma per aver fatto fucilare i propri soldati!

Questo episodio, comunque non intaccò il morale della Brigata che continuò sempre e comunque a fare il proprio dovere tanto che S.M. il Re, con decreto del 28 dicembre 1916, concesse motu proprio alla bandiera del glorioso 141° Reggimento la MEDAGLIA D ’ORO al valor militare con questa motivazione: «Per l’altissimo valore spiegato nei molti combattimenti intorno al San Michele, ad Oslavia, sull’Altopiano di Asiago, al Nad Logem, per l’audacia mai smentita, per l’impeto aggressivo senza pari, sempre e ovunque fu di esempio ai valorosi (luglio 1915 – agosto 1916)». Anche la bandiera del 142° ebbe la sua meritata decorazione con la concessione della Medaglia d’Argento al valor militare.

Diversi mesi dopo, i soldati dei due reggimenti della Catanzaro furono protagonisti della più grave rivolta nell’esercito italiano durante il conflitto. Questo triste episodio si svolse a Santa Maria La Longa dove la brigata era stata acquartierata a partire dal 25 giugno 1917 per un periodo di riposo. La notizia di un nuovo reimpiego nelle trincee della prima linea fece, pian piano, montare quella che in poche ore sarebbe diventata una vera e propria rivolta. I comandi, avendo avuto notizia da informatori di quanto doveva accadere fecero infiltrare nei reparti alcuni carabinieri travestiti da fanti e si era disposta la dislocazione di più di cento carabinieri nelle immediate vicinanze. Alle ore 22 del 16 luglio 1917 iniziò il fuoco che durò tutta la notte. I caporioni di ogni reggimento assaltarono i militari dell’altro inducendo gli stessi ad ammutinarsi e ad unirsi a loro. Molti caddero morti sotto il fuoco dei rivoltosi, altri ne rimasero feriti. Appena il Comando d’Armata ebbe notizia di quanto stava avvenendo dispose le opportune contromisure inviando sul posto altri carabinieri su autocarri, quattro mitragliatrici, due autocannoni e con il preciso ordine di intervenire in modo fulmineo e con estremo rigore. La lotta durò tutta la notte e cessò all’alba dopo l’intervento degli ufficiali della brigata e dei carabinieri con mitragliatrici ma, soprattutto, dopo l’arrivo ed il posizionamento degli autocannoni. Sedici militari presi ancora con l’arma scottante furono immediatamente condannati alla fucilazione. A questi avrebbero dovuto aggiungersi altri 120 uomini, ma per limitare le fucilazioni si dispose di procedere al sorteggio del decimo di essi e, quindi, altri 12 si andarono ad aggiungersi alla lista. I 28 militari furono fucilati immediatamente nel cimitero di Santa Maria, alla presenza di due compagnie, una per ciascun reggimento.

Dopo questo spiacevole fatto, i fanti della Catanzaro intrapresero la loro marcia verso il fronte dove continuarono a battersi per il resto del conflitto con la grinta e la disciplina che avevano sempre dimostrato, tanto da ottenere una seconda citazione sul Bollettino di Guerra del 25 agosto 1917 nel quale si riportava che: “Sul Carso la lotta perdura intorno alle posizioni da noi conquistate, che il nemico tenta invano di ritoglierci. Negl’incessanti combattimenti si distinsero per arditezza e tenacia le Brigate Salerno (89° – 90°), Catanzaro (141° -142°) e Murge (259° e 260°)”.

In tutti gli episodi seguenti, nelle guerre successive, così come nelle missioni di pace degli ultimi decenni, i nostri militari non hanno mai mancato di mostrare il loro valore. E oggi che, abolito il servizio di leva, i soldati originari di quello che fu l’antico Regno delle Due Sicilie costituiscono la stragrande maggioranza dell’Esercito Italiano, essi continuano a tenere viva la memoria di coloro che li precedettero. Lo dimostra la provenienza dei caduti del Libano, di Nassirya, fino all’attentato di appena qualche settimana fa a Kabul.

È proprio questa l’eredità che essi ci hanno lasciato: l’onore, la fedeltà e il coraggio nelle situazioni più difficili, pur in presenza di risorse limitate e dovendo obbedire a ordini che non sempre sono ispirati ad altrettanto zelo ed amore per la Patria e l’interesse effettivo del proprio popolo.

Capua, 10 ottobre 2009
http://comitatiduesicilie.org/index.php?option=com_content&task=view&id=2363&Itemid=1

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Il " 28 Ottobre "

Il 28 Ottobre (in realtà, tra il 27 ed il 31 Ottobre) del 1922, avveniva la “Marcia su Roma “: un’insurrezione nazionale, popolare e rivoluzionaria che metteva fine alla situazione di disordine strutturale e di guerra civile permanente e generalizzata che regnava in Italia dalla fine della Prima guerra mondiale.
Nell’arco di quelle giornate, all’incirca 100 mila squadristi erano insorti con sincronia militare in tutta la Penisola ed avevano preso il controllo delle principali città italiane, a cominciare da quella di Siena; mentre altre 50 mila Camicie Nere, ripartite in tre colonne – che provenivano rispettivamente da Monterotondo, Tivoli e Santa Marinella (senza contare i 5 mila uomini di riserva che si erano attestati su Foligno) – erano confluite sulla capitale e, stringendola d’assedio, avevano dato lo ” scossone finale ” all’allora governo di destra dell’on. Luigi Facta, ed indirettamente costretto il Re Vittorio Emanuele III a dare l’incarico di formare il nuovo Governo italiano a Benito Mussolini, il Duce della rivoluzione fascista.
L’idea di quella rivoluzione era nata appena 43 mesi prima, da una serie di articoli e di comunicati stampa, redatti dallo stesso Mussolini, che erano apparsi su ” Il Popolo d’Italia “, in risposta al disfattismo generalizzato e alla disobbedienza civile che in quell’epoca erano largamente alimentati e favoriti dal massimalismo socialista trionfante e dalle prime avvisaglie dell’allora sbocciante tracotanza bolscevica.
Il 2 Marzo del 1919, in uno di quegli articoli, Mussolini invitava ” corrispondenti, collaboratori e seguaci del Popolo d’Italia, combattenti, ex combattenti, cittadini, e rappresentanti dei Fasci della Nuova Italia e del resto della Nazione ad intervenire all’adunanza privata che si terrà a Milano, il 23 Marzo “.
Il 6 Marzo successivo, in un comunicato dello stesso giornale, lo stesso Mussolini specificava: ” (…) da quella adunata usciranno i Fasci di Combattimento il cui programma è racchiuso nella parola “. ” (…) Il 23 Marzo sarà creato l’antipartito, sorgeranno cioè i Fasci di Combattimento che faranno fronte contro due pericoli: quello misoneista di destra e quello distruttivo di sinistra “.
Il 18 Marzo, un nuovo pezzo del futuro Duce d’Italia, sottolineava: ” Noi vogliamo la elevazione materiale e spirituale del cittadino italiano (non soltanto di quelli che si chiamano proletari… e la grandezza del nostro popolo nel mondo. Quanto ai mezzi non abbiamo pregiudiziali: accettiamo quelli che si renderanno necessari: i legali e i così detti illegali. Da tutto questo travaglio usciranno nuovi valori e nuove gerarchie “.
Il 23 Marzo 1919 – dopo una riunione preparatoria che si era tenuta il 21 dello stesso mese – l’attesa assemblea, presieduta dal Capitano degli arditi Ferruccio Vecchi e composta da appena 53 persone di origini politiche le più svariate (per lo più, ex interventisti, futuristi, ex sindacalisti, ex socialisti rivoluzionari, ex arditi, reduci di guerra, ex volontari fiumani, ecc.), ebbe luogo nella sede dell’Alleanza Industriale e Commerciale di piazza San Sepolcro, a Milano.
In quell’occasione, fu lo stesso Mussolini a definire la natura e la portata del nuovo movimento fascista: ” Noi siamo – egli disse – degli antipregiudizialisti, degli antidottrinari, dei problemisti, dei dinamici; (…) noi abbiamo stracciato tutte le verità rivelate, abbiamo sputato su tutti i dogmi, respinto tutti i paradisi, schernito tutti i ciarlatani – bianchi, rossi, neri – che mettono in commercio le droghe miracolose per dare “felicità” al genere umano. Non crediamo ai programmi, agli schemi, ai santi, agli apostoli: non crediamo soprattutto alla felicità, alla salvazione, alla terra promessa. Non crediamo a una soluzione unica – sia essa di specie economica o politica o morale – a una soluzione lineare dei problemi della vita, perché, – o illustri cantastorie di tutte le sacrestie – la vita non è lineare e non la ridurrete mai a un segmento chiuso fra bisogni primordiali” (Benito Mussolini, ” Scritti e Discorsi “, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1934 – XII, Tomo II°, pag. 33 e 53-54).
Il Fascismo era nato.
Inutile, in questo contesto, ritracciare il calvario di quella rivoluzione. In particolare: le sconfitte elettorali, le persecuzioni poliziesche, le impari battaglie con i sovversivi, gli infiniti lutti subiti, le delusioni, le amarezze, le frustrazioni.
Sembrava davvero impossibile che un pugno di patrioti irriducibili potesse arrestare la valanga sovversiva social-comunista e cambiare il corso della Storia. Eppure, con il coraggio e la fredda determinazione che li animava, quel manipolo di eroi riuscì a dare l’esempio ai tiepidi ed ai rinunciatari, riuscì a scuotere i pigri e gli ignavi dal loro torpore, riuscì ad amalgamare attorno a sé la parte sana della nazione e masse sempre più vaste di italiani.
Sarà il miracolo di quella rivoluzione!
” Il fascismo comincia a crescere, tumultuosamente, impetuosamente dopo il novembre del 1920; richiama alla mente di tutti, amici e avversari, una sola immagine: quella di un corso d’acqua che d’un tratto si gonfi e rompa ogni argine e dilaghi oltre ogni previsione ” (P. Rauti, R. Sermonti, ” Storia del Fascismo “, Centro Editoria Nazionale, Roma, 1976, Tomo II, pag. 117).

Dopo le sanguinose violenze, gli scioperi, le occupazioni, le aggressioni e gli agguati che avevano continuato a subire durante il famoso ” biennio rosso ” (1920-1921), i fascisti – rincuorati ed ingigantiti dall’indescrivibile affluenza di nuove reclute – riusciranno a restituire colpo su colpo ai loro avversari ed a distruggere progressivamente la forza offensiva dei partiti sovversivi.
La resurrezione della Nazione italiana era ormai alle porte.
I fascisti, infatti, con il loro sacrificio, oltre a mettere fuori combattimento i loro avversari, ” avevano colpito a morte il vecchio regime. Avevano salvato la civiltà italiana alla nuova storia. Avevano difeso tutta l’Europa da una delle più convulse esplosioni di barbarie. Avevano ridestato a vita immortale – con il sangue dello stesso sacrificio – i padri del Risorgimento e i nipoti non indegni ch’erano caduti nella grande guerra ” (Roberto Farinacci, ” Storia del Fascismo “, Società Editoriale Cremona Nuova, Cremona, 1940, XVIII, pag. 245-246).

Quegli uomini, il 28 Ottobre del 1922, dopo tante privazioni e rinunce, ebbero la gioia di vedere realizzato il loro sogno e quella di potere, in fine, assaporare il gusto della loro meritata vittoria.
Lo stesso non posso dire per me e per quanti, da più di sessant’anni, hanno cercato di essere fedeli a quella medesima tradizione.
La mia generazione, purtroppo, ha conosciuto solo le sconfitte, le delusioni e le amarezze. E’ nata troppo tardi per marciare con coloro che durante il Ventennio contribuirono alla rinascita della nostra Nazione e, probabilmente, troppo presto per farlo con coloro che sicuramente verranno per riscattare di nuovo la libertà, l’indipendenza, l’autodeterminazione e la sovranità della nostra Patria.
La sola gioia che posso vantare nel contesto della mia fede, è quella di avere avuto l’opportunità e l’onore, nel corso della mia gioventù, di conoscere personalmente un certo numero di squadristi di quella rivoluzione.
Difficile descriverli. Impossibile dimenticarli. Erano degli uomini per cui, ancora oggi, vale la pena di vivere e di continuare a soffrire, semplicemente per potere testimoniarne l’esistenza e tramandarne le gesta.

di: Alberto B. Mariantoni ©

http://www.corrierecaraibi.com/IT_cronaca_081028_La-Marcia-su-Roma.htm

LA TERZA VIA


– Cenni storici

“Il fascismo è un metodo, non un fine; una autocrazia sulla via della democrazia”

Dopo la fine della prima guerra mondiale i fautori della nuova teoria economica si riunirono a congresso presso piazza San Sepolcro a Milano, dalla quale il movimento prese il nome di Sansepolcrismo, elaborando il “programma di Piazza San Sepolcro” dal quale nacque il fascismo.

La constatazione di partenza fu che le normali democrazie fossero in realtà effettivamente partitocrazie plutocratiche manovrate dalla massoneria, da considerarsi dunque all’opposto rispetto al significato letterale di “democrazia”. Obiettivo dei congressisti fu un sistema politico che più si avvicinasse all’ ideale ateniese di “democrazia”.

Il più rilevante difetto che riscontrarono nella democrazia è il paradosso insito in se stessa, ovvero se la maggioranza delle persone desiderasse un governo antidemocratico, la democrazia cesserebbe di esistere. Tuttavia se si opponesse cesserebbe di essere democrazia in quanto andrebbe contro alla volontà della maggioranza. Quindi sostenevano che in pratica la democrazia non può esistere, è solo una teoria utopica. Per entrambi i casi dell’ esempio si citano come validi gli esempi dei colpi di stato di tipo sudamericano anche allora esistenti.

In secondo luogo si puntualizzò un fattore semantico troppo spesso volutamente frainteso: le parole “democrazia” e “libertà” non sono sinonimi. Molto spesso il travisamento della semantica porta a pensare che gli antidemocratici siano contrari alla libertà. In realtà si presume che nessuno si dica contrario alla libertà (se non in ambito restrittivo giudiziario). Ogni sistema politico può essere democratico o non democratico. In ogni sistema politico può esserci libertà oppure non esserci. Ma queste due parole non necessariamente vanno di pari passo. In un sistema può esserci democrazia senza libertà, e può esserci libertà senza democrazia. Quindi secondo i sansepolcristi le dittature di tipo sudamericano altro non sono che fasi in cui democraticamente la maggioranza della popolazione desidera che il sistema partitico venga sospeso. Viene ripristinato allorquando democraticamente la maggioranza pende nell’ altro senso. Questo discorso non avrebbe dovuto valere per la nascente “Terza via”, impostandola sul superamento del sistema partitocratico nella consapevolezza che per i problemi di una nazione non esistono soluzioni valide una quanto l’ altra a seconda dei punti di vista (o meglio del punto di vista del partito a cui si appartiene) ma una soltanto migliore su tutte.

“Nessuno vorrà gabellare per “rivoluzionario” il complesso dei fenomeni sociali che si svolgono sotto i nostri occhi. Non è una rivoluzione quella che si attua, ma è la corsa all’abisso, al caos, alla completa dissoluzione sociale. Io sono reazionario e rivoluzionario, a seconda delle circostanze. Farei meglio a dire -se mi permettete questo termine chimico- che sono un reagente. Se il carro precipita, credo di far bene se cerco di fermarlo; se il popolo corre verso un abisso, non sono reazionario se lo fermo, anche con la violenza. Ma sono certamente rivoluzionario quando vado contro ogni superata rigidezza conservatrice o contro ogni sopraffazione libertaria. I peggiori reazionari in questo momento sono, per il Fascismo e per la storia, coloro che si dicono rivoluzionari, mentre i Fascisti, tacciati cretinamente di “reazionari”, sono in realtà, coloro che eviteranno all’Italia la terribile fase di un’autentica reazione. Chiunque in Italia abbia il coraggio di fronteggiare le degenerazioni della sovversione e non, corre il pericolo di essere bollato come reazionario; ma poiché tali degenerazioni esistono e poiché il coraggio di fronteggiarle lo abbiamo dimostrato seminando anche di nostri morti le piazze d’Italia, noi abbiamo la spregiudicata disinvoltura di sorridere se ci chiamano reazionari. Io non ho paura delle parole. Se domani fosse necessario, mi proclamerei il principe dei reazionari. Per me tutte queste terminologie di destra, di sinistra, di conservatori, di aristocrazia o democrazia, sono vacue terminologie scolastiche. Servono per distinguerci qualche volta o per confonderci, spesso”
(Benito Mussolini, dal discorso tenuto al senato il 27 novembre 1922[1])

E la Terza via secondo i suoi fondatori avrebbe dovuto rappresentare una forma di governo al di sopra delle divergenti opinioni dei partiti. Questo certamente contrasta con la creazione di un partito, quale il congresso si proponè alla fine. Ma essendo esso inserito in una nazione avente forma di governo partitica era necessaria tale entità onde poter ottenere il potere, salvo poi smantellarlo una volta assestato. Queste considerazioni vengono da un aspetto del sansepolcrismo, che è riassunto nel famoso discorso di Benito Mussolini nella frase

“Noi ci permettiamo di essere aristocratici e democratici, conservatori e progressisti, reazionari e rivoluzionari, reazionari e rivoluzionari, legalisti e illegalisti, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo e di ambiente”
che viene spesso stravolto nel significato, a volte volutamente in quanto appare evidente che una persona che ambisse solamente al potere tout court non avrebbe bisogno di fondare un partito dal nulla ma basterebbe entrasse in uno che il potere già lo detiene. In effetti in uno stato come l’ Italia i poteri erano, allora come oggi, molti e diversificati, e non solo la monarchia, il che impediva un accentramento del potere in una sola persona. Il fascismo scaturito dal congresso di piazza San Sepolcro quindi non si considerava una “crociana” esigenza temporanea, ma un nuovo sistema politico a se stante a tutti gli effetti. Essi ritennero di aver finalmente creato la “terza via”, la soluzione ai problemi sociali creati dal capitalismo e a quelli di diritto e di ordine pubblico creati dal comunismo. Una “via” applicabile in ogni luogo e ogni tempo.

“I fasci italiani di combattimento non sono un partito, ma piuttosto l’ antipartito. Non sono un’organizzazione di propaganda, ma di combattimento. Più che al proselitismo, per vendere marchette, tendono all’ azione. Non hanno programmi immutabili. Non si propongono di vivere all’ infinito. Non promettono il paradiso in terra e la felicità universale. Nella vasta democrazia della civiltà essi rappresentano l’ aristocrazia del coraggio. Libertari, sono per necessità antidemagogici. Spregiudicati, sanno andare contro corrente. È una associazione di uomini che possono provenire da tutti gli orizzonti perché si “ritrovano” in alcune identità o affinità ideali”
(Benito Mussolini, dal discorso tenuto alla prima adunata fascista il 6 ottobre 1919[1])

Come è noto tuttavia il modo in cui il Partito nazionale fascista governò l’ Italia nel ventennio poco coincise con gli ideali proposti nel congresso di San Sepolcro, ma questo viene addebitato proprio al freno posto da quei poteri (Monarchia, finanza, massoneria, chiesa, militari, borghesia) verso i quali il fascismo aveva un debito di riconoscenza per averlo inizialmente favorito come scudo contro il bolscevismo, e dai quali non poteva esulare data l’ influenza che essi avevano nel sistema sociale italiano, come poi si rivelò prima con l’ omicidio di Giacomo Matteotti e poi con i fatti del 25 luglio 1943.

Solamente nella sua fase crepuscolare della Repubblica sociale italiana una volta fuori gioco molti di quei poteri ostracisti si poté proporre argomentazioni più ardite. I cardini su cui si rifondò la politica fascista riprendendo le posizioni del sansepolcrismo furono originati dal sincretismo tra teorici comunisti quali Nicola Bombacci, economisti eretici quali Giuseppe Spinelli e Giuseppe Solaro, politici quali Angelo Tarchi e Stanis Ruinas, e un poeta, Ezra Pound.
Essi furono:

Socializzazione
Corporativismo
Fiscalità monetaria


“I nostri programmi sono decisamente rivoluzionari le nostre idee appartengono a quelle che in regime democratico si chiamerebbero “di sinistra”; le nostre istituzioni sono conseguenza diretta dei nostri programmi; il nostro ideale è lo Stato del Lavoro. Su ciò non può esserci dubbio: noi siamo i proletari in lotta, per la vita e per la morte, contro il capitalismo. Siamo i rivoluzionari alla ricerca di un ordine nuovo
. Se questo è vero, rivolgersi alla borghesia agitando il pericolo rosso è un assurdo. Lo spauracchio vero, il pericolo autentico, la minaccia contro cui lottiamo senza sosta, viene da destra. A noi non interessa quindi nulla di avere alleata, contro la minaccia del pericolo rosso, la borghesia capitalista: anche nella migliore delle ipotesi non sarebbe che un’alleata infida, che tenterebbe di farci servire i suoi scopi, come ha già fatto più di una volta con un certo successo. Sprecare parole per essa è perfettamente superfluo. Anzi, è dannoso, in quanto ci fa confondere, dagli autentici rivoluzionari di qualsiasi tinta, con gli uomini della reazione di cui usiamo talvolta il linguaggio “
(Benito Mussolini, Milano, 22 aprile 1945[2])

Ma a causa delle vicende della seconda guerra mondiale nulla fu possibile sperimentare. La Repubblica Sociale Italiana scomparve e con essa ogni velleità di “terze vie”, il cui progetto fu portato avanti nel dopoguerra dal solo partito Movimento Sociale Italiano e altri gruppi minori. Fin quando con l’entrata nella NATO anche il MSI e con il simbolo di Destra Nazionale incominciò a cambiare rotta.

LE PRINCIPALI CLAUSOLE DEL TRATTATO DI PACE DEL 1947

CLAUSOLE TERRITORIALI
Art. 2
La frontiera fra l’Italia e la Francia, quale era alla data del I° gennaio 1938, sarà modificata nelle seguenti zone…
Il che significa perdita di zone di valore strategico ed economico Briga, Tenda ed i passi alpini in favore della Francia!
Art. 3
La frontiera tra l’Italia e la Jugoslavia sarà determinata come segue:
Il che significa perdita di altri più vasti territori in favore della Jugoslavia e città come Pola, Zara e Fiume!
Art. 4
La frontiera fra l’Italia ed il Territorio Libero di Trieste sarà fissata come segue:…
Il che significa che Trieste sarà città occupata e ciò durerà fino al 1955!
E la zona “B ” del TLT sarà poi annessa alla Jugoslavia.
Art. 14
L’Italia cede alla Grecia in piena sovranità le isole del Dodecaneso.
Si tratta di Rodi e di altre 12 isole dell’Egeo, che l’Italia aveva fin dal 1912, in seguito alla guerra italo-turca, e che non erano appartenute alla Grecia, ma alla Turchia!

