1848, UN ANNO TERRIBILE


In quest’anno viene pubblicato il “Manifesto del Partito Comunista”, elaborato da Marx ed Engels, con il finanziamento dei massoni Clinton Roosevelt e Horace Greely, membri della Loggia Columbia, fondata a New York dagli Illuminati di Baviera. Successivamente allo stesso Marx, in collaborazione col Mazzini, è affidato dagli Illuminati l’incarico di preparare l’indirizzo e la costituzione della “Prima Internazionale” Comunista. L’anno prima, infatti, il direttorio della setta degli “Illuminati Inglesi” aveva affidato a Carlo Marx, vero nome Kiessel Mordechai (affiliato della setta “Lega dei Giusti”) e ad Engels, il compito di rielaborare i principi settari in forma nuova e scientifica. Nasce cosí a Londra la “Lega dei comunisti” come organizzazione rivoluzionaria internazionale.

Le sette massoniche spingono alcuni affiliati, i sovversivi siciliani La Farina e La Masa, a sbarcare il 3 gennaio a Palermo, dove, era stato loro detto, si era costituito un comitato rivoluzionario. Questo comitato in realtà non esiste, ma vi trovano invece gli altri massoni Rosolino Pilo e Francesco Bagnasco, che al loro arrivo mobilitano tutti i loro seguaci per iniziare una rivolta. La Masa, per poter avere l’appoggio delle popolazioni, convince il principe Ruggero Settimo a porsi a capo della rivolta per l’indipendenza della Sicilia.

Le titubanze del principe sono presto superate quando lord Minto, con la flotta inglese nella rada del porto di Palermo, gli assicura il suo appoggio. I rivoltosi, poi, certi che il comandante borbonico, De Majo, non avrebbe opposto che una simbolica resistenza, insorgono il 12 gennaio a Palermo, concentrandosi alla Fieravecchia. La gente si chiude nelle case, le botteghe serrano le porte. Le truppe, poiché vi erano stati atroci episodi di violenza e di saccheggi, si rinchiudono invece nel forte di Castellammare e da lí bombardano i rivoltosi.

Il 15 gennaio arriva la flotta duosiciliana comandata dal generale De Sauget con circa 5.000 uomini, che si accampano fuori della città ai Quattro Venti. Nel frattempo, la setta fa affluire in Palermo rivoltosi da tutta la Sicilia. Il giorno 24 sono assaltati e saccheggiati i conventi di Santa Elisabetta, il monastero dei Sette Angeli, l’Arcivescovado e la caserma di S. Giacomo. Nello stesso giorno il De Majo abbandona la Fortezza di Castellammare e si imbarca per Napoli, vista anche l’inazione del de Sauget. Appena sgombrata la città dalle truppe, i rivoltosi si scatenano con furia penetrando nella Reggia. Sono asportate le suppellettili, le masserizie, i mobili e le argenterie. Sono liberati dalle carceri tutti i delinquenti comuni che sono aggregati alle bande degli insorti. Successivamente vi sono saccheggi e violenze indiscriminate in tutta la città.

L’incomprensibile comportamento del De Sauget, che addirittura il 31 gennaio si ritira, senza aver mai tentato di riportare l’ordine, dà via libera ai sovversivi, che riforniti di armi e munizioni dagli Inglesi, armano gli avventurieri. Vista la piega degli avvenimenti, Ruggero Settimo dichiara la Sicilia indipendente, convocando la riunione del Parlamento siciliano. Nel frattempo avvengono numerosi assassini, saccheggi e atroci violenze e vendette di ogni genere. La Sicilia cosí resta abbandonata nelle mani degli insorti, ad eccezione della cittadella di Messina. Avviene che, a seguito di questi avvenimenti, si affermeranno, quasi come una istituzione, i cosiddetti “uomini d’onore”, i quali nella massoneria trovarono il punto d’incontro totale, ed ideale.

A Napoli, intanto, le prime notizie sugli avvenimenti di Sicilia incoraggiano i carbonari a nuove azioni dimostrative. Nel Cilento il 18 gennaio sono assassinati alcuni noti personaggi fedeli allo Stato e si compiono numerosi saccheggi. I moti, compiuti da poche persone, sono però rapidamente sedati dalle truppe del colonnello Lahalle, ma al Re sono fatti credere gravissimi. Ferdinando II, allora, allo scopo di evitare ulteriori disordini, e sorprendendo tutti gli altri Stati della penisola, annuncia il 29 gennaio la concessione della Costituzione, ispirata a quella francese del 1830. La Costituzione, la prima in Italia, viene pubblicata l’11 febbraio. Viene formato un nuovo governo con il barone Carlo Poerio e l’avvocato Francesco Bozzelli. Il convento annesso alla chiesa di Monteoliveto viene destinato a sede del futuro Parlamento. Viene itituita anche la Guardia Nazionale, formata da elementi carbonari, i cui primi 4 battaglioni sono passati in rassegna dallo stesso Re il 19 febbraio.

Il 24 febbraio Ferdinando II nel recarsi a piedi nella Chiesa di S. Francesco di Paola, che è di fronte alla Reggia, per giurare solennemente sulla Costituzione, alla vista di un giovane, Michele De Chiara, che aveva la coccarda tricolore, gli dice: “Levati codesta coccarda, non sono colori napolitani”.

La concessione della costituzione scatena la nascita di numerose testate giornalistiche (circa 130 fino al 1849), moltissime di proprietà della massoneria, che propagandano idee sull’indipendenza italiana. Gli scritti erano di Silvio Spaventa, Alessandro Poerio, Trevisani, Capuano ed altri.

In realtà non è affatto una rivoluzione “unitaria”, come poi si cercherà di far credere. In Sicilia, infatti, l’indipendenza dell’isola rimaneva l’obiettivo prioritario, come si evince dall’articolo 2 del Titolo I dello “Statuto Costituzionale del Regno di Sicilia” approvato dal parlamento siciliano: “LA SICILIA SARÀ SEMPRE STATO INDIPENDENTE” ed ancora: “II re dei Siciliani non potrà governare su verun altro paese. Ciò avvenendo, sarà decaduto ipso facto. La sola accettazione di un altro principato o governo lo farà anche incorrere ipso facto nella decadenza”.

Gli avvenimenti di Napoli incoraggiano i sovversivi a scatenare altre sommosse nel resto d’Italia ed in tutta l’Europa. In Francia, il Re Luigi Filippo d’Orleans, che tentava di ripristinare una politica di assolutismo per liberarsi del potere massonico di cui era in pratica prigioniero, è accusato di tradimento. Per questo la setta provoca il 24 febbraio una violenta rivolta che costringe il Re a rifugiarsi in Inghilterra. Viene proclamata la “Seconda Repubblica” con un governo provvisorio che approva il suffragio universale, però su base censitaria.

Anche in Germania, il 2 marzo, negli Stati di Renania, Baden e Slesia, si hanno delle sommosse da parte della borghesia, che chiede di formare Stati repubblicani. Si nominano dei governi liberali e una Assemblea si riunisce ad Heidelberg il 5 marzo per creare un nuovo parlamento unitario.

In Piemonte Carlo Alberto, con riluttanza e dopo molte esitazioni, è costretto il 4 marzo 1848 a concedere anche lui la costituzione, da lui chiamata “Statuto”, sembrandogli la parola “costituzione” troppo spropositata. Viene concessa anche la libertà di stampa, ma è vietato “tutto ciò che può offendere la religione, la morale, l’ordine pubblico, il re …”. Nello stesso mese di marzo le costituzioni sono concesse anche in Toscana e nello Stato Pontificio.

Mentre i carbonari facevano espellere i Gesuiti, lord Palmerston, capo del governo inglese, suggerisce al governo duosiciliano di riconoscere l’indipendenza della Sicilia e nello stesso tempo esalta la liberazione d’Italia dagli stranieri. Insomma l’Inghilterra vuole unire l’Italia e separare il Regno, per appropriarsi della Sicilia. L’isola, infatti, dopo l’occupazione francese dell’Algeria, è diventata per gli Inglesi molto interessante. In Sicilia, intanto, poiché le finanze sono in completa bancarotta, vengono imposte numerose nuove tasse.

In Austria i massoni il 13 marzo approfittano per promuovere una grave insurrezione a Vienna, causando numerosi morti. L’imperatore Ferdinando I, dopo aver convocato gli Stati Generali, è costretto anch’egli a concedere la Costituzione. Il primo ministro Metternich è costretto a fuggire in Inghilterra. La setta, tuttavia, continua nei suoi intrighi fomentando disordini in Boemia, in Ungheria e nel Lombardo-Veneto.