CLAUSOLE POLITICHE
Art. 16
L’Italia non perseguirà né disturberà i cittadini italiani, particolarmente i componenti delle Forze Armate, per il solo fatto di avere, nel corso del periodo compreso tra il 10 giugno 1940 e la data dell’entrata in vigore del presente Trattato, espresso la loro simpatia per la causa delle Potenze Alleate ed Associate o di aver condotta un’azione a favore di detta causa.
E’ il famoso articolo 16, per cui chi ha tradito i propri compagni in armi, chi ha fatto la spia ed ha cercato di sabotare non può essere punito, così come lo è stato in tutti gli altri Paesi del mondo!
Art. 17
L’Italia che, in conformità all’art. 30 della Convenzione di Armistizio, ha preso delle misure per sciogliere le organizzazioni fasciste in Italia, si impegna a non tollerare la ricostituzione sul territorio di organizzazioni di questa natura, il cui scopo è quello di privare il popolo dei suoi diritti democratici.
Ciò sempre come espressione dello …”,affettuoso” interessamento degli anglo-franco-russo-americani nei riguardi del popolo italiano e dei suoi fatti interni!
Art. 23
L’Italia rinuncia a tutti i diritti e titoli sui possedimenti territoriali italiani in Africa, e cioè la Libia, l’Eritrea e la Somalia Italiana.
Questa clausola non si comprende bene se sia stata dettata dal desiderio di ridare la libertà ai popoli africani (ma l’esempio non è stato seguito dalla Francia e Inghilterra!) o di punire l’Italia per aver profuso tanto lavoro e benessere in decenni di sua colonizzazione!

CRIMINALI DI GUERRA
Art. 45
L’Italia prenderà tutte le misure necessarie per assicurare l’arresto e la consegna, in vista del loro giudizio:
a) delle persone accusate di aver commesso, ordinato dei crimini di guerra e dei crimini contro la pace e l’umanità, oppure di esserne stati complici;
b) dei cittadini di tutte le Potenze Alleate ed associati accusati di aver violato le leggi dei rispettivi Paesi commettendo degli atti degli atti di tradimento collaborando con il nemico durante la guerra.
L’Italia con funzioni di carceriere!

CLAUSOLE MILITARI
Art. 47
Il sistema delle fortificazioni e delle installazioni militari permanenti italiane lungo la frontiera franco-italiana, come pure i loro armamenti, saranno distrutti od asportati.
L’Italia non deve potersi difendere verso Occidente!
Art. 48
Tutte le fortificazioni ed installazioni permanenti italiane esistenti lungo la frontiera italo-jugoslava, compresi i loro armamenti, saranno distrutte od asportate.
Né deve potersi difendere verso Oriente!
Art. 49
Pantelleria, le isole Pelagie (Lampedusa, Lampione e Linosa), così come Pianosa (nell’Adriatico) saranno e rimarranno smilitarizzate.
Né può essere difesa dal mare!
Art. 50
In Sardegna tutte le postazioni permanenti d’artiglieria di difesa delle coste, così come i loro armamenti e tutte le installazioni navali situate a meno di 30 km. dalle acque territoriali francesi saranno o trasportati nell’Italia continentale o demoliti entro un anno dalla entrata in vigore del presente Trattato.
In Sicilia ed in Sardegna sarà proibito all’Italia di costruire qualsiasi installazione o fortificazione navale, militare o di aviazione militare.
E l’Italia non solo deve abbattere quello che c’è, ma anche deve esserle proibito di ricostruire qualsiasi opera di difesa!
Art. 51
L’Italia non possederà né fabbricherà: 1) alcuna arma atomica; 2) alcun proiettile automotore o comandato: 3) alcun cannone di una portata superiore a 30 km.
L’Italia deve essere quasi completamente disarmata!
Art. 55
In nessun caso un ufficiale o sottufficiale dell’antica milizia fascista, dell’antico esercito repubblicano fascista potrà essere ammesso a servire col grado di ufficiale o di sottufficiale nell’esercito, nella marina, o nell’aviazione italiana, come anche nei carabinieri, ad eccezione di quelli che saranno stati riabilitati dall’organo competente, in conformità della legge italiana.
Tanto timore di questi combattenti?!
Art. 56
La flotta italiana attuale sarà ridotta alle unità elencate all’allegato XII A.
Non molte! Infatti, la nostra flotta verrà ridotta principalmente a corvette e motosiluranti, in buon numero, oltre ad una settantina di dragamine, e a 4 cacciatorpediniere, 4 navi scorta, 3 incrociatori, 5 caccia, 3 avvisi scorta, 4 sommergibili, molte delle quali navi o dateci dall’America, o vecchio tipo, o in fase di allestimento o di rimodernamento.
Art. 61
L’esercito italiano, comprese le guardie di frontiera, sarà limitato ad una forza di 185,000 uomini ivi compreso il personale di comando, le unità combattenti e i servizi, ed a 65 mila carabinieri; tuttavia l’uno o l’altro di questi due elementi potrà variare di 10.000 uomini, purché gli effettivi globali non oltrepassino i 250.000 uomini.
Art. 64
L’aviazione militare italiana, ivi compresa tutta l’aeronautica navale, sarà limitata a 200 apparecchi da combattimento e da ricognizione ed a 150 apparecchi da trasporto, da salvataggio in mare, da istruzione (apparecchi scuola) e di collegamento.
Art. 71
I prigionieri di guerra italiani verranno rimpatriati non appena possibile, in conformità agli accordi conclusi fra ciascuna delle Potenze che detengono tali prigionieri e l’Italia.
L’impegno non è molto preciso: «non appena possibile». In Russia i prigionieri sono in gran parte scomparsi.

RIPARAZIONI E RECLAMI
Art. 74
Riparazioni per l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
L’Italia pagherà all’Unione Sovietica riparazioni per il valore di 100 milioni di dollari.
Questi pagamenti verranno effettuali durante un periodo di 7 anni.
Art. 76
L’Italia rinuncia, a nome del Governo Italiano e dei cittadini italiani, a far valere contro le Potenze Alleate ed Associate ogni reclamo di qualsiasi natura che risulti direttamente dalla guerra o da misure prese in seguito all’esistenza dello stato di guerra in Europa dopo il I° settembre 1939.
L’Italia rinuncia a tutto, l’Italia si assume ogni responsabilità!

Da L’Ultima Crociata

Da notare che in Parlamento Vittorio Emanuele Orlando, ex Presidente della Vittoria (1915-18), definì questo trattato sottoscritto dal Governo De Gasperi, «un atto di vergognoso servilismo allo straniero».

NUOVA CONTINUITA’ IDEALE N. 7-8-9 1997. Riportata a sua volta dall’Ultima Crociata.

DICHIARAZIONE DI MORTE PER IL DIKTAT
Vito Errico

Rifondare l’Italia. E’ l’imperativo cui deve ispirarsi ogni azione politica dopo la lunga, sordida e laida stagione dei partiti. Rifare la nostra Patria dopo il buio periodo in cui le fazioni cieche, il manicheismo partigiano, il maramaldismo dei vincitori, il nostalgismo dei vinti hanno messo in ginocchio, peggio che nella guerra perduta, la dignità di un popolo ormai agonizzante, debilitato dalle flogosi tribali seppure ipervitaminizzato da un processo consumistico che ne ha ingrassato la carne ma denutrito l’anima. Siamo all’Anno Zero. Per i partiti, cosche immonde di pustole suppurate, s’alza il de profundis. Ma da dove si ricomincia? Un principio ci deve essere per non scadere nell’iconoclastia sterile. E l’inizio deve aversi laddove incominciò la nostra fine di popolo e principiò lo scorrazzamento delle bande che, mentre la Patria era in guerra, si misero al servizio del nemico.
Strappiamo finalmente quel Trattato di Pace che in un mesto giorno, il 10 febbraio, 1947 e nella Città dei Lumi, sancì la nostra fuoriuscita dalla storia. Era l’epilogo d’una terrificante storia di morte culminata nel disastro dell’8 settembre per esplodere nel terrore e nella ferocia della guerra civile.
Perché ci si ostina ancora in trattazioni dal sapore falsamente stantio? Perché si è convinti che poca della nostra gente sa cosa ci sia scritto in quei 90 articoli del Protocollo. E tanti di quei disposti contengono la spiegazione di molte situazioni attuali, che sembrano inspiegabili. Si farà perciò in questa sede una carrellata di argomentazioni, sperando di dare un contributo, seppure modesto, infinitesimo, alla causa della rinascita della nostra Patria. E viva la convinzione che si è europei perché italiani. Il contrario non fa per noi.
Stracciare il Trattato di Parigi non significa però darsi in pasto al più becero revanchismo. Noi non militiamo nel partito dei dannunziani da scrivania. D’Annunzio resta un esempio di soldato. Smargiasso per quanto si vuole, ma alle parole faceva seguire i fatti e pagava di persona. Noi non rivendichiamo Briga e Tenda, Tien-Tsin e Chaberton. Nemmeno l’Istria. Noi prendiamo atto della storia e delle miserie dei suoi uomini. Le patrie si conquistano con il sangue, non con le sfilate e nemmeno con la logorrea. Ai primi sintomi dell’attuale crisi iugoslava occorreva approfittare. Ai dannunziani da scrivania occorre ricordare che D’Annunzio prese Fiume con un colpo di mano. Mano armata. Non con le interrogazioni parlamentari. Ciò detto, riprendiamo il filo del discorso affermando che ben altre sono le nostre rivendicazioni e si sostanziano nel perseguimento dell’autodeterminazione del nostro popolo, nella sovrana capacità di decidere, liberi dai ceppi che hanno fatto dell’Italia una colonia dell’Impero del Male.
Noi non abbiamo più conti in sospeso. I nostri debiti sono stati tutti onorati. Materialmente e spiritualmente. Il Trattato di Parigi c’impose il pagamento in sette anni di 360 milioni di dollari (valuta 1947) in conto di riparazione per danni di guerra alle nazioni vincitrici, a cui va aggiunta la perdita di proprietà delle installazioni e attrezzature industriali situate in territori ceduti, relative sia alla distribuzione dell’acqua, sia alla produzione e alla distribuzione del gas e dell’elettricità, più i beni delle società italiane in quei territori.
Cedemmo armamenti e impianti, frutto del lavoro italiano di generazioni. Non ci fu riconosciuta alcuna dignità di popolo. Il famigerato e mai abbastanza deplorato articolo 16 (“L’Italia non perseguirà né inquisirà i cittadini italiani, particolarmente i membri delle forze armate, per il solo fatto di avere, nel periodo compreso fra il 10 giugno 1940 e la data di entrata in vigore del presente Trattato, espresso la loro simpatia verso la causa delle Potenze Alleate e Associate o di avere svolto un’azione in favore di questa causa”) consacrò la “nobiltà” del traditore in genere e di quello militare in particolare.

Una richiesta sacrosanta che, per l’articolo 16, non potrà essere sodisfatta
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Da “Vox Populi” (lettere dai lettori)
I SABOTATORI NEL NOSTRO ESERCITO

In una delle ultime puntate della trasmissione “Pinocchio” (22 Settembre) un “signore”, di cui mi è sfuggito il nome, ha raccontato con enfasi, di due operai “rossi” che durante la guerra, lavorando in una fabbrica d’armi, sabotavano i cannoni in modo tale che dopo una dozzina di colpi quelle armi diventavano inservibili. Lo stesso “signore”, sempre con la stessa enfasi, ricordava che quelle armi, inservibili, contribuirono alla vittoria dei nostri nemici, in quanto utilizzate sui fronti russo e in particolare africano, dove mio zio Antonio Marchini morì combattendo in difesa della Patria lontana.
Ora, le madri, le mogli saprebbero, se fossero ancora in vita, chi ringraziare per la morte dei loro cari figli e mariti.
E’ mia intenzione denunciare per tradimento e concorso in assassinio quei due operai “rossi” e faccio appello a chi volesse unirsi alla mia iniziativa di contattarmi.

Edda Porrovecchio
via Giammarile 11, 00060 Castelnuovo di Porto (Rm)

UOMO QUALUNQUE N. 39. 8 Ottobre 1998.

Ma fece di più. Premise l’assurgere ai piani alti dello Stato di esseri abietti i quali, mentre un popolo moriva nelle sabbie dell’Africa, sugli altipiani della Grecia, nelle steppe della Russia, nei cieli infuocati, sopra e sotto i mari ribollenti, dietro i reticolati della terra, trescavano con il nemico. Valevano il costo di una pallottola nella schiena; li riconobbero come dignitari di Stato.
Noi ci siamo pagate (art. 71) a prezzi da strozzo, completamente in balia del volere dei “liberatori” “tutte le spese sostenute per il trasferimento dei prigionieri di guerra italiani, comprese le spese di mantenimento, da ogni rispettivo centro di rimpatrio, scelto dal Governo delle Potenze Alleate e Associate interessate, fino al luogo d’ingresso sul territorio italiano.” Pensarono a tutto, le Potenze Alleate e Associate. Con l’art. 76 lavarono i dubbi scrupoli di coscienza della divisione “Buffalo”, la famigerato unità che legherà il suo nome alla vergogna della Pineta di Tombolo, dove la carne e l’anima d’un popolo divennero merce di postribolo per placare i bassi istinti delle orde di occupazione. Legalizzarono il turpe operato del «X Tabor» marocchino, agli ordini del maggiore francese Poulet-Desbarens, che in Ciociaria e all’isola d’Elba si rese responsabile delle tristemente famose “marocchinate”. Lavarono l’onta di averci riportato la mafia in Sicilia e la camorra nel Napoletano. Ci costrinsero ad accettare che ” … l’Italia rinuncia, a nome del Governo e dei cittadini italiani a far valere contro le Potenze Alleate e Associate le rivendicazi risultanti dalla presenza, dalle operazioni o dall’azione delle forze armate o delle autorità di Potenza Alleata e associata sul territorio italiano”. Il generale Juin, comandante del Corpo di spedizione francese in Italia, è meno colpevole del maggiore Kappler? L’economia italiana fu ulteriormente devastata dall’immissione delle “am-lire” del valore di carta straccia. Ci obbligarono (art. 76 – capo 4) ad assumere “la piena responsabilità di tutta la valuta militare alleata emessa in Italia dalle Autorità Militari Alleate, ivi compresa tutta la valuta di questa natura in circolazione alla data dell’entrata in vigore del presente Trattato”. C’impiegheremo anni a riprenderci.
Lo meritavamo? Quando si perde, bisogna chinare il capo. Ma non «ci liberarono». Sostituirono soltanto le catene e le loro sono state più grevi. Perché le portiamo ancora ai polsi. E son passati cinquant’anni.
L’ingiustizia di quel Trattato, lo scempio del principio di diritto lo permearono totalmente. Quel che a noi vinti veniva vietato con l’art. 16, veniva ordinato con l’art. 45: “L’Italia prenderà tutte le misure necessarie per assicurare l’arresto e la consegna a scopo di giudizio […] dei cittadini di tutte le Potenze Alleate e Associate accusati di avere infranto le leggi dei loro paesi commettendo atti di tradimento o collaborando con il nemico durante la guerra” E’ la canonizzazione legislativa del calvario di Ezra Pound. E’ la condanna definitiva a marcire in terra sconsacrata delle povere ossa di Carmelo Borg Pisani, l’eroe martire del cappio di Sua Maestà Britannica. Non possiamo reclamare nemmeno le spoglie miseramente abbandonate sotto un cumulo di terra anonima da un fratello prete nel carcere di La Valletta. Borg Pisani, che amò l’Italia come null’altro.
In queste settimane il Tricolore è tornato a garrire nel cielo di Mogadiscio e si sa degli «screzi» fra italiani e americani, gli stupidi veti all’invio del contingente militare nostro, i pretesti accampati dai padroni a stelle e strisce per frenare l’intervento in una zona di naturale influenza italiana. La causa risiede nel disposto dell’art. 34 – II° capoverso del Trattato: “L’Italia rinuncia ugualmente a rivendicare ogni interesse speciale ed ogni influenza particolare in Etiopia.” Non ingannino i termini nomogeografici: l’Etiopia, nel 1947, comprendeva anche Eritrea e Somalia. E’ da ritenere apprezzabile la determinazione del ministro Andò: i soldati italiani sono di nuovo sul suolo africano, a dispetto dell’America e in nome di un vincolo storico che lega il nostro popolo al destino di quelle popolazioni.
Il Trattato di Pace limita fortemente l’esercizio della sovranità nazionale allorquando affronta gli aspetti militari dell’Italia. Qui è d’obbligo una premessa: non si auspica alcuna “politica delle cannoniere” né revanchismo antistorico. Tantomeno però si può condividere il pensiero di Cossiga che vuole “un Paese che non sarà una grande potenza politica, che non sarà una grande potenza militare e, forse, questa è una benedizione di Dio”. E’ meglio tener fuori da queste miserie umane l’Onnipotente e la potenza delle Nazioni la determinano gli uomini. Solo la rassegnazione è dei mediocri. Noi non vagheggiamo “volontà di potenza” ma è ora di mettere fine al nostro servaggio. Anche perché l’art. 46 (“Ciascuna delle clausole militari, navali e aeree del presente Trattato resterà in vigore fino a quando non sarà stata modificata, in tutto o in parte, per accordo fra le Potenze Alleate e Associate e l’Italia, o dopo che l’Italia sarà divenuto membro dell’ONU, mediante accordo fra il Consiglio di Sicurezza e l’Italia”) prevede la possibilità di revisione di queste clausole iugulatorie. Naturalmente deve essere l’Italia a riaprire il discorso perché non si può pensare che ci venga elargito quello che per mezzo secolo ci è stato negato. A S. Vito dei Normanni, in provincia di Brindisi, c’è una grande base militare USA che da qualche mese ha chiuso i battenti. L’esistenza di questo presidio di occupazione vietava all’Italia, a norma dell’art. 48 – capo 6 del Trattato, di costruire installazioni militari permanenti “nella penisola della Puglia, a est del meridiano 17′ 45′”. Questa base è terra italiana. La rivogliamo. Come rivogliamo la potestà a stabilire se in Sicilia e in Sardegna dobbiamo o meno avere installazioni militari. C’è una sottigliezza appena percettibile ma tanto penalizzante nell’art. 50 (“In Sicilia e in Sardegna tutte le installazioni permanenti così come il materiale destinati alla manutenzione e all’immagazzinamento di siluri, di mine marine e di bombe saranno, sia demoliti, sia trasferiti nell’Italia continentale nell’arco di tempo di un anno a partire dall’entrata in vigore del presente Trattato.”). L’applicazione di queste norme determina la mancata creazione di autosufficienza delle due maggiori isole italiane. L’aspetto geografico di esse, i larghi bracci di mare che le separano dal continente le condannano ad una caducità estrema. Mentre a La Maddalena possono tranquillamente albergare i sottomarini nucleari di zio Sam, fatto questo che dovrebbe contrastare con i disposti testé firmati nell’ambito dell’accordo italofrancese, che ha trasformato le Bocche di Bonifacio in un grande parco marino. Il Ministro dell’Ambiente Ripa di Meana dovrebbe fare mente locale su certi argomenti: se in quello Stretto è vietata la navigazione alle petroliere (fatto encomiabile) non vi possono scorrazzare ordigni alimentati ad energia nucleare.
Ci sono quattro articoli che pretendono di regolare i nostri affari con la Germania e il Giappone.
L’art. 52 c’impone il divieto d’acquisto “all’interno o all’estero di materiale bellico d’origine tedesca o giapponese, così come la costruzione su piani tedeschi o giapponesi, così come la fabbricazione di questo materiale.”
L’art. 68 ci vincola a collaborare con le Potenze Alleate e Associate “allo scopo di mettere la Germania e il Giappone nell’impossibilità di adottare, fuori dai territori tedesco e giapponese, misure tendenti al loro riarmo”.
L’art. 69 impegna l’Italia “a non autorizzare, sul territorio italiano, né l’impiego né la preparazione di tecnici, compreso il personale dell’aeronautica militare e civile che sono o sono stati cittadini tedeschi e giapponesi.” L’art. 70 ci intima “a non acquistare o fabbricare alcun aereo civile di modello tedesco o giapponese, o dotato di importanti elementi di fabbricazione o di progettazione tedesca o giapponese”. Siamo completamente asserviti all’industria americana. I proventi del nostro lavoro devono per forza finire fra le grinfie della McDouglas, della Lockheed e della Rockwell. Sono i sacerdoti dell’economia di mercato e poi agiscono in regime di monopolio. Bolscevizzazione del capitalismo. Chi può ancora sostenere che non siamo un popolo di servi? E se dovesse capitare che la Germania e il Giappone dovessero rivedere alcuni loro comportamenti, com’è sicuro che avverrà, dovremo rischiare in proprio, aggiungere al danno la beffa? Le limitazioni imposteci cinquant’anni fa non hanno più forza di esistere. Noi abbiamo già dato.
La flotta italiana non ha più navi d’altura; l’ultima è andata in disarmo qualche mese fa. Non ci sono rimpiazzi. Perché? Non è l’art. 59 comma 1 che vuole ” … l’Italia non costruirà, acquisterà o rimpiazzerà alcuna nave da battaglia”? La Marina Italiana ha varato l’incrociatore «tutto ponte» G. Garibaldi. E’ l’ammiraglia della flotta italiana. In realtà è una piccola portaerei, che doveva appaiarsi al gemello G. Mazzini, ancora a livello di progetto. Una portaerei abbisogna di aerei. Dovevano essere acquistati i «Sea Harrier» a decollo verticale. Non s’è fatto più nulla «per mancanza di fondi». Non è entrato in vigore il disposto dell’art. 59 comma 2 che recita: “L’Italia non costruirà, acquisterà, utilizzerà o sperimenterà alcuna portaerei ( … )”?
L’aviazione non se la passa meglio.
L’art. 64 vuole che sia limitata “a 200 apparecchi da caccia e da ricognizione e da 150 apparecchi da trasporto, da salvataggio in mare, da istruzione e da collegamento. In queste cifre totali saranno compresi gli apparecchi di riserva. L’Italia non possiederà o acquisterà alcun apparecchio progettato essenzialmente come bombardiere ( … )”. Quando in Iugoslavia cadde un C130 Hercules italiano carico di coperte, e l’equipaggio perì, la stampa gridò allo scandalo perché l’aereo era disarmato, contrariamente agli stessi modelli di altre nazionalità. E si gridò alla solita inefficienza italiana. Non si tratta di tanto. E ben altro. Infatti il già citato art. 64 impone: “Eccezion fatta per gli aerei da caccia e da ricognizione, nessun apparecchio sarà munito di armamento.” Il CI 30 è un aereo da trasporto. Ecco cosa siamo: bersagli mobili e carne da cannone. Ma c’è di più. La nostra aviazione, oltre ad essere inservibile in quanto a vetustà dei velivoli, non potrà mai essere efficiente. Il comma 2 dell’art. 65 prevede che “nessuna forma di istruzione militare o aeronautica sarà data a persone non facenti parte dell’A.M.I.”. Che significa? Innanzitutto che non ci è consentito il mantenimento di una riserva. La maggior parte dei piloti è composta di complementi che dopo cinque anni di ferma lasciano il servizio militare, allettati dalle cospicue somme che l’aviazione civile elargisce loro. Quando un pilota dismette “le stellette” non può più essere richiamato per corsi di aggiornamento in quanto “non facente parte dell’A.M.I.”. Si arguisce che succede specie in un campo in cui l’evoluzione tecnologica è quasi quotidiana. Dell’esercito è meglio tacere. Non possiamo avere cannoni di gittata superiore a 30 km (art. 51) e più di 200 carri armati e medi (art. 54). L’art. 61 fissa l’organico dell’Esercito in 250 mila uomini, compresi i Carabinieri e la Guardia di Finanza. Non possono esistere riserve gesuiticamente vietate dall’art. 63 (“Non sarà data alcuna forma di istruzione militare, a personale non facente parte dell’esercito italiano e dei Carabinieri»”).
La disamina, sia pure non approfondita, si conclude qui. Le considerazioni ulteriori le lasciamo al lettore. E ci piacerebbe che si aprisse un dibattito al riguardo. Quel che si vuole rimarcare è un dato, sul quale si vuole insistere seppure ripetitivo. Noi non auspichiamo alcun riarmo. Possiamo decidere anche di sciogliere le Forze Armate Italiane. Ma rivendichiamo il diritto di farlo da noi. Come popolo sovrano. Senza che alcuno c’imponga più quel che dobbiamo o non dobbiamo fare.
Quando le chiavi dell’uscio sono in mani altrui, non si può invocare la violazione di domicilio. In casa propria non si può vivere da famigli. Questo accade quando «chi non sa comandare, va a servire».

TABULA RASA N. 1. 31 Gennaio 1993.

http://www.italia-rsi.org/vittoriail25aprile/trattatodipace47.htm#principaliclausole

CHI VOLLE LA GUERRA CIVILE E PERCHE’?

L’AZIONE DI ROTTURA DEL PCI Come il Partito comunista agì freddamente non per la “liberazione” d’Italia ma per portare il Paese nella guerra civile e attraverso questa raggiungere posizioni egemoni. (Dall’opera STORIA DELLA GUERRA CIVILE IN ITALIA 1943-1945 di Giorgio Pisanò. Cap. VI. Eco Edizioni 1999) PER ORDINAZIONI DELL’OPERA VEDI CATALOGO DELLA ECO EDIZIONI
Giorgio Pisanò
Mussolini torna alla ribalta della scena politica annunciando un audace e rivoluzionario programma di riforme sociali che suscitano il diffuso interesse della classe lavoratrice – I “Diciotto punti di Verona” – L’azione di governo della RSI determina nel Paese un clima di attesa – L’ordine pubblico torna ovunque alla normalità – L’83 per cento dei giovani chiamati alle armi si presenta ai distretti – Per impedire che il nuovo Stato repubblicano fascista si consolidi definitivamente, il PCI crea i “Gruppi d’azione patriottica” (GAP) ai quali affida il compito di colpire a morte capi e gregari del.fascismo repubblicano, per determinare così le rappresaglie e creare le premesse della guerra civile – Lo spietato calcolo comunista ottiene il risultato voluto e il Paese precipita nel baratro della lotta. fratricida. San Godenzo (Firenze), 7 novembre 1943. Il corpo di uno dei quattro fascisti uccisi quel giorno dai gappisti fiorentini agli ordini di Alessandro Sinigaglia. Il mese di novembre del 1943 vide l’organizzazione terroristica del Partito comunista, i GAP (Gruppi di azione patriottica), passare all’offensiva in tutte le principali città dell’Italia centro-settentrionale. Il compito dei GAP era semplice e terribile: scatenare a tutti i costi la guerra civile sul territorio della RSI.

Ai primi di ottobre del 1943, la situazione, in Italia, poteva dirsi notevolmente consolidata. Le divisioni angloamericane, esaurito lo slancio iniziale che le aveva portate allo sbarco di Salerno e al controllo della Calabria, delle Puglie, della Lucania e di parte della Campania, segnavano il passo validamente contenute dalle truppe germaniche. Nelle restanti regioni della Penisola, e specie da Roma in su, la fulminea occupazione tedesca, la liberazione di Mussolini e l’immediata costituzione del nuovo Stato fascista repubblicano, avevano condotto ad un rapido ristabilimento dell’ordine pubblico determinando, sia pure in un clima di stupefatta rassegnazione, una realtà non del tutto negativa ai fini di una ripresa fascista.
La tesi, oggi ufficialmente sostenuta, che il ritorno di Mussolini al potere sia stato subito osteggiato, con ogni mezzo, da tutti gli italiani rimasti dopo l’8 settembre sotto il controllo germanico, non è suffragata, infatti (e l’abbiamo ampiamente dimostrato nel 40 capitolo), da alcuna seria e attendibile documentazione. Una fredda e spassionata analisi degli avvenimenti che si verificarono in quei giorni nell’Italia centrosettentrionale, dimostra invece che la ricomparsa del capo del fascismo sulla scena politica suscitò, nella assoluta maggioranza della popolazione, uno stato d’animo d’attesa nel quale la diffidenza verso il nuovo fascismo e l’avversione contro il tedesco occupante si temperavano però in una certa fiducia per quello che avrebbe potuto fare, di positivo, l’ “uomo” Mussolini. L’analisi degli avvenimenti dimostra, inoltre, che questa fiducia andò gradatamente solidificandosi al punto che i comunisti, rendendosi conto del pericolo che tale fenomeno costituiva per lo sviluppo della loro azione, non esitarono, come documenteremo in questo capitolo, a scatenare la guerra civile.
Il fatto è che il nuovo Stato fascista con a capo Mussolini non poteva presentare, agli occhi della maggioranza degli italiani, le caratteristiche e il significato, indubbiamente negativi, attribuibili a tutti i governi “collaborazionisti” artificiosamente creati dai tedeschi nei Paesi (Olanda, Norvegia, .Croazia, Slovacchia ecc.) da loro occupati. Mussolini non poteva essere paragonato a Quisling (131): il suo ritorno al potere in Italia disturbava anzi moltissimo i piani dell’Alto comando germanico e dei capi nazisti che avrebbero voluto “punire” in maniera “esemplare” il nostro Paese. Mussolini, agli occhi degli italiani, non era un qualsiasi capo partito imposto al governo dall’invasore: era pur sempre l’uomo che aveva governato la Nazione per vent’anni dopo averla salvata dal pericolo bolscevico; l’uomo che era stato estromesso dal potere non in seguito ad una rivolta di popolo ma attraverso una congiura di palazzo; l’uomo, infine, che, godendo della stima e dell’amicizia incondizionate di Hitler poteva arginare e contenere, lui solo, la rappresaglia e la prepotenza tedesca in terra italiana.
Ma ben altri elementi giocavano a favore di un ritorno di Mussolini. Prima di tutto il fallimento totale dell’azione condotta dalla Monarchia e da Badoglio dopo il colpo di Stato del 25 luglio. Gli italiani, infatti, non potevano certo dimenticare che tutte le speranze di una rapida conclusione del conflitto suscitate dal crollo del regime fascista, erano state distrutte, annullate, dalla insipienza e dalla incoscienza di coloro che avevano sostituito Mussolini al governo ottenendo il tragico risultato di trasformare il Paese in un campo di battaglia per eserciti stranieri.
Altro elemento favorevole era costituito dal fatto che, riparando al Sud sotto la protezione degli angloamericani, il governo del Re, pur rappresentando, da un punto di vista meramente giuridico, la continuità legale dello Stato, aveva perso ogni effettiva autorità su almeno quattro quinti del territorio nazionale.
Un ultimo elemento positivo derivava infine dalla impossibilità in cui si trovavano in quei giorni i partiti antifascisti di rappresentare, di fronte agli italiani, il Paese “legale” in opposizione al nuovo regime fascista. Bisogna -ricordare, infatti (vedere cap. 1°, pag. 7-20), che alla data del 25 luglio 1943 le organizzazioni antifasciste (PCI compreso) contavano complessivamente nel Paese poco più di duemila iscritti “attivi”, e che la breve durata del periodo badogliano non aveva permesso loro di potenziarsi nè di riassumere le funzioni previste dallo Statuto. In queste condizioni i partiti antifascisti non avevano alcuna possibilità di influire in maniera determinante sull’opinione pubblica, nè, tanto meno, di costituire una forza legale capace di imporre la propria volontà ai cittadini. L’unica eccezione, in questo senso, era costituita dal PCI che, grazie alla sua piccola, ma già collaudata e robusta organizzazione, poteva diventare, tra le masse operaie, il vessillifero di un nuovo tipo di sovranità: quella proletaria.
Alla sensibilità politica di Mussolini non sfuggirono naturalmente tutte possibilità insite nella esplosiva e drammatica realtà del momento: e queste possibilità influenzarono in maniera decisiva le scelte del capo del fascismo. Pienamente cosciente di quanto gli avvenimenti avessero scosso il suo prestigio; intimamente convinto, tra l’altro, che la vittoria (salvo soluzioni miracolistiche nelle quali credeva molto poco) fosse già sfuggita dalle mani delle potenze dell’Asse, Mussolini intuì in maniera chiarissima quale fosse il ruolo che il destino gli permetteva ancora di giocare sulla ribalta della storia. Egli comprese cioè che il suo ritorno puro e semplice al governo di un’Italia ridotta in brandelli e ormai sottoposta al controllo tedesco, avrebbe contribuito ad affossarlo definitivamente nel ricordo e nella considerazione che ancora potevano avere di lui gli italiani, anche se, dal punto di vista contingente, la sua funzione di “argine” al dilagare della brutale invadenza tedesca in Italia si rivelava insostituibile; comprese inoltre che la proclamazione di una repubblica fascista, dopo l’autoeliminazione della Monarchia, non sarebbe stata sufficiente a conferire una validità storica al suo ritorno sulla scena politica; comprese infine che questa validità avrebbe trovato la sua consacrazione solo se egli fosse riuscito a riportare il movimento fascista alle origini e a fare, del nuovo Stato repubblicano, lo strumento capace di realizzare quelle riforme socialmente rivoluzionarie che venti anni di compromessi con la Monarchia e con la classe dirigente liberalcapitalista italiana gli avevano costantemente impedito di attuare. Questa esigenza spiega la vera ragione per cui Mussolini volle definire e denominare “sociale” la nuova repubblica, e non “fascista”, come invece pretendevano gli estremisti imbevuti di romanticismo. Quel “sociale” stava a significare che egli intendeva creare un nuovo Stato, ben diverso da quello tradizionale a struttura capitalistica, ma anche tale da superare, proprio in virtù di una moderna concezione della vita e dei rapporti nella sfera economica e sociale, le soluzioni offerte dalla dottrina marxista-leninista.
Il necessario avere ben presente questo indirizzo decisamente impresso da Mussolini alla sua nuova azione di governo, se si vuole comprendere fino in fondo ciò che accadde nel territorio della Repubblica sociale tra l’ottobre e il dicembre del 1943 e afferrare i motivi più riposti che spinsero il PCI a lanciare all’attacco le sue squadre terroristiche per scatenare la guerra civile.
La politica sociale attuata dal capo del fascismo dopo l’8 settembre non costituì infatti un bluff giocato ai danni delle classi lavoratrici; non rappresentò un espediente propagandistico escogitato per “tenere buoni” gli operai. Questa tesi, ancora oggi aspramente sostenuta da tutto lo schieramento antifascista e, per quanto possa sembrare assurdo, anche da taluni fascisti repubblicani che, evidentemente, non afferrarono bene, nè allora nè dopo, il motivo fondamentale dell’azione di governo mussoliniana durante la RSI, è smentita in maniera drastica dagli avvenimenti che si verificarono nell’inverno del 1943. Se così infatti fosse stato, se cioè la ” socializzazione ” (132) avesse costituito un semplice espediente propagandistico, non si sarebbe sviluppata (come documenteremo nel 23° capitolo, dedicato ai rapporti tra RSI e industriali) la vasta opera di intimidazione e di pressione condotta dalla classe imprenditoriale italiana, anche e soprattutto per mezzo delle autorità tedesche, allo scopo di impedire a Mussolini la promulgazione delle leggi relative; soprattutto, ripetiamo, non si sarebbe scatenata la spietata azione del PCI tendente a gettare il Paese nel caos e sabotare così i piani di Mussolini. La verità è che la “socializzazione” non rappresentò solo la sintesi del pensiero mussoliniano in materia di riforme, ma costituì anche, per quanto riguarda il momento politico contingente, il più temibile siluro che il capo del fascismo poteva lanciare contro il PCI.
Il necessario tenere presente, infatti, che il PCI, già durante i 45 giorni di Badoglio, aveva adottato la politica del “fronte nazionale” allo scopo di mascherare, attraverso uno pseudo allineamento con le posizioni “democratiche” e conservatrici degli altri partiti antifascisti, le proprie, autentiche finalità sovversive e conquistare così gradatamente le posizioni chiave cui ambiva. Tale politica, però, data la necessità di non sollevare eccessivi sospetti negli strati più reazionari del capitalismo italiano, cui garbava moltissimo quel comunismo così “addomesticato”, costringeva il PCI a comprimere al massimo la sua tradizionale azione anticapitalista tra le masse operaie.
Mussolini, che per la sua esperienza di antico marxista conosceva a fondo le esigenze di lotta del PCI, si rese conto immediatamente che i comunisti, una volta imboccata la politica del “fronte nazionale”, diventavano molto vulnerabili: se egli infatti fosse riuscito a realizzare un programma sociale di ampio rinnovamento, il Partito comunista, costretto da quel tipo di politica a restare allineato con i ceti capitalistici nella difesa del più vieto conservatorismo, non sarebbe riuscito a penetrare vittoriosamente tra le masse popolari, e le possibilità di presa del nuovo fascismo sulla classe lavoratrice si sarebbero così moltiplicate con conseguenze veramente imprevedibili. In altre parole: la ” socializzazione ” avrebbe permesso al capo del fascismo non solo di attuare compiutamente i suoi piani di riforma, ma anche di neutralizzare, nello stesso tempo, il pericolo marxista, “scavalcando a sinistra” il PCI. E, una volta neutralizzato il PCI, il problema dell’ordine interno e del consolidamento definitivo della Repubblica sociale sarebbe stato praticamente risolto, offrendo inoltre a Mussolini la possibilità di trattare con i tedeschi su un piede di sempre maggiore parità: gli altri partiti dello schieramento antifascista, anche se messi tutti insieme, non costituivano infatti, considerata l’esiguità delle loro forze e la quasi totale mancanza di presa sull’opinione pubblica, una preoccupazione eccessiva.
Ma i comunisti avrebbero subìto passivamente l’iniziativa mussoliniana? Quali armi avrebbero sfoderato per impedire al nuovo fascismo di conquistare la simpatia, o perlomeno, la benevola neutralità delle masse operaie? Non era facile, in quei primi giorni dell’ottobre 1943, dare una risposta a domande del genere e Mussolini, che avvertiva da mille chiari sintomi come il tempo non lavorasse a suo favore, passò all’immediata realizzazione dei suoi piani. Alla nomina dei ministri e dei sottosegretari (vedere cap. 50, pag. 98), seguirono subito le nomine dei “capi provincia”, mentre il Maresciallo Graziani, coadiuvato dal nuovo capo di Stato maggiore dell’esercito, generale Gastone Gambara, si dedicava alacremente alla ricostituzione delle forze armate.
Nello stesso tempo, Mussolini sferrò un primo attacco contro gli esponenti del grande capitalismo italiano da lui considerati tra i maggiori responsabili del sabotaggio alla guerra e tra i principali fautori della resa incondizionata agli angloamericani. Queste misure, che il segretario del PFR, Alessandro Pavolini, definì di “profilassi sociale”, portarono a numerose denuncie e all’arresto di grossi nomi dell’industria. Tra i più colpiti furono il conte Giovanni Armenise, ex presidente della Banca dell’agricoltura; il conte Gaetano Marzotto di Valdagno (133); i fratelli Perrone proprietari del Messaggero di Roma e del Secolo XIV di Genova; il senatore Vittorio Cini (134); il conte Giuseppe Volpi di Misurata (135) e l’armatore Achille Lauro (136). Quest’ultimo venne persino accusato dalla stampa fascista di essersi impadronito, durante la guerra italo-etiopica, di una flotta di 50 piroscafi.
Sempre in quei giorni, gli organismi sindacali fascisti organizzarono un forte movimento per la costituzione delle Commissioni interne in tutte le aziende di media e grande importanza. Agli operai venne riconosciuto il diritto di nominare direttamente, con regolari votazioni, i propri rappresentanti, con la libertà di sceglierli anche tra coloro che non avessero aderito al Partito fascista repubblicano. L’iniziativa suscitò il diffuso interesse delle masse operaie: chiamate a votare, le maestranze di alcuni grandi complessi (la Caproni di Milano e la ILVA di Novi Ligure, per esempio) parteciparono in massa alle elezioni. Risultarono così designati, quali componenti delle Commissioni interne, anche elementi notoriamente antifascisti.
Il profondo significato politico di queste disposizioni non sfuggì all’opinione pubblica e scatenò violente discussioni in seno al fascismo repubblicano. Era chiaro, infatti, che l’introduzione nelle aziende della libera scelta elettorale (sia pure limitata al campo sindacale) non poteva restare fine a sè stessa: il principio, che sovvertiva e annullava il sistema gerarchico della “imposizione dall’alto” sul quale si erano retti durante l’intero Ventennio la struttura e l’organizzazione del regime e del partito, avrebbe finito prima o poi con l’essere inevitabilmente applicato anche a tutti gli altri settori della vita pubblica. Ma sequesta prospettiva incontrò il favore del cittadino medio, non trovò invece consenziente una vasta aliquota del PFR. Non bisogna mai dimenticare, infatti, che gli iscritti al nuovo partito non costituivano una categoria omogenea, politicamente inquadrata in una visione unitaria della società e delle soluzioni da dare ai grandi problemi sociali e politici del momento. Il fascismo repubblicano fu, essenzialmente, un fenomeno di ribellione a quanto era accaduto l’8 settembre. Il PFR rappresentò soprattutto, per coloro che vi aderirono, la disperata barricata sulla quale bisognava difendere fino alla morte ” l’onore della bandiera calpestata dal tradimento di Badoglio “; l’ultima trincea nella quale battersi per “rivendicare agli occhi del mondo la dignità del nostro popolo e di ogni singolo italiano” e “difendere la civiltà occidentale e cristiana dall’assalto del Bolscevismo”: questo spiega anche il motivo per cui, dopo l’8 settembre, diventarono fascisti anche molti che fascisti non erano mai stati.
Ma se questo era il cemento che univa tutti i fascisti repubblicani, è necessario anche precisare che sul piano ideologico e dottrinario la confusione, nelle file del PFR, era davvero notevole. La maggioranza dei fascisti, infatti, non era disposta ad accettare o ad intavolare alcuna discussione; questi uomini sostenevano che non vi era tempo per le chiacchiere, che bisognava punire i traditori, combattere l’invasore, dimostrare che gli italiani non erano un branco di vigliacchi capaci solo di pugnalare alle spalle i loro alleati. Alle discussioni, alle riforme, ci si sarebbe pensato poi, a guerra finita e se si fosse vinto.
Gli altri, coloro cioè che consideravano il fascismo soprattutto come un movimento ideologico in piena, positiva evoluzione nonostante la grandissima crisi che l’aveva scosso nel luglio precedente, e intendevano quindi approfondire tutti gli aspetti di questa crisi e di questa evoluzione, erano, a loro volta, suddivisi in correnti più o meno consistenti. Alla unanimità nel considerare irrevocabilmente finito col 25 luglio il fascismo del Ventennio (quello del grande partito unico, della gerarchia delle divise d’orbace, e così via), non corrispondeva infatti altrettanta unanimità per quanto concerneva l’organizzazione del nuovo partito e la funzione che questo avrebbe dovuto svolgere nell’ambito dello Stato repubblicano e sociale. Partito unico o no? Il dilemma, in fondo, era tutto lì: con il partito unico si sarebbe tornati, inevitabilmente, agli errori, alle sfasature, alle incongruenze che avevano determinato, la notte del 25 luglio, il crollo, senz’altro inglorioso, del PNF. Ma la pluralità dei partiti avrebbe portato nuove forze alla ribalta e tolto ai fascisti la possibilità di tenere sotto il loro completo controllo l’apparato dello Stato. Pochi, molto pochi, si schierarono su una posizione di totale superamento, sostenendo che nel nuovo Stato repubblicano e sociale delineato da Mussolini la circolazione delle idee e il continuo ricambio della classe dirigente, sarebbero stati garantiti dai nuovi organismi, espressi direttamente dalle categorie produttrici, con il risultato di svuotare così di ogni funzione i partiti, tutti i partiti, compreso quello fascista.
La decisione di ammettere la costituzione e il funzionamento di Commissioni interne liberamente elette arroventò la polemica trasformandola spesso in un fatto di generazione: i vecchi fascisti, strenui difensori del regime del Ventennio, contro i giovani, decisamente schierati su posizioni nuove. Di questa polemica, che scavò un solco tra moderati e intransigenti, e che si dilatò comprendendo, ovviamente, tutti i motivi possibili e immaginabili di discussione esistenti sul tappeto in quel momento così drammatico, resta amplissima traccia nelle pubblicazioni fasciste del tempo.