Anche a Berlino nei giorni 14 – 18 marzo si ha un’insurrezione che provoca 230 morti. Guglielmo IV forma un governo liberale e promette la Costituzione.

I fatti di Vienna e Berlino hanno immediate ripercussioni in Italia. Il 17 marzo, a Venezia, sono inscenate delle sommosse. Daniele Manin e Nicolò Tommaseo, in prigione dal gennaio dello stesso anno, sono liberati. Viene costituito un governo provvisorio presieduto dallo stesso Manin.

A Milano, giunta la notizia dell’insurrezione di Vienna, si verifica l’episodio delle “Cinque Giornate”, che dura dal 18 al 22 marzo. Gli Austriaci sono costretti a ritirarsi nella Cittadella e sui bastioni. Il giorno 20 Carlo Cattaneo a capo di un governo provvisorio respinge una proposta d’armistizio e il 22 gli insorti, guidati da Luciano Manara, conquistano Porta Tosa (oggi Porta Vittoria, ndr), mentre a Venezia, lo stesso 22 marzo Daniele Manin proclama la Repubblica di San Marco.

In Ungheria il 23 marzo scoppia un movimento a carattere indipendentistico, guidato da Lajos Kossuth. Contro il centralismo di Vienna insorgono pure la Boemia e gli Slavi della Croazia. Tutti questi avvenimenti costringono le truppe austriache a ritirarsi verso il “quadrilatero”, sistema difensivo costituito dalle città di Mantova, Peschiera, Verona e Legnago.

Insomma si ripete in tutta l’Europa cattolica, tranne cioè nei paesi protestanti, quanto era successo in Sicilia. I massoni avevano fomentato le rivolte al solo scopo di sconvolgere l’equilibrio della politica europea ai danni delle potenze conservatrici: Due Sicilie, Austria, Prussia e Russia, garanti dello statu quo nato dal Congresso di Vienna. Chi dirige tutte queste rivolte è il governo inglese del Palmerston che ritiene “benefico” per l’Inghilterra il disordine politico dell’Europa.

Nel frattempo, il Garibaldi, chiamato dal Mazzini, il 15 marzo partiva da Montevideo, con 150 uomini sulla nave Speranza. Carlo Alberto, eccitato dalla setta, tra cui primeggiava Camillo Benso di Cavour, dichiara il 23 marzo la guerra all’Austria. Solo il giorno 26, però, i primi reparti piemontesi raggiungono Milano, mentre il re entra in Pavia il 29. La lentezza dei primi movimenti favorisce cosí la composta ritirata del Radetzky.

I massoni, appoggiati dai governi liberali, che essi erano riusciti a insediare negli altri Stati italiani, fanno inviare dei corpi di spedizione contro l’Austria. A Roma il 27 marzo giunge da Torino il conte Rignon per chiedere al Papa un appoggio materiale e morale per la guerra. Pio IX invia le truppe pontificie sotto il comando del generale Durando e di d’Azeglio, ma con l’ordine di fermarsi sul Po e solo per scopo difensivo. Anche Leopoldo II di Toscana invia contingenti agli ordini di De Laugier e di Giuseppe Montanelli.

Il 31 marzo in Germania Guglielmo IV riunisce il Parlamento a Francoforte per eleggere un’Assemblea Costituente.

Il Rignon si reca anche a Napoli, dove i liberali già erano all’opera per arruolare volontari. Ferdinando II, tuttavia, aveva già deciso che cosa fare. Egli, infatti, si era reso conto che il movimento, non avendo l’appoggio del popolo, si sarebbe esaurito da solo nelle gravi agitazioni che esso stesso provocava. Concluse che l’unico modo per estinguerlo, era quello di accelerarne gli effetti. Dichiara cosí inaspettatamente il 7 aprile guerra all’Austria, inviando 16.000 uomini al comando del generale Guglielmo Pepe, che il 4 maggio parte, anche lui con l’ordine di attestarsi sul Po. L’accordo è, tuttavia, di breve durata in quanto sia Pio IX che Leopoldo II, resisi conto delle mire del Savoia di turno, cui interessava solo ingrandire i propri possedimenti, ritirano le truppe il 29 aprile.

In Austria, intanto, viene proclamata il 25 aprile una nuova Costituzione.