I 18 PUNTI DI VERONA
Ma fu una polemica che se non risolse i problemi (molti dei quali praticamente irrisolvibili) del fascismo repubblicano, giovò indubbiamente all’azione di governo di Mussolini: l’opinione pubblica, infatti, avvertì, sia pure inconsciamente e, ripetiamo, in un’atmosfera sempre viva di diffidenza, che qualche cosa di nuovo e di valido si stava manifestando nel nuovo fascismo. Questa sensazione crebbe d’intensità quando venne divulgato il testo dei “Diciotto punti di Verona” e furono annunciate importanti provvidenze a favore delle categorie lavoratrici.
I “Diciotto Punti di Verona”, che costituiscono l’ossatura delle riforme mussoliniane e che i fascisti repubblicani superstiti considerano oggi il testamento politico del capo del fascismo (137) vennero approvati nel corso del primo congresso del PFR che si tenne a Verona il 14 novembre 1943. Approvati, occorre specificarlo, senza discussione di sorta da un’assemblea che rifletteva drammaticamente l’esasperazione, le contraddizioni, l’intransigenza del fascismo repubblicano, e nel corso della quale alcuni delegati giunsero a invocare, tra l’altro, l’abolizione della proprietà privata; l’immediata fucilazione dei diciannove componenti del Gran Consiglio del Fascismo, e in particolar modo di Galeazzo Ciano, responsabili primi del , colpo di Stato del 25 luglio; la fucilazione altrettanto immediata di tutti quegli ex gerarchi di notorietà nazionale che dopo l’8 settembre si erano ben guardati dall’aderire al Partito fascista repubblicano; l’allontanamento dal servizio attivo di tutti gli ufficiali da tenente colonnello in su, e la nomina a comandanti di reggimento di ufficiali inferiori, provenienti da reparti di prima linea, e di sicurissima fede fascista e repubblicana.
Del clima ribollente (mentre si discuteva giunse la notizia, come vedremo, che il federale di Ferrara era stato trovato assassinato) e della scarsa sensibilità politica dimostrata da buona parte dei delegati, l’opinione pubblica non venne però edotta e i “I Diciotto punti”, divulgati con ogni mezzo quale espressione della volontà del nuovo fascismo repubblicano, suscitarono non poca perplessità e numerosi interrogativi. Molti incominciarono a pensare che, in fin dei conti, la guerra non era ancora finita, che Mussolini aveva ancora qualche possibilità di restare al potere e che, se ciò fosse accaduto, quei “Diciotto punti” contenevano qualche cosa di più di una vaga promessa. Contenevano delle soluzioni nettamente e squisitamente rivoluzionarie, dove le esigenze del singolo e della collettività trovavano il loro punto di incontro e di fusione nel pieno rispetto della libertà e della dignità umana.
Subito dopo il congresso di Verona vennero anche annunciati i provvedimenti a favore delle categorie lavoratrici: aumento di tutti i salari in una misura non inferiore al 30 per cento; aumento della razione base di pane per gli operai e per i ragazzi fino ai 18 anni da 200 a 275 grammi giornalieri; distribuzioni straordinarie a favore dei lavoratori di patate, olio, sale, sigarette, vino, legna da ardere, scarpe e abiti da fatica; aumento della gratifica natalizia, fino a quel momento conteggiata in 48 ore di paga, a 192 ore (138). I poteri delle Commissioni interne, infine, vennero allargati e rafforzati. Alle tradizionali funzioni di tutela degli interessi delle maestranze e di vigilanza sull’applicazione dei contratti di lavoro, si aggiunsero compiti di polizia annonaria e di controllo dei prezzi.
Questi provvedimenti, sia chiaro, non attenuarono di molto i disagi e le sofferenze della classe lavoratrice, dato che lo stato di guerra e la politica di requisizioni condotta dai tedeschi a danno dell’economia nazionale non potevano permettere un rapido miglioramento delle condizioni di vita degli operai: essi, tuttavia, ebbero il potere di accentuare gradatamente, durante i mesi di ottobre e di novembre, quel senso di interesse che le iniziative politiche e sociali di Mussolini avevano suscitato fin dal primo momento. Se a ciò si aggiunge il fatto che, in quelle prime settimane di vita del nuovo Stato repubblicano, i partiti antifascisti restarono praticamente assenti e le autorità fasciste riuscirono sempre più a sganciarsi dalla pesante tutela germanica (il 25 ottobre, tra l’altro, il governo del Reich ordinò il ritiro dei “marchi di occupazione” posti in circolazione in Italia un mese prima), si può facilmente convenire che, in quei giorni, le possibilità di un ampio consolidamento della RSI aumentarono notevolmente.
In quella atmosfera insperatamente favorevole, Mussolini giocò un’altra grande carta: il richiamo alle armi delle classi 1923-’24 e ’25. Si è molto discusso su questa decisione di Mussolini e si sostiene che, in pratica, il richiamo delle tre classi si trasformò in una formidabile arma nelle mani degli antifascisti che convinsero i giovani alla diserzione e li inquadrarono nelle brigate partigiane. Anche nelle file del fascismo repubblicano, in realtà, il provvedimento non venne accolto con eccessivo entusiasmo: gli intransigenti, vale a dire la maggioranza dei fascisti, insorsero affermando di non volere dei richiamati tra i piedi e chiesero che l’esercito fosse un esercito di partito, composto cioè solo di volontari: «Chi non sente la necessità morale e spirituale di impugnare le armi in difesa della Patria tradita, se ne stia a casa», fu scritto su quasi tutti i giornali fascisti «poi faremo i conti».
Mussolini, però, fu irremovibile e, sotto il profilo squisitamente politico, è difficile dargli torto. Egli sapeva benissimo che la relativa autonomia di cui godeva il suo governo nei confronti degli alleati-occupanti germanici non derivava tanto dalla forza specifica sottoposta al suo comando, quanto dall’amicizia e dalla stima che Hitler gli aveva conservate. E sapeva che per fare veramente della sua Repubblica sociale un soggetto attivo di storia, in grado di svolgere una propria funzione nel quadro dell’immane tragedia che sconvolgeva la Europa, era assolutamente necessario costruire (anche e soprattutto contro gli interessi egoistici dei tedeschi, interessati a mantenere l’Italia da loro occupata in una situazione di assoluta dipendenza) un esercito efficiente e perfettamente disciplinato.
L’attuazione di un simile obiettivo, inoltre, voleva dire, da un punto di vista più generale, che la RSI acquistava in tutto e per tutto il carattere di uno Stato sovrano accettato, come tale, dalla stragrande maggioranza del popolo italiano, classe lavoratrice inclusa.
Una conferma dell’eccezionale significato che Mussolini attribuiva al richiamo delle classi si può trovare nella lettera che egli inviò il 1° novembre a Hitler, tramite il generale delle SS Wolff. In questa lettera si legge infatti: «Tra pochi giorni dovranno presentarsi alle caserme i giovani di leva. Se si presenteranno al completo, questo sarà il segno decisivo che la crisi è superata…». Per invogliare i giovani a rispondere compatti al bando di chiamata, ma anche per confermare che un nuovo costume si stava affermando con la Repubblica sociale, il governo stabili che il trattamento economico sia degli ufficiali che dei soldati fosse parificato a quello in vigore nelle forze armate tedesche. Stabilì inoltre che il rancio fosse unico sia per gli ufficiali che per i soldati e unico il tipo di stoffa con cui confezionare le divise. Vennero aperti inoltre dei locali, riservati esclusivamente alle forze armate, nei quali ufficiali e soldati, pur rispettando le formalità imposte dalla disciplina, sedevano agli stessi tavoli: Da notare che, contemporaneamente al richiamo delle classi, venne diramato l’ordine a tutti i militari in servizio alla data dell’8 settembre, di presentarsi ai rispettivi distretti entro il 25 novembre per regolarizzare la propria posizione ed essere posti in congedo illimitato.
La risposta data dai giovani di leva e dai militari delle classi anziane ai provvedimenti emanati dal governo della RSI superò ogni ottimistica previsione. La quasi totalità degli sbandati si presentò ai distretti e l’afflusso dei giovani richiamati fu massiccio quasi ovunque. Nonostante lo sforzo compiuto dalla propaganda antifascista per spingere i giovani alla diserzione, alla data del 30 novembre, ultimo giorno utile per presentarsi ai depositi, l’83 per cento dei richiamati aveva risposto all’appello. Lo conferma autorevolmente lo storico inglese antifascista F. W. Deakin (vedere cap. 50, pag. 94), nel suo libro “I seicento giorni di Salò” (Ed. Einaudi, 1963) là dove scrive: «I giovani risposero quasi al completo in Emilia, la regione tradizionale del socialismo “rosso”. Si trattava forse di una reazione contro il passato del fascismo? Graziani ne era convinto. Altrove la percentuale dei giovani che si presentarono variava da luogo a luogo, ma la risposta fu generalmente promettente».
Alla fine di novembre del 1943, quindi, il nuovo Stato repubblicano creato da Mussolini sulle ceneri della capitolazione sembrava destinato a consolidarsi ulteriormente e definitivamente: tutti i settori dell’amministrazione statale avevano ripreso a funzionare; il rialzo dei prezzi era stato contenuto e l’inflazione evitata; le masse operaie accettavano con crescente interesse le riforme sociali; la tranquillità e l’ordine regnavano quasi ovunque; i giovani rispondevano ai bandi di leva. Fu quello invece il momento in cui la RS1 raggiunse il culmine del suo sviluppo politico e organizzativo; il momento cioè in cui l’azione di rottura, promossa del Partito comunista durante il mese di ottobre, riusci a porre le premesse per lo scatenamento di quella guerra civile che doveva sommergere il nostro Paese in una catena infinita di lutti e di vendette, bloccando così la realizzazione del piano di riforme ideato da Mussolini.

I GAP ENTRANO IN AZIONE
E’ necessario, a questo punto, tornare indietro di alcune settimane e, più precisamente, al 10 settembre. Quel giorno, infatti (vedere cap. 40, pag. 66), di fronte al fallimento di tutti i piani studiati con il generale Carboni nella previsione di difendere Roma dall’occupazione tedesca, la direzione del PCI si divise in due gruppi: il primo, capeggiato da Mauro Scoccimarro restò a Roma per attendervi gli angloamericani; il secondo, guidato da Luigi Longo e Pietro Secchia, partì per Milano allo scopo di organizzare al Nord la lotta clandestina contro i tedeschi e i fascisti. A Milano, Longo e Secchia costituirono subito con Antonio Roasio, Umberto Massola e Girolamo Li Causi (139) la direzione del PCI per l’Alta Italia e si prepararono a passare all’azione.
Ma gli eventi non ebbero lo sviluppo inizialmente sperato dai capi del PCI. La liberazione di Mussolini, infatti, la successiva costituzione del nuovo Stato repubblicano e, soprattutto, le riforme sociali annunciate dal capo del fascismo, crearono ben presto una situazione tutt’altro che favorevole all’antifascismo. La versione oggi ufficialmente offerta, secondo la quale dopo l’8 settembre il PCI e gli altri partiti antifascisti si posero immediatamente alla testa di un grande movimento di popolo rendendo impossibile la vita all’occupante tedesco e alla minoranza di “avventurieri repubblichini” che lo serviva, è destituita di qualsiasi fondamento. La verità è ben diversa: subito dopo l’8 settembre i partiti antifascisti sparirono dalla circolazione, mentre le esigue bande di partigiani che da questi partiti si ritenevano politicamente dipendenti non davano alcun apprezzabile segno di vita. C’è di più: in molte occasioni, accettando l’offerta di pacificazione lanciata dai più moderati tra i capi fascisti, gli esponenti antifascisti (fatta eccezione comunque per quelli del PCI) strinsero patti locali di non aggressione allo scopo di evitare lo scatenarsi della guerra civile. Tutto questo sarà ampiamente documentato nei capitoli successivi dedicati al periodo ottobre 1943 marzo 1944 in ogni singola regione.
I comunisti, che costituivano l’ala politicamente più estremista, ma anche meglio organizzata di tutto lo schieramento antifascista, avvertirono e valutarono esattamente i pericoli insiti nella atmosfera di tranquillità che andava consolidandosi in tutto il territorio rimasto sotto il controllo fascista e tedesco. Essi avvertirono soprattutto che, perdurando quel clima di tranquillità, Mussolini sarebbe riuscito ad attuare il suo piano di riforme sociali e a neutralizzare così in partenza la loro azione. Conoscevano troppo bene l’uomo: molti di loro gli erano stati compagni nelle file del Partito socialista fino alla vigilia della prima guerra mondiale e sapevano per esperienza che razza di lottatore fosse. Poi l’avevano avuto contro, nemico acerrimo, per quasi trent’anni. Ed egli li aveva battuti sempre, li aveva sempre messi in fuga. La bandiera dell’anticomunismo, da lui levata per primo, era sventolata vittoriosamente in tutta Europa. Sapevano molto bene quindi che Mussolini, nonostante il 25 luglio e l’8 settembre, sarebbe stato ancora capace di rimontare la corrente e di riconquistare la simpatia e la fiducia degli italiani. Dovevano impedirglielo. Ad ogni costo.
L’impresa si rivelò subito molto difficile. Fin dai primi di ottobre i capi del PCI si accorsero infatti che le masse operaie, vale a dire il materiale umano che avrebbero dovuto utilizzare per la lotta, non rispondevano più alle loro sollecitazioni e ai loro appelli. La verità è che nei giorni successivi alla costituzione della nuova repubblica fascista, l’apparato comunista aveva subìto una profonda crisi interna.
Ne dà testimonianza il seguente brano tratto dal giornale comunista di Torino Il Grido di Spartaco (no di ottobre 1943): «Come sempre, quando bruschi cambiamenti di situazione impongono movimenti di ritirata, negli eserciti combattenti avvengono sbandamenti e diserzioni. innegabile che i partiti politici italiani abbiano subito il contraccolpo dell’occupazione tedesca. E’ naturale che il partito della classe operaia (il PCI: n.dr.) abbia resistito meglio di tutti alla bufera. Vi sono ragioni sociali, e cioè la fermezza e il carattere della classe operaia, e vi sono ragioni storiche e politiche. Il nostro partito sorto nella guerra civile e allenatosi nella lunga e cruda lotta illegale contro il fascismo è meglio temprato e attrezzato nei mezzi e nello spirito a resistere e a reagire… Tuttavia si sono registrati alcuni casi di sbandamento e di panico. I chiacchieroni incorreggibili… devono essere allontanati dalle nostre file senza remissione. Altrettanto devesi procedere verso i pavidi, gli imbelli e i deboli che non mostrano sufficiente energia rivoluzionaria».
Quando poi la politica sociale della nuova repubblica si delineò con maggior chiarezza e si giunse alle elezioni democratiche per le Commissioni interne, i capi comunisti dovettero convenire con molta preoccupazione che i lavoratori mostravano, da chiari sintomi, di accettare senza eccessive discussioni la sovranità e la legalità del nuovo Stato. Di questa preoccupazione vi è traccia evidente nell’appello che la direzione del PCI rivolse agli operai negli ultimi giorni di ottobre e che venne pubblicato anche sull’Unità (edizione clandestina per l’Alta Italia, novembre 1943). Vi si legge infatti: «Operai! Non prestate nessuna fede alle promesse del sedicente governo fascista e dei suoi fiduciari, commissari e podestà. Questo governo è sorto sulle baionette dell’occupante e non ha altro compito che di fornire al nazismo nuova carne da cannone e le vostre ultime riserve. Contate solo sulle vostre forze e sulla vostra azione di massa. Boicottate e scacciate dalle fabbriche le spie e gli uomini di fiducia del fascismo. Organizzatevi sotto la direzione dei comitati sindacali di fabbrica che hanno l’appoggio di tutti i partiti antifascisti. Costituite i reparti della difesa operaia di fabbrica e della Guardia nazionale contro i fascisti e contro i tedeschi. Preparate i grandi scioperi politici di massa per la libertà e l’indipendenza nazionale!».
I capi comunisti però, non si facevano soverchie illusioni sull’efficacia di una propaganda puramente verbale. Ci voleva ben altro. Occorreva provocare la rottura tra il nuovo governo repubblicano e gli italiani. Era necessario esasperare fascisti e tedeschi per farli scatenare in rappresaglie sanguinose: solo determinando una situazione del genere, solo mettendo in moto la spirale della vendetta e precipitando il Paese nella guerra civile sarebbe stato possibile bloccare sul nascere la nuova politica sociale voluta da Mussolini e mettere in discussione, agli occhi degli italiani, la sovranità e la legalità dello Stato repubblicano.
A metà ottobre, i dirigenti del PCI erano già al lavoro per organizzare questa azione di rottura. Creare le premesse per la guerra civile significava infatti, prima di tutto, potere disporre degli uomini necessari e addestrati per un’impresa del genere. La fase organizzativa iniziale non presentò eccessive difficoltà. Il PCI contava infatti nelle sue file una cinquantina di ex miliziani delle brigate internazionali di Spagna, autentici maestri nella tecnica del terrorismo e della guerriglia. Questi ex miliziani, in parte liberati dalle carceri o dal confino durante i 45 giorni di Badoglio e in parte giunti dopo l’8 settembre dalla Francia dove avevano partecipato all’attività dei francstireurspartisans (FTP: vedere anche cap. l°, pag. 12) costituirono il primo nucleo da cui presero poi vita le squadre terroristiche del PCI, i cosiddetti GAP (Gruppi d’azione patriottica).

Bologna, dicembre 1943. Un milite della GNR ucciso dai gappisti. I GAP bolognesi, al comando di Franco Franchini, iniziarono molto presto la loro spietata azione di guerriglia. Il 5 novembre, per intralciare la costituzione delle Forze Armate della RSI, uccisero a Imola il seniore della Milizia Fernando Barani che aveva l’incarico di addestrare i giovani richiamati alle armi. Il giorno seguente, i gappisti bolognesi uccisero a Medicina altri quattro fascisti.

Il comando centrale dei reparti armati di partito, che in seguito assumerà la qualifica ufficiale di “Comando generale dei distaccamenti e delle brigate d’assalto Garibaldi”, venne stabilito a Milano e affidato a due noti esponenti delle brigate internazionali: Longo e Roasio, affiancati da Giuliano Pajetta (140) e Francesco Scotti. Il piano era semplice e spietato: colpire a morte fascisti e tedeschi. Ma colpire in base a calcoli precisi, con lo scopo fondamentale di scatenare la rappresaglia su degli ostaggi innocenti.
Ed ecco, per la prima volta, tutti i nomi di coloro che si assunsero il compito, nell’ottobre del 1943, di scatenare freddamente e spietatamente la lotta fratricida in Italia. Per la Lombardia venne designato Ilio Barontini, cui furono affiancati Egisto Rubini (141) e Cesare Roda. In Piemonte furono inviati Francesco Leone (142), Piero Pajetta e Giovanni Pesce (143); in Liguria, Carlo Farini (144); in Toscana, Vittorio Bardini, Dino Saccenti (145) e Alessandro Sinigaglia (146); in Emilia, Alessandro Bianconcini (147), Giuseppe Alberganti e Mario Ricci (148); nelle Marche, Alessandro Vaia (149); nell’Umbria, Armando Fedeli (150); e nel Veneto, Aldo Lampredi (1 5 1), il futuro ” giustiziere ” di Mussolini.
Il primo compito di questi ex milizianì fu la costituzione, sul modello dei FTP francesi, di piccoli gruppi armati in grado di attaccare, nelle grandi città, i militari italiani e tedeschi e gli esponenti fascisti. Per svolgere un simile tipo di guerriglia erano necessari, però, uomini che presentassero determinate caratteristiche psicologiche e somatiche: erano esclusi, per esempio, i biondi e i rossi di capelli, troppo facilmente riconoscibili da parte di testimoni oculari. La ricerca degli elementi adatti non fu però molto lunga e, nonostante le difficoltà iniziali, verso la fine di ottobre le squadre terroristiche erano già pronte ad entrare in azione a Torino, Milano, Roma, Bologna, Firenze e Genova.
Una interessante testimonianza sulle difficoltà che incontrò il PCI nella formazione dei primi GAP, ci viene da Arturo Colombi, allora rappresentante della direzione del partito in Piemonte. Ecco quanto scrive il Colombi: «Noi sapevamo che i tedeschi erano crudeli e che le rappresaglie sarebbero state terribili: pure demmo deliberatamente l’ordine di attaccarli e di colpirli. Ma attaccare i tedeschi era presto detto: il difficile era trovare gli uomini che avessero l’audacia di farlo. La cosa è comprensibile: è molto più facile, ci si sente molto più sicuri quando si combatte in formazione, aggrappati alle asperità del terreno di montagna; quando si ha (o si crede di avere) una via di ritirata; quando si è circondati da una popolazione che si conosce e dalla quale si è sostenuti, che non combattere a Porta Nuova, da solo o con due o tre compagni in un campo dominato dal nemico, fidando solo in una calibro 9 o nella bicicletta. Ma vi era un’altra difficoltà di carattere psicologico molto più difficile da superare. Molti compagni, che poi divennero ottimi partigiani, rifiutavano all’ultimo momento di entrare in azione come gappisti dicendo che ripugnava loro sparare all’improvviso su un tedesco o su di un fascista».
Ogni GAP era composto di tre-quattro uomini, il cui comandante era collegato alla direzione del PCI della città. Isolati in una clandestinità assoluta, i gappisti non avevano il minimo contatto con nessun altro militante del partito. Il GAP fruiva di un servizio d’informazioni attento e ramificato, aveva i suoi depositi di armi e una “artificeria” dove un gruppo esiguo di specialisti, a loro volta collegati attraverso una sola staffetta, preparava gli ordigni che servivano per gli attentati contro i comandi tedeschi e le sedi fasciste. La tattica dei gappisti si basava sulla velocità: attacco fulmineo e ritirata immediata, sorpresa e dileguamento.
Ed ecco, per la prima volta dopo ventidue anni, tutta la storia sanguinosa e martellante dell'”azione di rottura” scatenata dal PCI per precipitare gli italiani nel baratro della guerra civile. Si tratta di una pagina terribile, rimasta finora quasi completamente sconosciuta, e che comprende una spietata serie di uccisioni che ora rievocheremo sinteticamente nei suoi episodi salienti, precisando che questi episodi saranno illustrati con maggiore ampiezza di particolari nei capitoli dedicati alle origini della guerra civile nelle singole regioni.
Il primo GAP ad entrare in azione fu quello di Torino, composto da Ateo Garemi, Dario Cagno e Primo Guasco. Garemi aveva 22 anni e proveniva dalla Francia dove aveva lavorato come tagliaboschi. Nel 1940 aveva aderito al Partito comunista francese e due anni dopo, al comando di Ilio Barontini, era diventato uno dei più attivi FTP della regione marsigliese. Rientrato in Italia per ordine del PCI il 22 settembre 1943, aveva assunto il comando del GAP torinese. Cagno invece era un giovane di sentimenti anarchici.
La prima eliminazione decisa dai gappisti torinesi fu quella del seniore della Milizia Domenico Giardina. L’azione viene fissata per il mattino del 24 ottobre. Esecutori lo stesso Garemi e Cagno. Alle 8,30 del giorno fissato, i due gappisti attesero l’ufficiale fascista nei pressi della sua abitazione, posta in una traversale di corso Vittorio: allorchè Giardina imboccò via Carlo Alberto diretto al comando della Legione, Garemi e Cagno gli scaricarono addosso le loro rivoltelle. Mentre Giardina cadeva a terra colpito mortalmente, i due gappisti si diedero alla fuga.
Il colpo era riuscito, ma la polizia si scatenò immediatamente sulle tracce dei “giustizieri”. Non passarono 48 ore e i due gappisti vennero catturati. Due mesi dopo, il 23 dicembre, Garemi e Cagno furono passati per le armi (152).
Il colpo, per il PCI, fu molto duro. Ma a risollevare il morale dei capi comunisti, giunse la notizia che a Brescia, la sera del 31 ottobre, i gappisti avevano lanciato un ordigno esplosivo contro la caserma della Milizia, in via Spalto San Marco, causando la morte del milite Andrea Landredi e del direttore delle carceri locali, dottor Ciro Miraglia.
Questa volta le autorità fasciste reagirono. Il 5 novembre, il segretario del PFR, prendendo lo spunto dalla morte di Giardina e dall’attentato di Brescia, emanò le seguenti direttive: «Ordino alle squadre del partito, sulla responsabilità dei dirigenti federali e di intesa con i capi delle province, di procedere all’immediato arresto degli esecutori materiali o dei mandanti morali degli assassini di fascisti repubblicani ogni volta che un’uccisione si verifichi. Previo giudizio di tribunali straordinari (previsti dalle leggi speciali del tempo di guerra) che dovranno entro le 24 ore essere nominati sul posto e giudicare, detti esecutori o mandanti siano passati per le armi dalle squadre. Per mandanti morali intendo i nemici dell’Italia e del Fascismo responsabili dell’avvelenamento delle anime e della connivenza con l’invasore. Il fascismo repubblicano non fa rappresaglie, ma giustizia e soffocherà con energia ogni criminoso tentativo di guerriglia civile per parte degli emissari del nemico».
In realtà, nonostante il tono deciso delle direttive di Pavolini e il ripetersi degli attentati, le rappresaglie fasciste tardarono a scatenarsi. Mussolini, infatti, era decisamente contrario a mettere in moto la spirale della vendetta. Egli sapeva bene che, in questo caso, l’iniziativa sarebbe passata nelle mani dei suoi seguaci più estremisti, con conseguenze catastrofiche per la sua ardua opera di rinnovamento sociale. Trattenuti così dalla sua volontà, i fascisti non diedero subito corso alle rappresaglie contro i loro nemici politici.
Ma lo stillicidio delle uccisioni continuò implacabile: il giorno stesso in cui Pavolini emanò le direttive sopracitate, a Imola (Bologna) i gappisti guidati da Franco Franchini uccisero a revolverate il seniore della Milizia Fernando Barani, incaricato di istruire i giovani delle classi 1923-’24-’25 chiamati alle armi. Il giorno dopo, 6 novembre, alcuni gappisti, tra i quali Marx Emiliani e Amerigo Donattini, penetrarono nella casa del professar Avoni, a Villa Fontana di Medicina (Bologna), e trucidarono quattro persone: il triumviro del fascio di Medicina, Armando Bosi; il maresciallo dei carabinieri Giuseppe Ruggero; il brigadiere Sebastiano Sanza e il fascista Dante Donati.
Il 7 novembre, a San Godenzo (Firenze), i fascisti Danilo Benigni, Piergiovanni Fori, Vasco Simoni e Giancarlo Vivarelli, caddero sotto i colpi dei gappisti toscani. Il 9 novembre, a Sesto Fiorentino, toccò al fascista Armando Gigli e al vice-caposquadra della Milizia Carlo Cacialli.
Venne quindi il turno dei gappisti lombardi: il 13 novembre, a Erba (Como), essi eliminarono a colpi di rivoltella il centurione della Milizia Ugo Pontiggia e il fascista Angelo Pozzoli.

LA RAPPRESAGLIA DI FERRARA
Nonostante l’impressionante moltiplicarsi delle uccisioni (molto più numerose, in realtà, di quelle elencate in questa sintetica rievocazione dell'”azione di rottura” del PCI) e nonostante il dilagare nelle file fasciste di una crescente esasperazione, gli ordini emanati da Mussolini affinché non si procedesse a rappresaglie di sorta, vennero rispettati. I comunisti studiarono allora il colpo che avrebbe dovuto fare traboccare il vaso e scatenare, come infatti scatenò, la violenta reazione fascista: venne deciso di eliminare, in concomitanza con il primo congresso nazionale del PFR a Verona, il maggiore Igino Ghisellini, sei volte decorato al valore, commissario della federazione dei fasci di Ferrara, di una città cioè considerata tra le più fedeli al nuovo Stato Repubblicano e che aveva visto, in pochi giorni, 14.000 cittadini iscriversi al PFR.
Ghisellini fu ucciso la sera del 13 novembre. Il suo cadavere venne rinvenuto il giorno dopo. illustreremo ampiamente, nel 10° capitolo, dedicato agli inizi della lotta fratricida in Emilia, tutti i particolari di questa azione gappista. Per ora ricorderemo che la notizia della morte del federale di Ferrara giunse a Verona proprio mentre era in pieno svolgimento il congresso del partito. Tumultuando, i delegati chiesero che la discussione fosse interrotta e che tutti si recassero a Ferrara per vendicare Ghisellini. Il segretario del partito riuscì ad imporre la disciplina, ma promise che la rappresaglia sarebbe stata eseguita. Nemmeno venti ore più tardi, cadevano fucilati undici cittadini ferraresi, quasi tutti noti professionisti, accusati di antifascismo: il senatore Emilio Arlotti, l’avvocato Pasquale Colagrande, il commerciante Vittore Hanau e suo figlio Mario, l’avvocato Giulio Piazzi, l’avvocato Mario Zanatta, il commissionario Alberto Vita Finzi, il cameriere Cinzio Belletti, l’ingegnere Girolamo Savonuzzi il ragionier Arturo Torboli e l’avvocato Ugo Teglio. La spietatezza della rappresaglia fascista fu tale che i comunisti non osarono poi assumersi la responsabilità morale di quanto era accaduto e cercarono di accreditare la tesi (sostenuta anche nel film La lunga notte del’43) che Ghisellini era stato ucciso da un altro fascista. Documenteremo in maniera inoppugnabile nel 10° capitolo l’assoluta infondatezza di questa tesi e dimostreremo che Ghisellini fu ucciso dai gappisti bolognesi.
E’ indiscutíbile, comunque, che la decisione presa dai fascisti di vendicare Ghisellini fucilando un gruppo di cittadini ben noti alla popolazione ferrarese come persone per bene e, in ogni caso, certamente estranee alla morte del federale, costituì la prima grande vittoria dei capi comunisti sulla via della guerra civile: essi riuscirono così finalmente a spingere i fascisti ad una reazione inconsulta che gettò nel lutto e nel terrore Ferrara e tutta la Valle Padana.
Mentre in Emilia la spietata “azione di rottura” cominciava a dare i suoi frutti sanguinosi, anche nelle altre regioni i GAP passavano all’attacco. A Milano, i gappisti, inquadrati e addestrati da Egisto Rubini e Oreste Ghirotti, cominciarono ad agire ai primi di novembre del 1943. In quel momento, la situazione nella metropoli lombarda poteva essere considerata normale. L’afflusso delle derrate alimentari era notevolmente migliorato, gli operai avevano ripreso disciplinatamente il lavoro e i provvedimenti attuati sul piano sociale dal governo della RSI e dalle autorità locali erano stati accolti con simpatia. Oltre alla decisione di ripristinare la refezione scolastica, per esempio, aveva favorevolmente impressionato la decisione, presa il 16 ottobre dal prefetto Oscar Uccelli, di requisire a favore dei senza tetto le abitazioni lasciate libere dalle famiglie sfollate altrove, e di accollare al Comune il pagamento dei relativi affitti.
Un responsabile contributo al mantenimento della normalità tra tutti gli strati della cittadinanza era dato comunque dal commissario federale fascista Aldo Resega. Appena nominato capo del fascismo milanese, tra l’altro, Resega aveva subito reagito alle intemperanze e agli eccessi di certe squadre d’azione dimostrando molto equilibrio e grande coraggio. Vale la pena di ricordare quanto ha lasciato scritto di lui il socialista Carlo Silvestri (vedere cap. 50, pag. 86) nel suo libro Mussolini, Graziani e l’antifascismo (Longanesi, 1949): «Aldo Resega aveva operato contro la guerra civile. Egli aveva accettato il pericoloso posto di federale di Milano solo perchè, mi aveva detto, la presenza di Graziani lo aveva assicurato che il nuovo governo sarebbe stato al servizio della Patria e non della fazione».
La calma imperante nella città spinse ad un certo momento le autorità a limitare ulteriormente le misure di sicurezza adottate dal settembre precedente. In data 7 novembre, infatti, la prefettura comunicò: «Il intenzione delle autorità di protrarre il coprifuoco alle ore 23 (in quel momento il coprifuoco aveva inizio alle 22: n.dr.) e di autorizzare l’apertura di locali di svago serale: teatri, cinematografi, ecc. Naturalmente tale concessione non potrà essere applicata se l’ordine pubblico dovesse essere turbato da malintenzionati. In questo caso non solo le autorità dovranno rinunciare al proposito di assecondare il ritorno alla piena normalità nelle ore notturne, ma saranno costrette ad anticipare il coprifuoco alle ore 20».
Fu allora che il PCI, rendendosi conto che tanta normalità cominciava a pregiudicare troppo pericolosamente ogni sua futura iniziativa, diede ordine ai gappisti di attaccare. Durante quella stessa giornata del 7 novembre, nel volgere di poche ore, un graduato della Milizia venne ferito per la strada; cavi telefonici che collegavano comandi tedeschi furono tagliati; alcuni automezzi militari vennero dati alle fiamme e bombe ad alto potenziale furono fatte esplodere in posti di ristoro della Wehrmatht provocando la morte di tre soldati tedeschi. Il comando germanico, allibito e inferocito da questa inaspettata ondata terroristica, ordinò subito la rappresaglia: dieci ostaggi al muro per ogni soldato ucciso.
Il federale Resega, informato delle decisioni del comando tedesco, intervenne subito con tutto il peso della sua autorità e riuscì non solo a impedire la rappresaglia, ma anche a placare i fascisti più estremisti che volevano procedere all’arresto indiscriminato di centinaia di antifascisti o presunti tali. Resega non riusci però ad impedire che il prefetto Uccelli, dietro formale richiesta del comando tedesco, emettesse la seguente ordinanza: «1) L’inizio del coprifuoco viene, con effetto immediato, anticipato sino a nuovo ordine alle ore 20; 2) tutti i locali pubblici, a esclusione dei ristoranti, rimangono chiusi fino al 21 corrente; 3) tutte le riunioni di carattere culturale, di svago e sportive vengono sospese da oggi a tutto il 21 corrente; 4) chi sarà sorpreso per le strade dopo le ore del coprifuoco (ore 20) senza il prescritto permesso sarà passato per le armi».
L’ordinanza ebbe il potere di fare piombare improvvisamente la grande città in un’atmosfera di stato d’assedio e di paura, spezzando bruscamente quel clima di serenità e di tranquillità che sembrava essersi ristabilito dopo le tragiche ore della capitolazione. E ciò, naturalmente, costituì un grosso risultato per la direzione del PCI, anche perchè venne ottenuto senza perdere neppure un gappista. Ma la possibilità di continuare l’azione con ritmo serrato si dimostrò impossibile: le misure sicurezza immediatamente adottate dai fascisti e dai tedeschi consigliarono una pausa, soprattutto allo scopo di studiare nuove tattiche d’azione.
Ma alla momentanea calma nelle strade di Milano fecero eco le revolverate dei gappisti di Firenze. Comandati da Sinigaglia, i terroristi comunisti, che avevano i loro uomini di punta in Elio Chianesi e Bruno Fanciullacci, eseguirono il lo dicembre la sentenza di morte decretata dal PCI nei confronti del tenente colonnello Gino Gobbi, comandante del distretto militare. L’eliminazione aveva uno scopo ben preciso: intimidire tutti gli ufficiali di carriera che, dopo l’appello lanciato dal Maresciallo Graziani all’Adriano, avevano raggiunto in gran numero i ranghi dell’esercito repubblicano. Gino Gobbi fu ucciso a tarda sera, a colpi di rivoltella, mentre rientrava nella sua abitazione.
La reazione fascista esplose. Troppi vuoti ormai, in quelle poche settimane, erano stati aperti nelle file del fascismo toscano. Bisognava dare un esempio. Come già era accaduto a Ferrara quindici giorni prima, decine di migliaia di fascisti armati affluirono nella città toscana decisi a vendicare Gino Gobbi. Venne convocato un improvvisato tribunale speciale con il compito di “giudicare” e di condannare a morte dieci antifascisti. Ma nelle carceri di Firenze, in quel momento, i detenuti politici erano solo cinque. Tutti gli altri, arrestati nelle settimane precedenti, erano stati rilasciati in omaggio alla politica di distensione instaurata a Firenze dal commissario federale avvocato Gino Meschiari (153) e dal capo della provincia Raffaele Manganiello (154). La rappresaglia si scatenò allora su quei cinque: Luigi Pugi, Armando Gualticri, Orlando Storai, Oreste Ristori e Gino Manetti, che vennero fucilati il 2 dicembre al poligono delle Cascine. Anche questa volta la rappresaglia colpi elementi del tutto estranei all’azione gappista: ma, a differenza di quanto era accaduto a Ferrara, le raffiche del plotone di esecuzione abbatterono questa volta cinque comunisti militanti, arrestati sotto pesanti accuse, che affrontarono la morte cantando l’Internazionale.
L”‘azione di rottura” stava ormai conseguendo i risultati voluti dal PCI. La spirale della vendetta era in movimento. Nel tentativo di bloccarla prima che l’intero Paese venisse inghiottito nel baratro della guerra civile, il governo della RSI tentò un’estrema manovra di pacificazione. Vennero impartite disposizioni severissime per il disarmo e lo scioglimento di quelle formazioni fasciste che si erano abbandonate ad atti di violenza o i cui componenti si erano macchiati di reati comuni. Così a Roma, il 6 dicembre, su ordine personale del ministro degli Interni Buffarini-Guidi, la Guardia repubblicana procedette all’arresto di Gino Bardi, Guglielmo Pollastrini e Carlo Franquinet, che avevano costituito nella capitale una “polizia politica” assolutamente autonoma e invisa a tutta la popolazione. Dieci giorni dopo, per ordine del segretario del partito, la Guardia repubblicana intervenne anche a Trieste, sciogliendo le squadre armate di quella federazione e imponendo al loro comandante, Beniamino Fumai, noto per la sua eccessiva intransigenza, di abbandonare immediatamente la città.
Un altro episodio che conferma questo estremo tentativo delle autorità fasciste di scongiurare la guerra civile si registrò in Toscana il 13 dicembre. Quel giorno, infatti, a Sarzana (La Spezia), i gappisti aprirono il fuoco contro il commissario del fascio, maggiore Michele Rago, e il segretario comunale Eugenio Gari. I fascisti reagirono decidendo di fucilare tutti i detenuti politici chiusi nelle carceri della cittadina. Intervenne allora tempestivamente il capo della provincia di La Spezia, Franz Turchi (155), che convocò le autorità e i fascisti di Sarzana e, nel corso di una burrascosa riunione dichiarò il suo fermo proposito di agire rigorosamente contro i terroristi ma anche di impedire che qualcuno si abbandonasse ad avventati rappresaglie che, solo avrebbero fomentato, senza alcun risultato costruttivo, odi insanabili.
Ma ormai era troppo tardi. La situazione stava precipitando. Verso la fine di novembre, allarmati anche dal massiccio afflusso di richiamati delle classi di leva, i capi del PCI ordinarono ai GAP di intensificare al massimo l’”azione di rottura”. Quasi simultaneamente, i gappisti di Milano, Genova, Torino e Bologna tornarono all’attacco. Ai GAP di Milano, particolarmente, venne dato l’ordine di intimidire senza alcuna pietà tutti quegli ambienti del mondo economico e del lavoro che avevano accettato di collaborare con la RSI.
Il primo colpo venne sferrato il 25 novembre, a Monza: ne restò vittima l’industriale Gerolamo Crivelli, iscritto al PFR. Poi toccò ad un operaio, Primiero Lamperti, che lavorava alla Caproni, ed era noto per l’attiva e coraggiosa propaganda fascista che svolgeva tra i suoi compagni. Lamperti venne abbattuto la sera del 9 dicembre dalle pallottole di tre gappisti che lo attesero di fronte alla sua abitazione, in via Aselli. Il 15 successivo un gappista entrò quindi in un bar di piazza Baldini (ora piazza Gobetti) e freddò il proprietario del locale, Carlo Siniscalchi, ritenuto, a torto o a ragione, un “amico dei tedeschi”. Il giorno dopo cinque pallottole fulminarono Piero De Angeli, altro fascista molto noto per la sua fede e per la sua onestà: i gappisti gli tesero l’imboscata a Cusano Milanino, dove abitava.

L’UCCISIONE DI ALDO RESEGA
Questa serie di uccisioni portò all’esasperazione il fascismo milanese: ma la rappresaglia non veniva mai attuata perchè Aldo Resega capiva fin troppo bene che quello, solo quello, era il vero obiettivo dei comunisti. La direzione del PCI diede allora l’ordine di uccidere il federale di Milano. Sopprimere Resega non significava soltanto offrire una clamorosa manifestazione di quanto potessero i terroristi comunisti, ma anche scatenare, come già a Ferrara e a Firenze, gli estremisti del fascismo repubblicano. Resega venne ucciso la mattina del 18 dicembre, mentre, uscito dalla sua abitazione in via Bronzetti, stava per salire sul tram che doveva portarlo in centro. A guerra finita, apparve sull’Unità del 25 aprile 1948 il racconto di uno dei due gappisti che avevano partecipato all’eliminazione. Eccone il testo:
«La mattina del 17 dicembre 1943, secondo gli ordini ricevuti, ci siamo recati sul posto. Due di noi hanno preso il tram, altri due la bicicletta. Con loro c’era la ragazza che doveva indicarci l’uomo. Anche lei era in bicicletta. A una fermata del tram l’abbiamo vista, ferma con i nostri due compagni; lei non poteva vedere noi. C’era molta nebbia e faceva molto freddo. Ma quella mattina lui non è comparso. Lo abbiamo aspettato fino alle 9, come ci era stato ordinato, poi ce ne siamo andati. Noi non sapevamo ancora di chi si trattasse, sapevamo solo che era un’azione molto importante. La mattina dopo siamo ritornati sul posto, io e “Barbison” in tram, gli altri due in bicicletta con la ragazza.
«Siamo scesi dal tram a Porta Vittoria, e alle 7,30 eravamo sul posto. L’uomo doveva uscire da un portone di via Bronzetti per andare a prendere il tram. Davanti al portone la ragazza e il nostro comandante si sono messi a chiacchierare: quando l’uomo usciva, dovevano fare come se si salutassero, e dividersi. Io e “Barbison” ci mettemmo dietro l’edicola che c’è di faccia al Verziere: lui doveva attraversare la strada davanti a noi. Il quarto compagno stava sull’angolo di corso XXII Marzo, di copertura. lo e “Barbison” abbiamo comperato anche un giornale. lo ho comprato il Corriere, però non leggevo: primo perchè guardavo il portone, secondo perchè non avrei visto nemmeno i titoli più grossi. Pensavo solo all’azione che dovevamo fare.
«A poca distanza da noi era fermo un tipo. Io e ” Barbison ” abbiamo avuto lo stesso pensiero: che fosse un poliziotto in borghese. Il comandante e il compagno di copertura avevano lasciato le loro biciclette vicino all’edicola, appoggiate al marciapiede col pedale; dovevano servire a me e a ” Barbison ” per la ritirata. Siamo rimasti molto tempo ad aspettare. Alle 8,25 un signore è uscito dal portone. La ragazza ha dato la mano al compagno, che si è tolto il cappello: abbiamo capito che era lui. Mi sono sentito come scattare sull’attenti. Sempre con il giornale in mano ci siamo staccati dall’edicola.” Barbison” aveva la rivoltella sotto il giornale, io ce l’avevo in tasca.
«Il signore si stava infilando i guanti attraversando la strada. Noi siamo scesi dal marciapiede e in pochi passi gli abbiamo tagliato la strada, ci siamo posti uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra. Aveva finito di infilare un guanto e cominciava a infilare l’altro, quando è giunto sull’angolo del corso. Noi eravamo a un passo da lui. Abbiamo sparato quattro colpi ciascuno; è caduto con le mani in avanti. Un attimo prima di sparare ho dato ancora un’occhiata al tipo che mi era sembrato un poliziotto, ma non si era mosso di un passo. Con due salti siamo stati in sella. La giornalaia ha poi detto che avevamo rubato due biciclette per scappare. Abbiamo pedalato in fretta per un mezzo chilometro. Poi non ce n’era più bisogno, però non abbiamo rallentato molto. Poco dopo le nove eravamo a casa del comandante. Lui e l’altro compagno di copertura erano rimasti qualche minuto a vedere come si mettevano le cose, ma non avevano certo aspettato che arrivasse la polizia. Alle dieci abbiamo saputo il nome del fascista ucciso: era Aldo Resega, il federale dei repubblichini di Milano. Allora ci siamo abbracciati quasi piangendo. L’azione era andata perfettamente».
L’uccisione di Resega, come i comunisti avevano esattamente previsto, scatenò anche il fascismo Milanese. La metropoli si riempì di uomini in armi che gridavano vendetta. Quella sera stessa un tribunale straordinario condannò a morte: il dottor Carlo Mendel, Carmine Campolongo, Fedele Cerini, l’ingegner Giovanni Cervi, Luciano Gaban, Alberto Maddalena, Antonio Maugeri, Amedeo Rossini e Giuseppe Ottolenghi già da tempo detenuti a San Vittore per attività antifascista. I condannati, tutti assolutamente estranei all’uccisione di Resega, vennero passati per le armi la mattina dopo all’Arena.
L’uccisione di Resega e la conseguente rappresaglia costituirono per il PCI un ulteriore, decisivo passo avanti verso lo scatenamento della guerra civile. Ormai era chiaro che il piano ideato dai capi comunisti stava ottenendo pieno successo e che una sola legge avrebbe imperato da allora in poi nel territorio della RSI: quella della giungla. E in quella atmosfera avvelenata, il grande piano di riforme delineato da Mussolini non avrebbe potuto trovare più la sua completa attuazione. A sostenere l’azione dei GAP si aggiunse, in quei giorni, la Propaganda delle radio italiane controllate dagli angloamericani e specie quella di Radio Bari. L’emittente pugliese cominciò a diramare ogni giorno elenchi di fascisti, indicando, di ognuno, le abitudini, gli orari e concludendo ogni trasmissione con questo incitamento: «Uccideteli, colpiteli alle spalle, massacrateli».
La seconda quindicina di dicembre fu segnata da una serie quasi ininterrotta di uccisioni. Il 15 dicembre, ad Alessandria, i gappisti eliminarono il colonnello Salvatore Ruggero, comandante del deposito del 370 fanteria, dilaniandolo con due bombe a mano. Lo stesso giorno, a Ponzone Trivero (Vercelli), venne trucidato il segretario del fascio, Bruno Ponzecchi. Il 18, ad Ornavasso (Novara), vennero massacrati sotto gli occhi dei familiari il milite Fernando Ravani e il mutilato Augusto Cristina. Il 19, a Vicenza, tre pallottole fulminarono alle spalle il fascista Edoardo Pavin. Sempre il 19, a Seregno (Milano), toccò al capitano della GNR Antonio Giussani. Il 20, a Erba (Corno), fu la volta del fascista Germano Frigerio. Il 21 dicembre, a Castino (Cuneo), vennero trucidati il maggiore dei carabinieri Mario Testa, il capitano Antonio Corvaia, il maresciallo Sergio Gatti e il milite Andrea Torelli. Nessuna rappresaglia venne eseguita per vendicare questi caduti.

Ma il 22 dicembre, a Borgosesia (Vercelli), i legionari “M” del 63° battaglione della “Tagliamento”, dopo avere portato al cimitero un fascista e un legionario, misero al muro nove partigiani catturati nei giorni precedenti con le armi in pugno e un industriale del luogo, già fervente fascista e diventato antifascista dopo il 25 luglio. L’industriale si chiamava Giuseppe Osella. Ed ecco i nomi dei nove partigiani: Mario Canova, Renato Topini, Silvio Loss, Giuseppe Fontana, Angelo Longhi, Renato Rinolfi, Enrico Borandi, Adelio Bricco ed Emilio Galiziotti.
Il martellamento delle azioni gappiste rese incandescenti, in tutto il Piemonte, gli ultimi giorni del 1943. Specialmente nella provincia di Cuneo si verificarono episodi atroci. La sera del 28 dicembre, per esempio, al posto di blocco di Viale degli Angeli, a Cuneo, un giovane sergente allievo ufficiale della GNR, Emilio Cordero di Montezemolo, venne trucidato con una raffica di mitra alle spalle. Due giorni dopo, a Dronero, il segretario del fascio, capitano Oreste Millone, e la segretaria femminile, Anna Albenga, caddero massacrati ad opera di una squadra di gappisti.