Alla fine di aprile nella parte continentale del regno sono indette le elezioni che vedono scarsa partecipazione popolare. I liberali, usciti vincitori delle elezioni, pretendono che la costituzione promulgata il 10 febbraio venga modificata, limitando ulteriormente i poteri della corona e le sue facoltà di controllo sull’attività politica interna. Ferdinando II però si mostra giustamente inflessibile sulla scelta costituzionale, dichiarando di non poter venire meno al giuramento di fedeltà da lui già solennemente pronunciato il 24 febbraio. I carbonari inscenano una minacciosa dimostrazione, chiedendo che l’ordine pubblico sia affidato alla Guardia Nazionale e che metà dell’esercito sia inviato in Lombardia contro gli Austriaci.

Nel frattempo nel Ducato di Parma le sette massoniche, costretto alla fuga il Duca Carlo II, avevano costituito un governo provvisorio e avevano organizzato una farsa di elezioni che decretava l’annessione al regno sardo-piemontese.

Il popolo duosiciliano, tuttavia, incomincia a manifestare in varie occasioni contro questi mutamenti di regime. Il malcontento popolare, infatti, scoppia con episodi di particolare gravità in rapida successione in Sicilia, nelle Puglie, nelle Calabrie e negli Abruzzi.

Significativo quello di Pratola Peligna, negli Abruzzi, dove tra il 7 e l’8 maggio tutta la popolazione si solleva contro la Guardia Nazionale al grido di “Viva il Re! Abbasso la costituzione!”. Sono bruciate la Casa Comunale e le case dei maggiori esponenti liberali, sono uccisi l’Intendente dell’Aquila e il cancelliere Fiore.

In Germania, mentre le sommosse continuano, si riunisce il 10 maggio l’Assemblea Costituente formata da membri della piccola borghesia. Tale assemblea viene contestata violentemente dai comunisti, sí che l’esercito deve intervenire per difenderla. Guglielmo IV concede una Costituzione autoritaria basata sul censo.

Il 15 maggio a Vienna si ha una seconda insurrezione con la richiesta di altre riforme sulla libertà dei contadini e sul suffragio universale.

Lo stesso 15 maggio, a Napoli, mentre Re e deputati stanno cercando un compromesso, i dimostranti, che avevano costruito anche barricate, aprono provocatoriamente il fuoco contro alcuni ufficiali svizzeri. Divampa quasi una battaglia che in mezza giornata fa piú di duecento vittime. A questi episodi il popolo non partecipa, anzi manifesta con molta evidenza il suo attaccamento al governo di Ferdinando. Nelle altre regioni vi sono anche alcune manifestazioni, attivate dai soliti sovversivi, che lo stesso popolo reprime. Per questi motivi Ferdinando II, avendo compreso che non erano le riforme che in realtà volevano i carbonari, ma solo creare disordini per destabilizzare lo Stato, decide personalmente la formazione del governo e, senza abrogare la costituzione, scioglie la Guardia Nazionale.

In Germania i liberali aprono la via dell’unificazione nazionale, con un’Assemblea Costituente Tedesca, che si riunisce a Francoforte il 18 maggio.

Le truppe piemontesi, che avevano adottato una nuova bandiera con i colori verde, bianco e rosso, colori che identificavano la massoneria dell’Emilia, il 30 maggio 1848 hanno un primo successo a Goito contro gli Austriaci, grazie alla resistenza delle truppe duosiciliane e di alcuni volontari toscani che avevano fermato a Curtatone e a Montanara il nemico. Il 29 maggio, infatti, ventimila Austriaci, appoggiati dal fuoco di cinquantadue pezzi di artiglieria, si erano scontrati contro cinquemilaquattrocento tosco-napolitani. I soldati delle Due Sicilie erano costituiti da 1.516 combattenti del 10° Reggimento di fanteria di linea “Abruzzi” e da un battaglione di volontari. Malgrado la forte inferiorità numerica, le truppe duosiciliane si battono con grandissima animosità. A Montanara gli Austriaci avevano occupato il cimitero, dove avevano posto quattro cannoni in batteria che sparava a mitraglia con alzo zero. I Duosiciliani contrattaccano alla baionetta numerose volte per la conquista della posizione. Sono guidati dal maggiore Spedicati, comandante del II/10°, e dopo che questi viene ferito, dal capitano Catalano. Cadono 183 uomini, tra i quali 5 ufficiali e un portastendardo (ma la bandiera del battaglione è salva). Da ricordare che anche le truppe toscane avevano mutato la bandiera del Granducato con un tricolore nel cui centro era sovrapposto lo stemma granducale.