LA STRAGE DI SAVONA
In quelle stesse ore, in Liguria, i gappisti di Genova, che al comando di Giacomo Buranello (156) avevano già eliminato il 28 ottobre precedente, in una via di Sampierdarena, il capo manipolo Manlio Oddone, si portarono a Savona e fecero saltare il ristorante della stazione massacrando sette fascisti e ferendone una decina. I fascisti savonesi vollero vendicare subito i loro morti: prelevarono dal carcere sette antifascisti, l’avvocato Cristoforo Astengo, l’avvocato Renato Vuillermin, Arturo Giacosa, Carlo Rebagliati, Aniello Savarese, Aurelio Bolognesi e Franco Calcagno e li fucilarono.
L”‘azione di rottura” del PCI proseguì implacabile. Gli ultimi giorni del dicembre 1943 videro infatti tornare all’attacco il GAP di Torino, che era stato decapitato, come abbiamo raccontato, all’indomani dell’uccisione del maggiore Giardina. Il compito di riprendere la guerriglia per le vie della città venne affidato ad un ex miliziano delle brigate internazionali, Giovanni Pesce. Il primo “obiettivo” che venne assegnato a Pesce fu l’uccisione del fascista Aldo Morej, molto noto a Torino e amico personale di Mussolini. L’azione venne fissata per il 23 dicembre. Ecco come la rievoca lo stesso Pesce nel suo libro Soldati senza Uniforme (Edizioni di cultura sociale, 1950).
«Sono le 18,45 del 23 dicembre. Il maresciallo fascista (Aldo Morej: n.dr.) è proprietario di un negozio che dà sulla strada; lo vedo attraverso la vetrina. Sta accendendo una sigaretta. Entro. Non parlo, estraggo con mossa rapida e decisa la pistola dalla tasca, gliela punto contro e sparo quattro colpi a bruciapelo. Il maresciallo cade: io mi ritrovo sulla strada, il tram è fermo lì, davanti al negozio. La gente non si rende conto di ciò che è accaduto, ma ha sentito chiaramente i colpi di rivoltella. Salto sulla bicicletta che è ad attendermi. Sono subito lontano e, percorrendo strade diverse, di nuovo a casa. Cominciò cosi la mia attività di gappista. Questa prima azione fu per me di grande importanza. Compresi che la lotta gappista non richiedeva soltanto audacia e valore, ma anche e soprattutto una preparazione accurata dei particolari e del modo di condurre l’azione. La rapidità di movimento, l’operare di sorpresa, con intelligenza, disciplina e precisione, l’astuzia e la volontà cosciente di combattere un nemico feroce e odiato, erano le basi di queste azioni. Questa tattica cercai di svilupparla sempre meglio in seguito».
L’uccisione di Aldo Morej non fu seguita da alcuna ritorsione. Il capo della provincia di Torino, Paolo Zerbino, e il commissario federale Giuseppe Solaro, animati dalla ferma volontà di non fare il gioco dell’avversario, riuscirono a contenere la reazione dei fascisti. Qualcuno, tra l’altro, aveva già incominciato a notare che gli attentati gappisti si verificavano, di preferenza, in quelle città dove si trovavano detenuti prigionieri politici antifascisti. Era chiaro, quindi, che i comunisti intendevano, con la loro azione, scatenare le rappresaglie proprio là dove sapevano già disponibili per i plotoni di esecuzione fascisti un certo numero di vittitne predestinate. Una considerazione del genere avrebbe dovuto spalancare gli occhi anche ai più intransigenti tra i fascisti repubblicani e fare loro comprendere tutta la portata della vasta e spietata manovra comunista. Pochi invece se ne resero conto e accadde così che furono proprio i fascisti repubblicani, nella maggioranza dei casi, a fornire, con le rappresaglie, le armi più appuntite per quella propaganda d’odio che faceva tanto comodo al PCI.
L’episodio più tragicamente clamoroso in questo senso si verificò a Reggio Emilia il 29 dicembre. Già da alcune settimane, nelle carceri della città, erano detenuti sette appartenenti ad una stessa famiglia, i fratelli Cervi, arrestati sotto l’accusa di avere costituito una banda armata e di avere svolto attività terroristica contro lo Stato. Ebbene, dal giorno del loro arresto, i gappisti emiliani intensificarono l’attività. Ogni giorno qualche fascista cadde ucciso. Un morto oggi, però, un morto domani, alla fine i fascisti di Reggio Emilia persero la testa. E la mattina del 29 dicembre, dopo avere raccolto il cadavere del segretario del fascio di Bagnolo in Piano, penetrarono nelle carceri e, senza nemmeno avvisare il capo della provincia, conte Savorgnan, prelevarono i sette Cervi e li fucilarono per rappresaglia. L’ “azione di rottura” ideata, studiata, attuata freddamente e spietatamente dai comunisti aveva dato i suoi ottimi risultati. Le grandi riforme sociali sognate da Mussolini non avrebbero più trovato un terreno fertile: il fascismo repubblicano non avrebbe più “scavalcato a sinistra” il PCI. Il sangue chiamava ormai il sangue. Il popolo italiano era precipitato nel baratro della guerra civile.

NOTE
131) Widkung Quisling, capo dei nazisti norvegesi, fu il primo uomo politico che salì al governo del suo Paese sotto la protezione delle armi germaniche. A fine guerra fu giustiziato. Il suo nome divenne sinonimo di tutti coloro che avevano accettato di collaborare con i tedeschi a livello governativo.
132) Sulla validità della socializzazione quale effettivo strumento di progresso e di riforma sociale, è interessante riportare parte del testo di una intervista concessa dallo storico antifascista inglese F. W. Deakin e pubblicata sull’Europeo (n. 39 del 1962). Alla domanda:
«La vera storia della socializzazione della repubblica di Salò è forse uno dei capitoli più appassionanti del suo libro. In considerazione della conseguenza polemica che l’argomento ha avuto dopo la fine della guerra e continua ad avere’anche oggi, lei crede che si possa stabilire definitivamente se si trattò di un trucco politico o di una intenzione seriamente fondata», il Deakin rispose: «…Non è uscluso che la socializzazione sarebbe entrata nella storia se fosse stata realizzata e se, alla fine della guerra, i comunisti l’avessero usata come strumento rivoluzionario».
133) Conte Gaetano Marzotto, nato a Valdagno (Vicenza) nel 1894. Esponente dell’industria tessile venera. Nominato da Vittorio Emanuele III conte di Valdagno Castelvecchio. Attualmente è presidente della “Manifattura Lane G. Marzotto e Figli”.
134) Conte Vittorio Cini, nato a Ferrara nel 1885. Esponente dell’alta finanza, fu tra i promotori dell’industria elettrica in Italia. Senatore del Regno. Nel febbraio 1943 fu nominato ministro delle Comunicazioni. Nel dopoguerra riprese le sue funzioni di presidente dell’”Adriatica di elettricità” (SADE). Attualmente, dopo la fusione dell'”Adriatica” con la Montecatini, è presidente della “SADEfinanziaria adriatica”.
135) Conte Giuseppe Volpi di Misurata, nato nel 1873 e morto nel 1945. Nel 1905 fu tra i promotori dell'”Adriatica-di elettricità” (SADE) di cui divenne consigliere delegato. Nel 1921 aderì al movimento fascista. Ministro delle Finanze nei primi governi Mussolini, si dimise nel 1927 in seguito alla decisione del Duce di rivalutare la lira (discorso di Pesaro). Senatore del Regno e ministro di Stato. Negli anni ” trenta ” fu presidente della Confederazione fascista degli industriali (Confindustria). Morì nel 1945 di morte naturale.
136) Achille Lauro, nato a Piano di Sorrento (Napoli) nel 1887. Capitano di lungo corso e armatore. Membro della Camera dei fasci e delle corporazioni. Nel dopoguerra ritornò alla sua attività di armatore e fu tra i promotori dei movimento monarchico nell’Italia meridionale. Sindaco di Napoli. Attualmente è componente della Camera dei deputati.
137) Il manifesto di Verona, come si chiamò la Dichiarazione programmatica del Partito fascista repubblicano (PFR) fu votato al congresso del partito, a Verona, domenica 14 novembre 1943. Il Manifesto, preceduto da un saluto di Mussolini, si apriva con questa
premessa:
«Il primo rapporto nazionale del Partito fascista repubblicano leva il pensiero ai caduti del fascismo repubblicano, sui fronti di guerra, nelle piazze delle città e dei borghi, nelle foibe dell’Istria e della Dalmazia, che si aggiungono alle schiere dei Martiri della Rivoluzione, alle falangi di tutti i morti per l’Italia; addita nella continuazione della guerra a fianco della Germania e del Giappone fino alla vittoria finale e nella rapida ricostruzione delle forze armate destinate ad operare accanto ai valorosi soldati del Fiihrer, le mete che sovrastano qualunque altra d’importanza ed urgenza; prende atto dei decreti istitutivi dei tribunali straordinari nei quali gli uomini del partito porteranno intransigente volontà ed esemplare giustizia, e ispirandosi alle fonti e alle realizzazioni mussoliniane, enuncia le seguenti direttive programmatiche per l’azione del partito».
I 18 PUNTI DI VERONA
In materia costituzionale interna:
1) Sia convocata la Costituente, potere sovrano di origine popolare, che dichiari la decadenza della Monarchia, condanni solennemente l’ultimo Re traditore e fuggiasco, proclami la Repubblica Sociale e ne nomini il Capo.
2) La Costituente sia composta dai rappresentanti di tutte le associazioni sindacali e di tutte le circoscrizioni amministrative comprendendo i rappresentanti delle province invase attraverso le delegazioni degli sfollati e dei rifugiati sul suolo libero.
Comprenda altresì le rappresentanze dei combattenti; quelle dei prigionieri di guerra, attraverso i rimpatriati per minorazione; quelle degli italiani all’estero; quelle della Magistratura; delle Università e di ogni altro Corpo o Istituto la cui partecipazione contribuisca a fare della Costituente la sintesi di tutti i valori della Nazione.
3) La costituzione repubblicana dovrà assicurare al cittadino-soldato, lavoratore e contribuente il diritto di controllo e di responsabile critica sugli atti della pubblica amministrazione.
Ogni cinque anni il cittadino sarà chiamato a pronunziarsi sulla nomina del Capo della Repubblica.
Nessun cittadino, arrestato in flagrante, o fermato per misure preventive, potrà essere trattenuto oltre i sette giorni senza un ordine dell’autorità giudiziaria. Tranne il caso di fiagranza, anche per le perquisizioni domiciliari occorrerà un ordine dell’autorità giudiziaria.
Nell’esercizio delle sue funzioni la Magistratura agirà in piena indipendenza.
4) La negativa esperienza elettorale già fatta dall’Italia e l’esperienza parzialmente negativa di un metodo di nomina troppo rigidarnente gerarchica contribuiscono entrambe ad una soluzione che concilii le opposte esigenze. Un sistema misto (ad esempio, elezione popolare dei rappresentanti alla Camera e nomina dei ministri da parte del Capo della Repubblica e del Governo e, nel partito, elezione di Fascio salvo ratifica e nomina del Direttorio nazionale per parte del Duce) sembra il più consigliabile.
5) L’organizzazione a cui compete l’educazione del popolo ai problemi politici è unica.
Nel partito, ordine di combattenti e di credenti, deve realizzarsi un organismo di assoluta purezza politica, degno di essere il custode dell’idea rivoluzionaria.
La tessera non è richiesta per alcun impiego o incarico.
6) La religione della Repubblica è la Cattolica Apostolica Romana. Ogni altro culto che non contrasti alle leggi è rispettato.
7) Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica.
In politica estera
8) Fine essenziale della politica estera della Repubblica dovrà essere l’unità, l’indipendenza, l’integrità territoriale della Patria nei termini marittimi ed alpini segnati dalla natura, dal sacrificio di sangue e dalla storia, termini minacciati dal nemico con l’invasione e con le promesse ai governi rifugiati a Londra. Altro fine essenziale consisterà nel far riconoscere la necessità degli spazi vitali indispensabili ad un popolo di 45 milioni di abitanti sopra un’arca insufficiente a nutrirli.
Tale politica si adoprerà inoltre per la realizzazione di una comunità europea, con la federazione di tutte le Nazioni che accettino i seguenti principio fondamentali:
a) eliminazione dei secolari intrighi britannici dal nostro Continente;
b) abolizione del sistema capitalistico interno e lotta contro le plutocrazie mondiali;
c) valorizzazione, a beneficio dei popoli europei e di quelli autoctoni, delle risorse naturali dell’Africa, nel rispetto assoluto di quei popoli, in specie musulmani, che, come l’Egitto, sono già civilmente e nazionalmente organizzati.
In materia sociale
9) Base della Repubblica Sociale e suo oggetto primario è il lavoro, manuale, tecnico, intellettuale, in ogni sua manifestazione.
10) La proprietà privata, frutto del lavoro, del risparmio individuale, integrazione della personalità umana, è garantita dallo Stato. Essa non deve però diventare disintegratrice della personalità fisica e morale di altri uomini, attraverso lo sfruttamento del loro lavoro.
11) Nell’economia nazionale tutto ciò che per dimensioni o funzioni esce dall’interesse singolo per entrare nell’interesse collettivo, appartiene alla sfera di azione che è propria dello Stato.
I pubblici servizi e, di regola, le fabbricazioni belliche debbono venire gestiti dallo Stato a mezzo di Enti parastatali.
12) In ogni azienda (industriale, privata, parastatale, statale) le rappresentanze dei tecnici e degli operai coopereranno intimamente attraverso una conoscenza della gestione all’equa fissazione dei salari, nonchè all’equa ripartizione degli utili tra il fondo di riserva, il frutto al capitale azionario e la partecipazione agli utili stessi per parte dei lavoratori. In alcune imprese ciò potrà avvenire con una estensione delle prerogative delle attuali Commissioni di fabbrica. In altre, sostituendo i Consigli di amministrazione con Consigli di gestione composti da tecnici e da operai con un rappresentante dello Stato. In altre, ancora, in forma di cooperativa parasindacale.
13) Nell’agricoltura, l’iniziativa privata del proprietario trova il suo limite là dove l’iniziativa stessa viene a mancare. L’esproprio delle terre incolte e delle aziende malgestite può portare alla lottizzazione fra braccianti da trasformare in coltivatoti diretti, o alla costituzione di aziende cooperative, parasindacali o parastatali, a seconda delle varie esigenze dell’economia agricola. Ciò è del resto previsto dalle leggi vigenti, alla cui applicazione il partito e le organizzazioni sindacali stanno imprimendo l’impulso necessario.
14) E’ pienamente riconosciuto ai coltivatori diretti, agli artigiani, ai professionisti, agli artisti il diritto di esplicare le proprie attività produttive individualmente, per famiglie o per nuclei, salvi gli obblighi di consegnare agli ammassi la quantità di prodotti stabilita dalla legge o di sottoporre a controllo le tariffe delle prestazioni.
15) Quello della casa non è soltanto un diritto di proprietà, è un diritto alla proprietà. I1 partito iscrive nel suo programma la creazione di un Ente nazionale per la casa del popolo, il quale, assorbendo l’Istituto esistente e ampliandone al massimo l’azione, provveda a fornire in proprietà la casa alle famiglie dei lavoratori di ogni categoria, mediante diretta costruzione di nuove abitazioni o graduale riscatto delle esistenti. In proposito è da affermare il principio generale che l’affìtto una volta rimborsato il capitale e pagatone il giusto frutto costituisce titolo di acquisto. Come primo compito, l’Ente risolverà i problemi derivanti dalle distruzioni di guerra, con requisizione e distribuzione di locali inutilizzati e con costruzioni provvisorie.
16) Il lavoratore è iscritto d’autorità nel sindacato di categoria, senza che ciò gli impedisca di trasferirsi in altro sindacato quando ne abbia i requisiti. I sindacati convergono in una unica Confederazione che comprende tutti i lavoratori, i tecnici, i professionisti, con esclusione dei proprietari che non siano dirigenti o tecnici. Essa si denomina Confederazione generale del Lavoro, della Tecnica e delle Arti.
I dipendenti delle imprese industriali dello Stato e dei servizi pubblici formano sindacati di categoria, come ogni altro lavoratore. Tutte le imponenti provvidenze sociali realizzate dal Regime fascista in un ventennio restano integre. La Carta del Lavoro ne costituisce nella sua lettera la consacrazione, così come costituisce nel suo spirito il punto di partenza per l’ulteriore cammino.
17) In linea di attualità il partito stima indilazionabile un adeguamento salariale per i lavoratori attraverso l’adozione di minimi nazionali e pronte revisioni locali, e più ancor . a per i piccoli e medi impiegati tanto statali che privati. Ma perchè il provvedimento non riesca inefficace e alla fine dannoso per tutti occorre che con spacci cooperativi, spacci d’azienda, estensione dei compiti della “Provvida”, requisizione dei negozi colpevoli di infrazioni e loro gestione parastatale o cooperativa, si ottenga il risultato di pagare in viveri ai prezzi uffìciali una parte del salario. Solo così si contribuirà alla stabilità dei prezzi e della moneta e al risanamento del mercato. Quanto al mercato nero, si chiede che gli speculatori -al pari dei traditori e dei disfattisti- rientrino nella competenza dei tribunali straordinari e siano passabili di pena di morte.
18) Con questo preambolo alla Costituente il partito dimostra non soltanto di andare verso il popolo, ma di stare col popolo.
Da parte sua, il popolo italiano deve rendersi conto che vi è per esso un solo modo di difendere le sue conquiste di ieri, oggi, domani: ributtare l’invasione schiavistica delle plutocrazie angloamericane, la quale, per mille precisi segni, vuole rendere ancora più angusta e misera la vita degli italiani. V’è un solo modo di raggiungere tutte le mete sociali: combattere, lavorare, vincere.
Il PCI, proseguendo anche a guerra finita la politica del “fronte nazionale”, non si oppose alla richiesta avanzata dai ceti capitalistici di abrogare immediatamentetuttele leggi sociali approvate durante la Repubblica sociale italiana. I lavoratori perdettero così, anche per volontà del PCI, tutti i vantaggi ottenuti in quel periodo, fatta eccezione per la gratifica natalizia delle 192 ore. 139) Girolamo Li Causi, nato a Termini Imerese (Palermo) nel 1896. Dirigente della corrente massimalista del PSI, aderì al Partito comunista nel 1924. Arrestato nel 1928 per la sua attivià antifascista, fu condannato a 21 anni di carcere. Liberato nell’agosto del 1943, passò al Nord quale componente della direzione per l’Alta Italia del PCI. Nel dopoguerra il partito lo nominò segretario regionale per la Sicilia. Deputato alla Costituente, fa parte del Parlamento dal 1948.
140) Giuliano Paietta, nato a Torino nel 1915. Aderì nel 1930 alla gioventù comunista. Espatriò nel 1932 in Francia dove frequentò una scuola di partito. Partecipò alla guerra civile spagnola quale collaboratore di Luigi Longo al comando delle Brigate internazionali. Membro del comando generale delle brigate “Garibaldi”, nel novembre 1943, venne arrestato nel 1944 e deportato a Mauthausen. Nel dopoguerra divenne segretario della federazione comunista di Como e deputato alla Costituente. Componente della Camera dei deputati dal 1953 al 1958. Attualmente è senatore e membro del Comitato centrale del PCI.
141) Egisto Rubini, nato a Molinella (Bologna) nel 1906 e morto nel 1944. Operaio, aderì giovanissimo alla gioventù comunista. Emigrato prima in Francia poi nell’Unione Sovietica, partecipò alla guerra civile spagnola nelle file delle Brigate internazionali. Organizzatore dei francs-tireurs partisans (FTP) nel settembre 1943 rientrò in Italia. Comandò le prime formazioni gappiste a Milano. Arrestato alla fine del febbraio 1944 e incarcerato a San Vittore, si tolse la vita nel marzo successivo. Medaglia d’oro alla memoria.
142) Francesco Leone, nato a Sant’Anna di Vargen Grande (Brasile) nel 1900. Operaio, aderì al movimento giovanile comunista nel 1921. Arrestato nel 1927 venne condannato dal Tribunale speciale a 8 anni di carcere. Liberato per amnistia nel 1932 passò in Francia. Partecipò alla guerra civile spagnola come comandante della colonna “Sozzi” delle Brigate internazionali. Nell’inverno 1943-’44 diresse il movimento partigiano in Piemonte. Deputato alla Costituente. Dal 1948 al 1953 è stato membro del Senato e dal 1958 al 1963 della Camera.
143) Giovanni Pesce, nato a Visone d’Acqui (Alessandria) nel 1918. Emigrato in Francia per motivi di lavoro, aderì nel 1935 alla gioventù comunista francese. Nel 1936, allo scoppio della guerra civile spagnola, si arruolò nelle Brigate internazionali. Confinato a Ventotene nel 1940, venne liberato nell’agosto 1943.
Nel novembre successivo assunse il comando dei GAP di Torino. Nel giugno 1944 passò a Milano quale comandante della III GAP “Rubini”. Proclamato “eroe nazionale” dal comando delle brigate “Garibaldi”, nel dopoguerra venne decorato di medaglia d’oro al valor partigiano. Dal 1951 al 1964 ha rappresentato il PCI nel Consiglio comunale di Milano.
144) Carlo Farini, nato a Ferrara nel 1895. Prese parte al congresso di fondazione del PCI a Livorno. Segretario della federazione comunista romana. Emigrato in Francia partecipò alla guerra civile spagnola nelle file delle Brigate internazionali. Arrestato in Francia nel 1940 venne liberato dal confino nell’agosto 1943. Passò quindi in Liguria dove organizzò il movimento partigiano “garibaldino”. Deputato alla Costituente, ha fatto parte della Camera dal 1948 al 1958. Attualmente è consigliere comunale di Terni.
145) Dino Saccenti, nato a Prato nel 1901. Operaio, aderì sul finire degli anni “venti” al movimento comunista. Nel 1935 espatriò in Francia e, l’anno dopo, passò in Spagna nelle file delle Brigate internazionali. Arrestato dalla polizia francese nel 1940, venne consegnato alle autorità italiane che lo confinarono a Ventotene. Dopo l’armistizio prese parte alla lotta partigiana in Toscana. Sindaco di Prato e deputato alla Costituente. Dal 1948 al 1958 ha fatto parte della Camera dei deputati.
146) Alessandro Sinigaglia, nato a Fiesole (Firenze) nel 1900 e morto nel 1944. Operaio, aderì nel 1926 al movimento comunista. Nel 1930 espatriò in Francia dove frequentò una scuola di partito. Dopo aver partecipato alla guerra civile spagnola come ufficiale delle Brigate internazionali, nel 1940 venne arrestato dalla polizia francese che lo consegnò alle autorità italiane. Confinato a Ventotene venne liberato nell’agosto 1943. Comandante delle formazioni gappiste a Firenze, venne ucciso il 13 febbraio 1944.
147) Alessandro Bianconcini, nato a Imola nel 1898 e morto nel 1944. Di professione musicista, aderì al PCI nel 1928. Emigrato in Francia nel 1932, partecipò alla guerra civile spagnola nelle file delle Brigate internazionali. Arrestato dai tedeschi a Parigi nel 1940, venne consegnato alle autorità italiane che lo confinarono a Ventotene. Liberato nell’agosto 1943, passò a Bologna dove organizzò il movimento gappista. Arrestato il 9 gennaio 1944, venne fucilato diciotto giorni dopo al poligono di tiro della città.
148) Mario Ricci, nato a Pavullo nel Frignano (Modena) nel 1908. Operaio, aderì giovanissimo al movimento comunista. Espatriato in Francia, partecipò alla guerra civile spagnola nelle file delle Brigate internazionali. Nel 1944-’45 comandò, sotto il nome di ” Armando “, il raggruppamento brigate ” Garibaldi alpine Modena “. Dal 1948 al 1958 fece parte della Camera dei deputati. Attualmente èsindaco di Pavullo nel Frignano.
149) Alessandro Vaia, nato a Milano nel 1907. Diplomato in ragioneria, aderì nel 1925 al movimento giovanile comunista. Espatriato in Francia partecipò alla guerra civile spagnola quale comandante della brigata “Garibaldi”. Negli anni 1941-’43 organizzò i FTP nella regione marsigliese. Rientrato in Italia nel settembre 1943, nell’inverno successivo diresse il movimento partigiano comunista nelle Marche. Segretario della federazione di Brescia e consigliere provinciale di Milano dal 1951 al 1956. Attualmente è funzionario della federazione comunista milanese.
150) Armando Fedeli, nato a Perugia nel 1898. In origine operaio, aderì nel 1921 al movimento comunista. Arrestato nel 1928 fu condannato dal Tribunale speciale a 13 anni di carcere. Liberato nel 1934 per amnistia, espatriò in Francia. Partecipò alla guerra civile spagnola nelle file delle Brigate internazionali. Arrestato nel 1940 in Francia fu consegnato alle autorità italiane. Liberato da Ventotene nell’agosto 1943, nell’inverno 1943-’44 diresse la lotta partigiana in Umbria. Deputato alla Costituente, ha fatto parte del Senato dal 1948 al 1958. Attualmente è membro della Commissione centrale di controllo del PCI.
151) Aldo Lampredi, nato a Firenze nel 1899. Artigiano, aderì nel 1921 al Partito comunista. Arrestato nel 1926 per attività sovversiva fu condannato a 10 anni e 6 mesi di carcere. Liberato per amnistia nel 1932, passò in Francia a disposizione del partito. Partecipò alla guerra civile spagnola come capitano delle Brigate internazionali. Rientrato in Italia nel settembre 1943, passò nel Veneto dove organizzò il movimento partigiano cotnunista. All’inizio del 1945 venne nominato vicecomandante generale delle brigate “Garibaldi”. Nell’aprile successivo diresse la spedizione su Dongo che si concluse con la fucilazione di Mussolini e di Claretta Petacci. Segretario della federazione di Padova nel 1946, viceresponsabile della Commissione nazionale quadri, attualmente è segretario della Commissione centrale di controllo del PCI.
152) Le perdite sopportate dai GAP che agirono nell’inverno 1943-’44 furono altissime. Il GAP di Milano perse quasi il 90 per cento dei suoi effettivi: Egisto Rubini, Manfredo Dal Pozzo, Gaetano Baroni, Arturo Capettini, Oreste Ghirotti; il GAP di Torino l’80 per
cento: Ateo Garemi, Dario Cagno, Giuseppe Bravin, Francesco Valentino, Dante di Nanni; il GAP di Firenze il 90 per cento: Alessandro Sinigaglia, Elio Chianesi, Bruno Fanciullacci; il GAP di Roma l’80 per cento: Giorgio Labò, Gianfranco Mattei, Guido Rattoppatore, Vincenzo Gentili.
153) Gino Meschiari, nato nel 1883 e morto nel 1947. Laureato in legge. Di sentimenti repubblicani, rappresentò il PRI alla Camera nel corso della I guerra mondiale. Nel 1924, dopo l’”affare Matteotti”, aderì al Partito fascista. Nell’ottobre 1943 assunse la carica di commissario federale di Firenze che mantenne fino al 4 aprile 1944. Considerato unanimemente elemento moderatore e alieno di ogni violenza.
154) Raffaele Manganiello, nato nel 1900 e morto nel 1944. Membro attivo dei movimento fascista, occupò diverse cariche nell’apparato di partito. Definito “fascista irriducibile” dal SIM, durante il periodo badogliano venne incarcerato a Forte Boccea. Nominato il l° ottobre 1943 Capo della provincia di Firenze, abbandonò la città toscana nel luglio 1944 e si portò al Nord. Venne ucciso dai partigiani sull’autostrada Milano-Torino il 18 settembre 1944.
155). Fran.Z Turchi, nato a Napoli nel 1893. Fascista della vigilia, giornalista, ricoprì numerose cariche nel PNF. Dopo l’8 settembre aderì alla RSI e venne nominato capo provincia de La Spezia. A guerra finita subì le persecuzioni antifasciste. Esponente nazionale del MSI, fondatore de Il Secolo d’Italia, è attualmente senatore del MSI.
156) Giacomo Buranello, nato a. Sampierdarena (Genova) nel 1921 e morto nel 1944. Di sentimenti antifascisti, aderì nel 1942 al movimento comunista. Nel maggio 1943 venne arrestato e deferito al Tribunale speciale. Liberato nell’agosto successivo, nell’inverno 1943-’44 diresse a Genova le formazioni gappiste. Venne fucilato a Genova il 2 marzo 1944.

Giuseppe Spinelli, L’OPERAIO CREMONESE DIVENTATO MINISTRO DEL LAVORO

SPINELLI, L’OPERAIO CREMONESE DIVENTATO MINISTRO DEL LAVORO

Bruno De Padova

E’in uso ribadire – da sessant’anni ad oggi – che la genesi e lo sviluppo della Repubblica Sociale Italiana si perfezionano quale rivolta spontanea d’una élite di combattenti e di cittadini agli avvenimenti politico-militari che nell’estate 1943 travolsero la nostra Nazione e, sui quali, Benito Mussolini attestò con il documento “Storia di un anno” (edito l’anno successivo da Mondatori e diffuso dal “Corriere della Sera”) l’esemplificazione del “tempo del bastone e della carota” in cui il malcostume dell’inganno e del tradimento assursero a foggia d’utile compromesso, ma in realtà la RSI fu molto di più, specie nell’ambito d’innovazioni nella civiltà del lavoro, tant’è vero che il 14 ottobre 1944 – in una dichiarazione ai volontari della Brigata Nera “Aldo Resega” di Milano – confermò che l’intera Legislazione sulla socializzazione dell’economia produttiva “altro non è, se non la realizzazione italiana, romana, nostra effettuabile del socialismo; dico nostra in quanto fa del lavoro il soggetto unico dell’economia, ma respinge la livellazione di tutto e di tutti; livellazioni inesistenti nella natura e impossibili nella storia”.
A tali innovazioni legislative aveva dato il proprio contributo l’intero governo della RSI e, con maggiore incisività, il ministero dell’Economia Corporativa che ebbe in Angelo Tarchi e in Manlio Sargenti i cesellatori delle premesse fondamentali nella creazione della nuova struttura per l’economia italiana, esattamente il DL del 12.2.1944 n. 375 sulla socializzazione delle imprese (quelle di proprietà privata con un milione di capitale e con almeno cento lavoratori, nonché delle altre appartenenti allo Stato, alle Provincie, ai Comuni e ogni altra azienda a carattere pubblico) e quello successivo n. 382 del 24 giugno, indispensabile per la sua realizzazione, ma i metodi d’applicazione (aggiornamento degli statuti delle aziende, la loro revisione, la seguente approvazione ecc.) si manifestarono alquanto lenti, dimodoché l’attuazione complessiva della riforma richiese un’accelerazione che Mussolini, Pavolini e gli altri esponenti del Partito Fascista Repubblicano impresso con il DL del 19 gennaio 1945 n. 15 che istituì il Ministero del Lavoro, mentre quello dell’Economia Corporativa divenne il dicastero della Produzione Industriale.
Alla conduzione del gabinetto del Lavoro venne incaricato l’operaio cremonese Giuseppe Spinelli, già linotipysta d’una azienda tipografica e che nell’autunno 1943 aveva assunto la segreteria provinciale del Sindacato lavoratori dell’industria meneghina e del suo “hinterland”, poi il 17.09.1944 – per le sue capacità di risolutore delle esigenze emergenti in ogni settore – il capo della RSI lo designò all’improbo compito di podestà di Milano, di quella metropoli lombarda che nella Repubblica Sociale svolse un ruolo di primordine nell’azione politica del PFR e nelle iniziative della cultura e nel perfezionamento delle attività produttive.
In riflesso del nuovo incarico, G. Spinelli insediò il proprio dicastero in un antico palazzo milanese di Corso Venezia e constatò come, sino a quel momento, in ogni azienda in cui venne intrapresa l’applicazione della socializzazione erano stati approntati decreti ministeriali ognuno diverso dall’altro, come avvenne – per esempio – per l’impresa edilizia Cesare Margini, in quella Graniti d’Italia s.p.a., nelle industrie Grafiche Italiane Stucchi, nelle officine meccaniche Enrico Battagion, nelle S.A. Off. Mecc. Della Stanga, nella FIAT torinese, nella Soc. Anonima Editrice Milanese, nell’Alfa Romeo, alla Soc. in accomandita Turati Lombardi & C., nelle Industrie Grafiche Nicola Moneta ed altre, con nuovi statuti (quelli richiesti dal DL del 12.2.1944 n.375) che dovevano essere pubblicati – dopo l’approvazione da parte delle maestranze – sulla “Gazzetta Ufficiale d’Italia”, sostitutiva nella RSI della precedente G.U. del Regno.
Altresì, furono socializzate anche le imprese editrici e giornalistiche Mondatori, Hoepli, Rizzoli, Garzanti, Vallardi, Bompiani, Meschina, Signorelli, Ricordi, Carroccio, Corriere della Sera, La Stampa, Il Lavoro, Cremona Nova e l’EIAR (Ente delle Audizioni Radiofoniche).
In totale, in base al consuntivo del gennaio 1945, erano state socializzate settantasei imprese con centoventinovemila dipendenti e per l’importo di 4.119.000.000 lire di capitale, una cifra davvero enorme in quel tempo, essendo stato difeso con energia vittoriosa da Domenico Pellegrini Giampietro (ministro delle Finanze, Scambi e Valute nel governo della RSI) il valore della moneta italiana.
Su ciò fornisce un’ampia documentazione il dott. Sergio Pisciotta nell’opera “La rivoluzione nella rivoluzione” (ediz. Settimo Sigillo, 1997), lo studioso che nel 1996 ha conseguito il “premio di laurea” bandito dall’Istituto Storico della RSI e che, nella cronistoria della dottrina sociale del Fascismo e sul nuovo ordinamento produttivo da noi illustrato, evidenzia la missione compiuta con decisione e con tenacia da Giuseppe Spinelli nel suo compito di ministro del Lavoro e quando sulla Repubblica Sociale incombeva la catastrofe del 25 aprile e si poteva prefiggere la tragica conclusione del 2° conflitto mondiale in Europa, nella valle padana e in tutto il suo territorio.
Infatti, Spinelli si rese conto che la socializzazione delle imprese doveva realizzarsi mediante un solo decreto legislativo e valido per un intero settore produttivo, anziché per ogni singola azienda, e iniziò a farlo nell’ambito industriale dove i capitalisti (come denunciò Ugo Manunta nel volume “La caduta degli dei, storia intima della RSI”, pubblicato nel 1947 dall’Azien, Edit. Italiana, Roma) tentarono la fuga dei loro beni finanziari, temendo di rimanere penalizzati nella remunerazione degli investimenti effettuati in precedenza.
Però, avendo predisposto il governo della RSI la socializzazione dell’intero sistema economico nazionale (e in primis – come specifica Pisciotta – il credito che regolava il flusso dei capitali) nessuna assemblea aziendale composta in parti uguali da azionisti (i vecchi proprietari) e dai produttori (i lavoratori) avrebbe riconosciuto ai finanziatori la facoltà di trasferire a capitale le ingenti riserve palesi e occulte accumulate in base ai dividendi contenuti dalle leggi fasciste al più basso livello possibile e, tantomeno, la differenza intercorrente tra il patrimonio azionario e il valore reale degli impianti esistenti. In ciò, e lo si rileva nel testo “I seicento giorni di Mussolini” (ediz. Faro, 1948), vengono specificate da Ermanno Amicucci e le “mine sociali” della RSI che tutte le categorie produttrici avrebbero dovuto strenuamente difendere quale diritto acquisito dopo la conclusione del conflitto militare e l’invasione d’Italia da parte del nemico allora bloccato sulla “linea Gotica”, norme legittime che – invece – dopo il 25 aprile vennero abrogate dalle oligarchie finanziarie e dai marxisti (soprattutto per imposizione violenta dei comunisti) e che, assurdamente, in proposito, ottennero l’approvazione dei principali danneggiati (gli stessi lavoratori) che acclamarono quest’annullamento come una conquista della “liberazione”.
Non si deve altresì dimenticare che, per potenziare lo sviluppo della socializzazione, con il DL del 12.2.1944 n. 269 la RSI creò l’Istituto di Gestione e Finanziamento – curato dall’IRI e finanziato dall’IMI – il quale disciplinò la sponsorizzazione delle imprese e il controllo sui rappresentanti dei consigli d’amministrazione sia pubblici che privati, provvedimento che G. Spinelli ed i suoi collaboratori considerarono nel potenziamento dell’ordinamento di tutela dei produttori mediante la strutturazione di un sindacato operante come se l’economia fosse già totalmente socializzata. Quindi, scomparve la figura del capitalista e subentrò quella del capo dell’impresa, cioè l’animatore o il tecnico dell’azienda, lavoratore anche lui e pertanto socio del nuovo sindacato destinato a diventare il pilastro dello Stato del Lavoro, mentre l’organizzazione sindacale è costituita dalla Confederazione Unica, non burocratizzabile, bensì epicentro d’incontro per tutti i produttori, fulcro d’elevazione professionale, culturale e materiale. Tale nuova realizzazione programmò anche la costruzione delle case d’abitazione per i lavoratori quale loro proprietà (Roberto Bonini, “La socializzazione delle imprese nella RSI”, Ediz. Giappichelli, 1993 – pag. 240) e l’istituzione d’un comitato permanente in merito.
Quest’evoluzione straordinaria dell’ordinamento che la RSI e il suo ministero del Lavoro intensificarono con G. Spinelli quale “rivoluzione nella rivoluzione” (cosi bene sintetizzata da Sergio Pisciotta) provocarono notevoli preoccupazioni al RUK (il ministero tedesco della produzione bellica) rappresentato in Italia dal gen. Hans Leyers, ma non scompose l’operaio-ministro nello svolgimento della sua missione e che affrontò con fermezza l’ovattata opposizione degli industriali e di quanti intrallazzavano con la Wehrmacht, con l’organizzazione Todt e nei salotti della borghesia imboscata in attesa della conclusione del conflitto e dove anche i benpensanti del CLN Alta Italia (finanziati da G. Falck, dai fratelli Crespi, da Alberto e Piero Pirelli, da R. Lepetit, P. Ferrario ecc.) elaboravano i compromessi politici inerenti la “guerra civile” che costarono tante sofferenze tra i cittadini, vittime di questa diplomazia.
D’altronde, la reazione dei grandi capitalisti alla realizzazione innovatrice della socializzazione nelle fabbriche e nelle imprese non distaccò Spinelli e tutti i suoi collaboratori da tale evoluzione civile che – tra l’altro – venne esaltata anche da Paul Gentizon nella sua prefazione in lingua francese dell’Histoire d’une année (op. cit.) indicandola quale via maestra del progresso – la via Appia della storia – dal Mediterraneo verso un futuro costruttivo e positivo per il mondo intero.
Accentuò la resistenza dei capitalisti, a quanto andava concretizzando la RSI nei settori produttivi, il programma di socializzazione totale intrapreso da G. Spinelli agli inizi del 1945, quindi ancor prima degli esiti definitivi della guerra in corso e – come segnala S. Pisciotta nell’opera citata, pag. 62 – quando i “grossi calibri” della finanza adoperano qualsiasi mezzo affinché si fermasse l’ingranaggio socializzatore e si desse all’ortica la riforma, mentre in Corso Venezia a Milano si vedevano salire e scendere dal Ministero del Lavoro sciami di insigni rappresentanti dell’industria nazionale, come se fosse una stazione di locomotive.
In riferimento a tali fatti e al sabotaggio orchestrato dall’alta finanza e dal partito comunista negli stabilimenti industriali dell’intera valle padana, per impedire l’adesione delle varie categorie produttrici al piano d’applicazione dell’ordinamento socializzatore delle imprese, è doveroso rammentare che fu il Capo della RSI (“Testamento politico di Mussolini, 22 aprile 1945”, ediz. Tosi – 1948 – pag. 32) a precisare: “Il colmo è che i nostri nemici hanno ottenuti che i proletari, i poveri, i bisognosi di tutti, si schierassero anima e corpo dalla parte dei plutocratici, degli affamatori, del grande capitalismo”. In precedenza, il 3 aprile 1945, si svolse anche l’ultimo direttorio del PFR e, ad esso, G. Spinelli partecipò precisando che lo sviluppo del sistema rivoluzionario della socializzazione nell’economia e la costituzione della Confederazione Unica nell’ambito sindacale inserivano la RST tra gli Stati più avanzati nell’adempimento della Civiltà del Lavoro. Si deve in conclusione asserire che quel ministro operaio di Cremona seppe svolgere nella Repubblica Sociale l’attuazione d’un diagramma di progresso civile.

ITALICUM marzo-aprile 2005

http://www.italia-rsi.org/uomini/spinelli.htm

IN MEMORIA DI BEPPE NICCOLAI


Nel ventesimo anniversario della sua scomparsa la comunità politica di Socialismo Nazionale, non può certo mancare di rammentare la memoria del grande pensatore, camerata toscano Beppe Niccolai prematuramente scomparso il 31 ottobre di cui vent’anni or sono all’età di 69 anni, proprio di più perché molti sono oggi (troppi) coloro che intendono strumentalizzarlo a loro beneficio insultandolo con l’accostamento alla parola “destra”.
Non possiamo certo dimenticarlo sicuramente come nostro padre spirituale, nonché profeta e predecessore della nostra azione politica; ma allo stesso tempo non possiamo certo dimenticarlo come esempio morale di lealtà e giustizia nei rapporti umani, nella chiara militanza politica, e nella sua indiscussa fedeltà all’idea.
La sua valorosa esistenza di soldato politico sempre leale di fronte a tutto e a tutti, non può che aver tracciato un solco preponderante e non sottovalutabile nei nostri cuori di Uomini Liberi e nelle nostre battaglie d’oggi.
Nato in quel di Pisa il 26 novembre 1920 Beppe Niccolai cresce velocemente nel clima umanistico di casa sua, grazie soprattutto al padre, preside di liceo e provveditore agli studi.
Nella grande biblioteca paterna si formò presto una coscienza politica e divenne fascista, nel suo significato rivoluzionario del termine.
Laureato in giurisprudenza e militante nelle organizzazioni giovanili fasciste, Niccolai ne sposò in pieno il pensiero e l’azione partendo giovanissimo come volontario di guerra in Africa Settentrionale distinguendosi per il suo coraggio e valore.
A seguito al Colpo di Stato borghese del 25 luglio ed al tradimento dell’8 settembre 1943 Giuseppe Niccolai matura la sua adesione politica morale e militare alla Repubblica Sociale Italiana, intravedendo fin da subito nei suoi programmi sociali il trionfo del proprio fascismo e la piena affermazione di quel Socialismo Nazionale da lui sempre attesa.
Combattente repubblicano, al momento della disfatta della 1ª Armata Italiana, viene catturato dagli inglesi e insieme ad altri volontari italiani come Roberto Mieville finisce nel “Fascist’s criminal camp” di Hereford, nel Texas.
Molti anni prima delle rivelazioni di Bacque sul genocidio dei soldati tedeschi, Niccolai aveva altresì più volte evocato le dure condizioni degli italiani nei campi di prigionia americani nonché l’inciviltà ed il freddo cinismo degli statunitensi, una realtà da svelare, sempre più scomoda per chi da anni detiene il potere nel mondo.
In effetti la vita fu molto dura per i 15.000 italiani che rifiutarono di collaborare con gli alleati, non pochi furono quelli presto passati per le armi, ancor di più del resto quelli deceduti a seguito delle disastrose malattie contratte in campo di concentramento, basti ricordare l’infelice e pure nascosta sorte che colpì il malcapitato Mario Gramsci (fratello minore del leader comunista).
Dal dopoguerra membro del Movimento Sociale Italiano Niccolai dedica la propria battaglia politica alla ricerca dei principi sociali e nazionali accarezzati come altri nelle file della Repubblica di Mussolini.
Sempre in contrasto verso i deviazionismi a destra dei vertici missini, Niccolai anche da parlamentare missino agirà sempre rispondendo alla propria coscienza di Uomo Libero e socialista nazionale, prima ancora che al partito ormai indirizzato verso una deriva liberal-conservatrice , clericale e massonica. Un partito che indubbiamente da tempo non era più il suo, ma che mai abbandonerà nel vano e disperato tentativo di riportarlo alla propria fonte, e alle proprie radici identitarie e sociali.
Purtroppo la storia è andata come è andata, ma certamente la memoria di Beppe Niccolai non potrà mai essere cancellata dai vari arrivisti e manutengoli del sistema; una memoria spesso strumentalizzata anche ai nostri giorni da parte di chi più volte facendone appello, gioca in realtà le carte del nemico comune, facendo buon viso a cattivo gioco.
Estraneo dall’identificarsi e porsi sotto qualsiasi aggettivazione della “destra”, per anni si dichiarerà un “fascista di sinistra” sempre alla ricerca di quella mitica Terza Via con cui la storia mantiene ancora un conto in sospeso.
Una persona Niccolai che non aveva certo dimenticato le proprie radici e la propria storia per la malefica strada del potere e della tentazione.
Discepolo del fascismo “eretico” di Berto Ricci, Niccolai intravide nel pensiero e nell’opera del poeta fiorentino la stella guida delle sue avventure politiche; ma il suo nome non manca di riecheggiare neanche l’immensa biografia di Nicolino Bombacci, da lui spesso ricordato e riportato come esempio di vita in non pochi dei suoi focosi interventi.
Sempre in lotta sia all’interno del partito cui rappresentava, sia al di fuori verso chiunque venisse a meno alla propria coscienza morale; certamente nella sua vita breve ma intensa di passione, il suo ultimo grido di voce fuori dal coro si farà sentire attraverso le pagine de “L’eco della Versilia”, di cui presto lascerà il timone nelle mani del suo grande affettuoso amico e compagno di lotta che pure ricordiamo Antonio Carli (scomparso nel 2000), che ne tramuterà il nome in “Tabularasa”.
Stimato per la sua onestà e schiettezza anche dai suoi avversari politici, Niccolai ha sempre mantenuto il suo volto di coerenza e franchezza, anche quando si scagliò apertamente senza remore o timori a difesa del leader comunista di Lotta Continua Adriano Sofri.
Che dire infine su di un uomo di cui non basterebbero le pagine di un libro per riesumarlo a giusto titolo; se non che la sua figura e la sua traccia di maestro politico e umano vive tutt’oggi e per sempre nei nostri cuori e nel nostro spirito di socialisti nazionali, non sapremo.
Un’impronta la sua che non potrà mai abbrunire col passare del tempo, poiché nel nostro percorso a distanza di vent’anni dal suo addio tale impronta risplende sempre viva di luce, e per sempre risplenderà ogni giorno della nostra militanza e della nostra esistenza.
Un esempio per le presenti e le future generazioni.
CAMERATA BEPPE NICCOLAI: PRESENTE!
GIACOMO CIARCIA.