Il successivo giorno 30 i nostri soldati combattono anch’essi da protagonisti a Goito. Il colonnello Rodriguez, comandante del 10° “Abruzzi”, riceve l’ordine di tenere la posizione ad ogni costo ed è cosí che, arginando valorosamente l’avanzata austriaca, consente la vittoria dei Piemontesi. Gli Austriaci sono costretti a ritirarsi verso il quadrilatero, fatto che consente ai liberali l’annessione di Milano ai Savoia e, a Venezia, la proclamazione della repubblica. Numerose sono le decorazioni e le onorificenze concesse ai Duosiciliani, ma sull’obelisco, eretto nei luoghi della battaglia, vi sono solo i nomi dei toscani. In questi giorni il Savoia approfitta subito per annettere Milano, Parma e Modena al Piemonte, cui si aggiunge il 4 giugno, il Veneto. Solo Venezia resiste alle sue mire con un governo indipendente e continua a combattere contro gli Austriaci.

Ferdinando II, resosi definitivamente conto dei veri propositi savoiardi ed anche delle vere motivazioni che li favorivano, richiama in Patria il suo corpo di spedizione, anche per ragioni di ordine pubblico. In Calabria, infatti, la massoneria aveva fomentato alcune sommosse, approfittando del fatto che l’esercito duosiciliano era impegnato in Lombardia. La diplomazia inglese, inoltre, aveva spinto il governo rivoluzionario della Sicilia ad offrire la corona al savoiardo duca di Genova, che però declinava l’offerta non sentendosi sicuro di mantenerla.

In Francia, nel frattempo, il ministro della guerra Louis Cavaignac assume i pieni poteri e, per reprimere le rivolte, compie delle vere e proprie stragi uccidendo circa 10.000 rivoltosi e incarcerando circa 13.000 persone.

Altre insurrezioni con richieste di autonomia si hanno il 17 giugno a Praga, ma vengono sedate a cannonate dall’esercito austriaco. L’esercito austriaco marcia successivamente contro i rivoltosi ungheresi incontrando però una forte resistenza.

In giugno, in esecuzione dell’ordine del Re Ferdinando, tutte le truppe duosiciliane rientrano a Napoli, tranne il traditore Pepe e circa mille soldati che, plagiati dai settari, si recano a Venezia.

Nel frattempo il Garibaldi, sbarcato il 21 giugno a Nizza con i suoi avventurieri, si reca il 5 luglio a Roverbella, nei pressi di Mantova, per offrirsi volontario al re Carlo Alberto Respinto, il nizzardo si reca a Milano, dove il governo provvisorio lombardo, presieduto dal conte massone Casati, lo nomina il 14 luglio generale di brigata.

I Piemontesi, senza l’aiuto delle truppe duosiciliane, il 25 luglio sono ignominiosamente sconfitti a Custoza dalle poche truppe austriache e il 9 agosto costretti da Radetzky a un armistizio, firmato dal capo di stato maggiore Carlo Canera di Salasco. Alle battaglie avevano tentato di partecipare anche i volontari del Garibaldi, ma il 4 agosto, senza neanche affrontare le avanguardie austriache incontrate a Merate, i piú incominciano a disertare. I resto, con Garibaldi, travestito da contadino, fugge in Svizzera, dove già si era rifugiato il prudente Mazzini. Tranne la città di Venezia, rimasta assediata, tutto il territorio occupato dai savoiardi ritorna all’Austria. A queste vicende non vi è stata alcuna partecipazione popolare. Anzi le masse sono per lo piú favorevoli agli Austriaci, come dimostrano le manifestazioni della maggior parte del popolo che, al loro ritorno, aveva gridato “Viva Radetzky”.

Il 12 agosto 1848 entrano in Bari 4.000 nostri soldati, comandati dal maresciallo Marcantonio Colonna di Stigliano, per reprimere le rivolte che erano state fomentate ancora una volta dai sovversivi carbonari.

Il 30 agosto un Corpo di spedizione agli ordini del Tenente Generale Carlo Filangieri viene imbarcato per la Sicilia con l’ordine di ristabilire in Sicilia il legittimo governo. La squadra navale è composta da circa trenta navi ed è comandata dal Brigadiere Pierluigi Cavalcanti. La flotta si componeva di tre fregate a vela (Regina, Isabella, Amalia), sei a vapore (Sannita, Roberto il Guiscardo, Ruggero il Normanno, Archimede, Carlo III, Ercole), due corvette a vapore (Stromboli e Nettuno), sette piroscafi per il trasporto truppe, otto cannoniere e altro naviglio minore per complessivi 246 cannoni dei vari calibri.

Il 1° settembre le navi sono ancorate presso Catona (Reggio Calabria). Al mattino del 2 la pirofregata Roberto inizia il bombardamento della batteria “delle Moselle”, situata poco fuori Messina, mentre quattro compagnie di pionieri l’assaltano e la conquistano. È proprio a causa di questo episodio che in seguito i carbonari, per denigrarlo, diedero a Ferdinando il soprannome di “re bomba”. La mattina del giorno 5 sono sbarcati su una spiaggia a tre miglia da Messina 250 ufficiali e circa 6.500 uomini di truppa. Tra di essi vi è il Reggimento di Real Marina (i marines duosiciliani), comandato dal colonnello Giustino Dusmet, il 3° battaglione cacciatori e tre battaglioni del 3° di linea. Dopo tre giorni di aspri combattimenti Messina viene liberata dai sovversivi, mentre le navi duosiciliane catturano sedici cannoniere dei ribelli.

Caduta Messina, gli avanzi dei facinorosi infestano le campagne compiendo numerosi misfatti e violenze sulle popolazioni e sulle loro proprietà, attribuendone la responsabilità alle truppe “borboniche”. Il giorno 9 è liberata anche Milazzo.

Il giorno successivo, 8 navi duosiciliane bloccano il porto di Palermo, mentre la pirofregata Ruggiero ristabilisce l’ordine a Lipari. Nel frattempo l’esercito è avviato verso Palermo. L’intervento della diplomazia inglese (ammiraglio Parker) e francese (ammiraglio Baudin) ferma, tuttavia, le forze duosiciliane il giorno 18 con lo scopo di intavolare delle trattative, ma in realtà per far riorganizzare le forze rivoluzionarie.

A Firenze Montanelli, non avendo una maggioranza “sicura”, scioglie il Consiglio generale e indice le elezioni. Nello stesso tempo fa provocare dai suoi settari dei tumulti (appoggiato dal Piemonte), che causano la distruzione delle urne e delle schede, dato che la maggior parte del popolo toscano era favorevole al Granduca.

A Vienna continuano le insurrezioni. Il 6 di ottobre viene occupato il ministero della guerra dove viene ucciso lo stesso ministro, generale Latour. Il governo austriaco cerca di organizzare un esercito per reprimere le rivolte in Ungheria, ma i rivoltosi ne impediscono la formazione e costringono la Corte austriaca a fuggire a Olmütz. Vienna rimane nelle mani dei rivoluzionari, che però il 31 ottobre sono sconfitti da un esercito formato da cechi e croati che compiono fucilazioni sommarie.

Il 4 novembre 1848, in Francia, i maggiori esponenti della massoneria si impossessano del potere e viene promulgata la costituzione repubblicana.

A Roma, falliti i ministeri di T. Mamiani, O. Fabbri e P. Rossi, dopo l’assassinio di questo ultimo, avvenuto il 15 novembre durante una tumultuosa dimostrazione compiuta dai carbonari davanti al Quirinale, Pio IX si vede costretto a chiamare al potere i democratici G. Galletti e P. Sterbini, ma dopo l’uccisione a tradimento, avvenuta nello stesso palazzo del Quirinale, anche del suo prelato domestico monsignor Palma, al Papa non resta altra scelta che abbandonare il 24 novembre Roma per rifugiarsi a Gaeta, sotto la protezione di Ferdinando II. Da Gaeta Pio IX destituisce il ministero e proroga il parlamento. Questo, invece, nomina una giunta governativa, che indice le elezioni per la costituente, riuscite poi favorevoli alla parte liberale.

Il 2 dicembre in Austria, dopo l’abdicazione di Ferdinando I, sale al trono il nipote diciottenne Francesco Giuseppe. In Germania il 5 dicembre Guglielmo IV scioglie d’autorità l’Assemblea senza alcuna reazione da parte del popolo. Il 10 dicembre in Francia viene eletto a presidente della repubblica francese il massone Luigi Napoleone Bonaparte.

Antonio Pagano

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