“Denunciare i nemici mortali che sono dentro di noi: la partitocrazia che genera professionismo politico contro la militanza; la casta contro l’impegno morale; la burocratizzazione; la corte e i cortigiani; la tendenza a ridurre il partito periferico ad un rete di piazzisti del voto, e che conduce ad una selezione verticistica della classe dirigente secondo le fedeltà, non alle linee ideali, ma alle persone che hanno il potere”.
Beppe Niccolai

“Io sono più a sinistra dei comunisti, anche di Ingrao; il PCI è uno dei più a destra dei partiti italiani poiché ormai è diventato anch’esso il braccio secolare del neo-conservatorismo americano”.
Beppe Niccolai.

«Se n’andò in Africa, leticando con Buffarini Guidi, abbandonando il Corso Allievi Ufficiali e lasciando quella Divisione Folgore in formazione a Tarquinia, nei cui ranghi era corso primo fra i volontari universitari italiani, insieme a Luigi Bertini e Luciano Ciucci. Anche l’andare in guerra era ritenuto bisogno primario della Nazione, sacrificio di sé, quindi, in pro d’Altro».
(su “Beppe Niccolai”, Vito Errico, da “Tabularasa”, anno IV, n° 4)

IL SOCIALISTA CARLO SILVESTRI AMICO-NEMICO DI MUSSOLINI

IL SOCIALISTA CARLO SILVESTRI AMICO-NEMICO DI MUSSOLINI
domenica 15 giugno 2008
Ho letto il suo articolo rievocativo di Giovanni Ansaldo e mi è venuto in mente il nome di un altro giornalista forse meno famoso, ma certo importante nella storia del secolo scorso.
Trattasi di Carlo Silvestri, uomo di punta del giornalismo ai tempi del delitto Matteotti anche dalle pagine del Corriere, attivo antifascista poi (con condanna al confino), finito però al tempo della repubblica di Mussolini quale suo consigliere politico assieme a Nicolino Bombacci. Ho letto appunto di Silvestri sul libro scritto tempo addietro da Arrigo Petacco sulla vita di “Nicolino”, e ho trovato ultimamente su una bancarella una pubblicazione del dopoguerra di Silvestri in cui soprattutto descrive la sua deposizione sul “secondo processo a Matteotti”, assolvendo Mussolini dall’accusa di esserne il mandante. Ciò gli costò l’ostracismo degli uomini dell’antifascismo di cui faceva parte a pieno titolo, cosa che provocò anche la sua prematura scomparsa.
Già molti anni addietro Montanelli fece una brevissima rievocazione dell’incontro che ebbe con lui nei giorni successivi al 25 luglio ’43, ma mi piacerebbe leggere una sua rievocazione che illumini anche l’attività della cosiddetta Croce Rossa socialista di Silvestri, che sembra abbia salvato molti antifascisti dalle mani dei repubblichini e delle SS, cosa che appunto avvenne per la sua frequentazione di Mussolini.Laura Bossi

Cara signora,
Montanelli incontrò Carlo Silvestri al Corriere nell’estate del 1943, dopo la caduta del fascismo.
Ai giornalisti più giovani di lui (era nato nel 1893) raccontava di essere stato redattore del Corriere all’epoca di Albertini, amico di Filippo Turati (il patriarca del socialismo italiano), fiero accusatore di Mussolini all’epoca dell’assassinio di Giacomo Matteotti, e di avere pagato quella “colpa” con qualche mese di carcere e parecchi anni di confino. Ebbene quello stesso Silvestri, come lei ricorda, fu interlocutore e confidente di Mussolini all’epoca della Repubblica Sociale e ne sostenne l’innocenza quando prese parte, come testimone, al nuovo processo Matteotti che si tenne a Roma durante il febbraio del 1947 nella stessa aula del Palazzo di Giustizia dove si riuniva il Tribunale speciale all’epoca del fascismo. Un personaggio contraddittorio, forse soggetto a precipitosi entusiasmi e cambiamenti di rotta? È probabile. Ma tra le diverse fasi della vita di Silvestri esiste un filo socialista che vale la pena di individuare e seguire.
Sulle ragioni del delitto Matteotti e sui suoi responsabili, Silvestri cambiò opinione conversando con Aldo Finzi, allora sottosegretario al ministero degli Interni, e più tardi con lo stesso Mussolini. In un libro apparso nel 1947 («Matteotti, Mussolini e il dramma italiano ») sostenne di avere capito che la strategia del capo del governo, nella primavera del 1924, non era la liquidazione del partito socialista, ma una sorta di ritorno alle origini. Mussolini, secondo Silvestri, si era reso conto che una parte importante del suo partito era ormai autoritaria, corrotta, legata a circoli affaristici, e sperava di rovesciare questa tendenza aprendo le porte del governo ai suoi vecchi compagni.
Matteotti fu ucciso per sbarrare la strada a qualsiasi pacificazione e il suo “cadavere, gettato tra Mussolini e il socialismo, impedì che la situazione politica nazionale evolvesse su strade diverse da quelle che ci portarono al rafforzamento dell’autoritarismo, alla dittatura, al nazionalismo esasperato, alle avventure di conquista, all’alleanza con la Germania, alla guerra, infine alla catastrofe”. Sempre secondo Silvestri, la creazione di una Repubblica sociale, dopo l’8 settembre, ebbe il merito di rimettere il socialismo all’ordine del giorno. Ne fu convinto quando nei suoi contatti con Mussolini sul Lago di Garda, soprattutto verso la fine del 1944, scoprì che il suo interlocutore stava coltivando, in circostanze molto diverse, un progetto simile a quello del 1924: consegnare la Repubblica sociale, nel momento della disfatta, al partito socialista. Invitato abbastanza frequentemente a Salò, Silvestri fu autorizzato a creare una istituzione, la Croce Rossa socialista, che si occupò degli antifascisti detenuti e divenne una sorta di tramite con qualche esponente della Resistenza, fra cui, a quanto pare, Corrado Bonfantini.
L’operazione naturalmente fallì e Carlo Silvestri dedicò i suoi ultimi anni (morì nel 1955) a rivendicare la coerenza del «filo socialista» che aveva attraversato tutta la sua vita.

Corriere della sera, Domenica 15 Giugno 2008 – Lettere al Corriere

Gramsci accusa Togliatti


A Mosca minarono irrimediabilmente il castello difensivo del leader comunista detenuto a San Vittore: le fece scrivere “Palmiro”.
Gramsci accusa Togliatti.
Un caso fra tanti, di cinismo e di intrigo in un partito cresciuto alla scuola leninista.

Nel consegnare la lettera inviata da Grieco per conto di Togliatti, il giudice istruttore commentò: “Onorevole Gramsci, lei ha degli amici che certamente desiderano che lei rimanga un pezzo in galera“. Quattro anni dopo Gramsci spiegherà così il «mistero» della lettera: «Può darsi che chi scrisse [Grieco] fosse solo irresponsabilmente stupido e qualche altro [Togliatti], meno stupido, lo abbia indotto a scrivere»

Il quarantesimo anniversario della morte di Antonio Gramsci -avvenuta all’alba del 27 aprile 1937, due anni dopo avere acquistato la libertà piena- non ci induce a tentare di fare di questa figura di pensatore e politico coerente e vigoroso, un bilancio di maniera.
La sua vita i suoi scritti ormai tutti pubblicati ci inducono ad un altro tentativo, quello cioè di trovare, a quarantanni dalla sua morte, quando cioè l’analisi liberatasi dalle polemiche e dalle passioni si fa obiettiva, elementi che ci aiutino a capire meglio «quel PCI» che, senza ombra di dubbio, è il problema dinanzi al quale la società italiana, per ragioni di sopravvivenza, deve misurarsi.
Scrivendo di Antonio Gramsci, quindi, non tratteremo delle sue analisi speculative, nè della sua strategia ideologica, nè della sua via italiana o europea al socialismo. Scenderemo al pratico per lumeggiare con i documenti gramsciani (questo, si, doveroso) rapporti umani, comportamenti e vicende interne del PCI; rapporti, comportamenti e vicende che acquistano, nel contesto politico attuale, valore di vita e di insegnamento.
Solo in questo le commemorazioni servono ed hanno uno scopo. Si è detto: documenti. “Rinascita”, la rivista culturale fondata da Palmiro Togliatti, pubblicò nel numero 32 del 9 agosto 1968 (Togliatti era già morto) alcune lettere inedite tratte dagli archivi di Stato e dall’archivio del PCI e scambiate, nel marzo 1928, fra Ruggero Grieco, che era a Mosca con Togliatti e Gramsci e Terracini che erano reclusi nel carcere di San Vittore in Milano in attesa di pro cesso.
Si tratta di questo: marzo 1928, a Mosca Stalin espelle dal partito Trotzki, Zinoviev e Kamenev, che lo avevano accusato di favorire il ritorno del capitalismo in Russia e per il comportamento seguito nei riguardi della questione cinese, sia nei riguardi dei contadini. Togliatti e Grieco erano a Mosca. Orbene a Gramsci e a Terracini, nel marzo 1928, arrivano nel carcere di San Vittore, si badi bene per posta normale e non per canali clandestini come il PCI era uso fare date le circostanze, due lettere inviate da Mosca. Le lettere portano la firma di Ruggero Grieco.
Il contenuto delle missive, salvo i convenevoli di uso circa la richiesta di notizie sulla salute dei destinatali, è poco e estremamente riservato soprattutto là dove, non solo giustificano le epurazioni staliniane, ma si esaltano in quanto, scrive Grieco “quelle epurazioni”, che hanno eliminato l’opposizione e ogni forma di dissenso, erano inevitabili e necessarie perché la minaccia di guerra con l’URSS “è un fatto reale e, in questa situazione, non si può giocare all’opposizione».
Fermiamoci un momento sulla frase “non si può giocare all’opposizione”.
Grieco, scrivendo in questi termini a Gramsci, intende semplicemente informarlo quanto accadeva a Mosca, o piuttosto il riferimento era diretto, di carattere personale?
Non ci sono dubbi: il riferimento era diretto alla persona di Antonio Gramsci. Infatti basta ricordare come due anni prima (1926) lo stesso Gramsci avesse inviato a Giuseppe Stalin la famosa lettera (mai consegnata da Togliatti) di dissenso sui suoi metodi interni di conduzione del partito, ed è evidente che la frase di Grieco «non si può giocare all’opposizione dati i tempi” assolve Stalin che elimina i dissidenti e condanna Gramsci, che di quel dissenso si era fatto portatore. Trotzki, Zinoviev e Kamenev hanno contribuito ad educarci per la rivoluzione, sono stati nostri maestri, non possono essere espulsi, aveva scritto Gramsci.
Ma Togliatti, nello scambio di queste missive, che ruolo gioca, come centra?
C’entra, eccome. Non solo perchè Togliatti, già schierato con Stalin, aveva, due anni prima, risposto seccamente a Gramsci “di tenere i nervi a posto”, che «il problema era della giustezza o meno della linea seguita dalla maggioranza del comitato centrale del partito comunista sovietico” e che si trattava di scegliere: “o con gli uni o con gli altri” ma soprattutto perchè questa volta Grieco scrive per conto di Togliatti. Infatti, citandolo, lo scusa, per il fatto che non sia lui a scrivere, con questa frase. “la sua avarizia (nello scrivere – ndr) è degna di un rabbino». Al che Terracini, nella risposta a Grieco, dirà duramente e sarcasticamente che «per scrivere, oltre al francobollo, occorre un certo quid di sentimenti e di impulsi non cedibili e permutabili”. Il tutto fa ritenere, senza ombra di dubbio, che i rapporti, non solo politici, ma umani e personali fra Togliatti e Gramsci e lo stesso Terracini, per quanto avveniva in quei giorni (Stalin vincitore dei suoi rivali, i vertici comunisti internazionali si schieravano al suo fianco), non erano dei più tranquilli.
Ma se quelle lettere di Grieco rappresentavano il chiaro invito a Gramsci e a Terracini di schierarsi con Giuseppe Stalin, quale altra finalità potevano avere in quel contesto politico, in cui si decidevano anche le sorti di chi doveva essere scelto a capo della segreteria del PCI?
Pensate la scena internazionale di allora. Stalin, vincitore, si apprestava a mettere in galera e ad uccidere in un secondo tempo, tutti i suoi oppositori. All’interno degli Stati europei la minaccia del comunismo internazionale tutt’altro che domata. Ci si difendeva. Per dirla con un termine molto di moda oggi, l’eversione “comunista” era in atto e veniva fronteggiata. Anche con leggi eccezionali. Ora Togliatti era a Mosca. Gramsci a San Vittore in attesa di processo. E quest’ultimo, non lo si dimentichi, concorrente con Togliatti alla segreteria del partito, nella sua difesa per ottenere la scarcerazione, aveva sempre sostenuto, pur non rinnegando la sua fede. di non far parte dell’esecutivo del partito. Ora che cosa rappresentavano quelle lettere di Grieco, inviate per posta normale al carcere di San Vittore (dove tutta la posta dei detenuti, qualunque sia il regime che governa, è controllata), e nelle quali Gramsci veniva indicato, per la stessa natura delle notizie che gli venivano fornite, come un alto dirigente internazionale del PCI, se non una vera e propria denuncia a coloro che lo ritenevano colpevole di eversione contro lo Stato?
Come è possibile ritenere così come scrivono gli storici del PCI a cominciare dallo Spriano che l’invio di quelle lettere per posta normale fu solo leggerezza?
No. Ha ragione Gramsci a pensarla diversamente. Infatti, scrivendo alla cognata Tania, tornerà più volte su quella “strana” lettera ricevuta nel carcere di San Vittore nel marzo 1928. E si chiederà se fu solo “leggerezza irresponsabile oppure un atto criminale, un atto scellerato», esprimendo il dubbio che chi la scrisse fosse “irresponsabilmente stupido” e “qualche altro”, meno stupido, lo abbia indotto a scrivere”.
Il riferimento di Gramsci è chiaro. E l’indirizzo pure: Palmiro Togliatti.
Gramsci è tanto sicuro di quello che afferma che, sempre alla cognata Tania, riferisce l’episodio della consegna di quella lettera da parte del giudice istruttore. Costui, congegnandola a Gramsci, aggiunse testualmente: “Onorevole Gramsci, lei ha degli amici che certamente desiderano che Lei rimanga un pezzo in galera». È stato scritto che questo episodio, oltre che gettare sul PCI l’ombra «di tradimenti, provocazioni, cedimenti”, accentuò l’isolamento morale di Gramsci dal partito stesso, fino ad esporlo all’accusa di essere un socialdemocratico, o quella più infamante (menzognera – ndr) di avere ottenuta la libertà (Gramsci mori nella Clinica Quisisana di Roma) per avere rinnegato.
Che cosa abbiamo voluto significare riportando questo squarcio di vita interna del PCI, sconosciuto ai più?
Forse la tesi di un Gramsci democratico che lotta e perde nei confronti di un Togliatti staliniano?
Chi scrive è concorde con quella parte degli studiosi che sostengono che non vi è nessuna differenza fra il termine “egemonia del PCI” usato da Gramsci nei confronti della società civile e quello di “dittatura del proletariato” usato da Lenin in quanto, è lo stesso Togliatti che ce lo spiega, «ogni stato è una dittatura e ogni dittatura presuppone, non solo il potere di una classe, ma di un sistema di alleanze e di mediazioni attraverso cui si giunge al dominio di tutto il corpo sociale”. Ma ciò, come si è detto all’inizio, non è la ragione di queste modeste note.
La vicenda che si racconta altro scopo non ha se non quello di dimostrare, in un momento di collasso morale e mentale come all’interno di questo «principe», il PCI, che dovrebbe (come affermano, per dirla con Lenin, “gli utili idioti del comunismo”) rigenerare la società italiana, la lotta per il potere si caratterizzi di crudeltà.
Da quei giorni la vita all’interno del PCI (e di tutta la società comunista) non è cambiata. Quaranta anni sono passati dalla morte di Gramsci. Il rispetto verso un uomo che ha saputo soffrire e morire per le sue idee c’è tutto. Non altrettanto per i suoi odierni agiografi che, nella foga di metterlo sugli altari del compromesso storico, hanno perfino parlato di una sua conversione, in punto di morte, al cristianesimo. Sono bestemmie.

1 maggio 1977
Giuseppe Niccolai
“Secolo d’Italia”

GRAMSCI, UN GRANDE UOMO – Non ci riferiamo ad Antonio, il pensatore e leader comunista, ma a suo fratello Mario dimenticato da tutti perché ebbe la sventura di vestire la camicia nera.
http://pocobello.blogspot.it/2012/03/di-gianfredo-ruggiero-nel-settantesimo.html

Questa sarebbe stata la fine di Antonio Gramsci se si fosse recato in Russia.

Vittime italiane del comunismo e colpe di Togliatti – part 1/3
http://www.youtube.com/watch?v=_OmcTMWoDZc&list=PL36FC1BE23EB87B32&hd=1

http://www.youtube.com/watch?v=yLNDmoiuEvA&hd=1

http://www.youtube.com/watch?v=2jLphuyRLX4&hd=1

Il piano Morghenthau ovvero la programmata eliminazione del popolo tedesco


Dai campi di concentramento alleati 800.000 tedeschi furono fatti morire di fame dagli alleati anglo americani e come loro morirono anche un numero ancora non noto di italiani. Mentre i russi alla fame riuscirono, pur nella tragedia, ad essere “umani” e tante famiglie russe sfamarono i nostri soldati italiani che erano andati infelicemente in guerra lì con le scarpe di cartone, gli anglosassoni furono di una infamia senza limiti.E’ sfuggito ai nostri libri di storia, il piano di sterilizzazione di massa dei maschi tedeschi fatto emergere anni fa da Maurizio Blondet in un suo articolo nel quale raccontava delle scoperte da parte degli anglosassoni dell’alto livello scientifico raggiunto dai tedeschi stessi….
Fonte: Claus Nordbruch, “The allied plan for the annihilation of german people”, The Revisionist, 2 febbraio 2004.
Così scrisse nel suo diario il segretario al Tesoro di Roosevelt, il banchiere Henry Morgenthau jr. “Dobbiamo essere duri con la Germania, e intendo con il popolo tedesco, non solo coi nazisti”, il giorno 19 agosto 1944: “Bisogna o castrare i tedeschi, o trattarli in modo che non continuino a riprodursi come hanno fatto in passato”.
Henry Morgenthau
Era la proposta apparsa nel 1940, un anno prima che gli USA entrassero in guerra, in un opuscolo intitolato “Germany must perish”, la Germania deve sparire. Era stato scritto da Theodore Nathan Kaufman, presidente di un ente chiamato, orwellianamente, “American Federation for Peace”.

“La guerra attuale non è contro Adolf Hitler», scriveva il pacifista, «nè contro i nazisti. E’ una lotta tra la Germania e l’umanità (…). Di conseguenza, essa deve accettare di pagare la pena totale: la Germania deve perire per sempre! E in realtà, non nella fantasia”.
Kaufman passava subito a spiegare come: “La popolazione della Germania, se si escludono i territori annessi e conquistati, è di circa 70 milioni di individui, quasi egualmente divisi tra maschi e femmine. A raggiungere lo scopo della estinzione tedesca sarebbe necessario sterilizzare solo 48 milioni di individui (…)”.

Prendendo 20 mila chirurghi come numero arbitrario, e assumendo che ciascuno esegua 25 operazioni al giorno, per completare la sterilizzazione servirebbe non più di un mese al massimo. (…) La sterilizzazione delle donne richiedendo più tempo, si può calcolare che l’intera popolazione femminile tedesca potrà essere sterilizzata entro tre anni o meno. La sterilizzazione completa di entrambi i sessi, non di uno solo, è da ritenersi necessaria a causa dell’attuale dottrina tedesca secondo cui una sola goccia di sangue germanico fa di un uomo un tedesco”.

“Naturalmente, dopo la sterilizzazione completa, in Germania non ci sarà più natalità. Con il normale tasso di mortalità del 2% annuo, la demografia tedesca diminuirà annualmente di 1,5 milioni di individui. Nel giro di un paio di generazioni l’eliminazione del germanesimo e dei suoi portatori sarà un fatto compiuto”.
Gran parte delle proposte del Piano Morgenthau furono inserite nella direttiva JSC 1067, emanata nel 1947 dal Comando Supremo che costituiva il governo occupante militare. Il Piano presentava però difficoltà pratiche che si rivelarono insormontabili.
Non era facile trovare 20 mila chirurghi disposti ad operare 25 castrazioni al giorno; nè questa misura, nè l’allagamento delle miniere furono portati a termine, per difficoltà logistiche. La deindustrializzazione totale dovette essere rallentata perchè affamava la popolazione prigioniera, al punto da far temere epidemie da fame e denutrizione, nonchè ribellioni.
Più tardi, l’avvento della guerra fredda e la minaccia sovietica sconsigliarono di perseguire attivamente lo sradicamento dell’industria tedesca; la parte della Germania sotto occupazione sovietica, diventata comunista, continuava ad avere industrie operative. Tuttavia, fu applicato severamente il codicillo della direttiva JCS 1067 che diceva: “Nessuna azione deve essere intrapresa (…) che tenda al sostentamento delle condizioni elementari di vita in Germania nella nostra zona (d’occupazione)”.

Come sappiamo, Eisenhower praticò un principio di genocidio per negligenza, lasciando morire di stenti almeno 800 mila tedeschi prigionieri nei campi di internamento occidentali.

Al Senato americano fu sollevata la questione se la sparizione della potenza industriale germanica non avrebbe avuto ripercussioni negative sui Paesi vicini e alleati, importatori di beni tedesci. Il Segretario al Tesoro, nel memorandum datato 7 settembre 1944, rigettò l’obiezione “perchè gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia e il Belgio possono facilmente fornire ciò che la Germania produceva prima della guerra”.
Così, i tedeschi rieducati ottennero la democrazia e, per giunta, il libero mercato.

Nessuna richiesta di perdono risulta essere stata avanzata da parte dei vincitori.

Lino B.