Voglia di socialismo, ovvero il socialismo possibile

Il Movimento Antagonista è stato invitato ad intervenire nel dibattito “Socialismo addio?” promosso dal quotidiano “l’Umanità” da Ugo Gaudenzi, direttore del quotidiano socialista. Pubblichiamo qui di seguito l’intervento di Gianni Benvenuti.

Voglia di socialismo, ovvero il socialismo possibile
Gianni Benvenuti

Chi scrive, è bene dirlo subito in premessa, è ed è sempre stato un fascista.

Senza dubbio anomalo.

Lontano dagli stereotipi che, a torto ed a ragione, si sono voluti affibbiare al termine fascista.

Estraneo alle fuorvianti e ottocentesche etichettature di destra e di sinistra.

Estimatore del primo fascismo, quello sansepolcrista e soreliano e dell’ultimo fascismo, quello della Repubblica Sociale Italiana.

Un eretico se si vuole, come Berto Ricci e tanti altri. Ma pur sempre un fascista e al tempo stesso un socialista.

Ciò non deve, non vuole, né può scandalizzare nessuno. Casomai, può far riflettere.

Basti pensare all’emblematica immagine di quel Nicolino Bombacci che, fondatore del PCI, andò a morire a Dongo, fucilato accanto a Mussolini gridando «Viva il socialismo».

Basti pensare ai tanti socialisti e fascisti genuini ed onesti che, anche se costretti a muoversi in fittizie, false e diverse collocazioni partitiche, hanno sempre creduto e lottato per un socialismo autentico.

E mi riferisco allo stesso Mussolini, a De Ambris, a Corridoni, a Bombacci, a Silvestri, a Cianetti, a Labriola, a Turati, a De Falco, a Di Vittorio, a Nenni e tanti altri ancora.

Per arrivare fino a Gramsci che resta sempre un socialista in continuo e fecondo dialogo, tra consensi e dissensi, non soltanto con Marx ed Engels ma anche con Antonio Labriola, con Sorel e perfino con «l’odioso-amato» Mussolini.

Basti pensare a quel folto e qualificato gruppo di intellettuali francesi, come Drieu La Rochelle e Brasillach, che tra gli anni Trenta e Quaranta agivano, operavano e morivano per costruire quello che loro chiamavano «socialismo fascista».

Tutto questo, e tanto altro che non è possibile ricordare e citare, torna oggi di grande attualità proprio nel momento in cui in tutto il mondo è crollato il mito di quell’imbroglio colossale che per quasi un secolo è stato definito socialismo reale. Proprio nel momento in cui in Italia, ma non solo nel nostro Paese, quello che si autoproclamava partito socialista e si arrogava il diritto di chiamarsi tale viene colto con le mani nel sacco e automaticamente l’essere socialista diventa sinonimo di ladrocinio, facile arricchimento, arrivismo, corruzione.

Così come l’essere socialista comporta sempre più vergogna e senso di colpa.

E la storia che si ripete. Cinica e crudele. Molti anni orsono, esattamente nel dicembre del 1914, sulla rivista del socialismo rivoluzionario “Utopia” diretta da Benito Mussolini era scritto:

«Il socialismo è divenuto monopolio di deputati, di sindaci, di consiglieri che non vogliono perdere il seggio. Il partito ha perduto la sua fede il giorno in cui divenne monopolio dei professionisti della politica. Hanno ridotto il socialismo al trust delle cariche e delle soddisfazioni ambiziose ed economiche dei dirigenti e delle loro clientele».

A quasi ottanta anni di distanza queste parole tornano prepotentemente alla ribalta.

Ovunque si volga lo sguardo vi è un fallimento.

Si consuma il dramma di questo e di quel socialismo. Ad est come ad ovest.

Ed allora il socialismo è morto? È delittuoso definirsi ancora oggi socialisti? È una utopia sostenere che c’è, oggi più che mai, bisogno di socialismo.

La risposta, per quanto mi riguarda, è che da sempre esiste un socialismo possibile.

Non certo quello di ladri, ladruncoli e pescecani vari.

Non certo quello di profittatori ed affaristi.

Non certo quello che si è, sempre e comunque, colluso con il capitalismo e con esso ha contratto affari d’oro.

Non certo quello che mai ha difeso gli umili e i deboli, consentendo che i ricchi diventassero più ricchi e i poveri più poveri.

Né, tantomeno, quello che, in nome di Marx e del marxismo, ha affamato e condotto mezzo mondo alla disperazione, per lasciare poi, ignominiosamente, campo libero ad un capitalismo spregiudicato e perverso.

Quel socialismo, o meglio quei socialismi sono morti. Definitivamente.

È morto il socialismo antinazionale, dirigista; massimalista, frontista. Ma proprio dalle sue ceneri e dal suo fallimento può e deve nascere l’altro socialismo.

Quello trasversale; quello che è sempre esistito ma mai ha trovato un punto di incontro e di amalgama.

Quello senza gulag, senza falce e martello, senza manganelli. Senza dogmi e falsi proclami.

Il socialismo nazionalpopolare, capace di interpretare e risolvere le ansie ed i problemi che si parano dinanzi alle vecchie e nuove generazioni.

Questo può e deve avvenire oggi laddove si calpesta ogni senso di solidarietà verso i più poveri e i più deboli; laddove vincono l’usura e l’egoismo più sfrenati; laddove trionfa un capitalismo bieco e distruttore di ogni valore autentico e genuino; laddove nel nostro Paese, ad esempio, si smantella vergognosamente quello Stato sociale che proprio il socialista Mussolini aveva costruito; laddove consumismo e americanismo calpestano e distruggono identità e dignità nazionale.

E il socialismo che deve riscoprire la Nazione. Nel 1921 il sindacalista rivoluzionario George Sorel scriveva:

«Mussolini, che non è un socialista in senso borghese, ha inventato qualcosa che non è nei miei libri: l’unione del Nazionale e del sociale».

Qualche tempo dopo Mario Missiroli affermava:

«Il fascismo sarà la coscienza matura della nuova democrazia e come tale dovrà riconciliarsi con il socialismo. Fare del socialismo una forza nazionale: ecco il compito»

Un socialista adamantino e sempre controcorrente come Carlo Silvestri nell’immediato dopoguerra sosteneva che l’autentico socialismo lo si trova soprattutto nel primo e nell’ultimo Mussolini. È evidente il riferimento ai «diciotto punti» di Verona. Così come, voglio aggiungere, lo si trova in Antonio Labriola.

È necessario dunque l’incontro tra socialismo e nazione.

Per ritrovare quei valori che oggi non esistono più.

Per evitare il vassallaggio rispetto alla superpotenza capitalistica americana e alle grandi holding multinazionali.

Per non cadere definitivamente nel caos di particolarismi localistici e settoriali che si sono resi e si rendono possibili proprio per l’indebolimento e la mancanza del principio nazionale e sociale.

Il recupero nazionale del socialismo è quantomai indispensabile.

Anche Craxi lo aveva per un attimo intuito: non dimentichiamoci Sigonella. Poi è accaduto quello che tutti conosciamo.

È una operazione culturale di spessore storico.

È compito ambizioso, che necessita di onestà intellettuale, coraggio, convinzione e passione, ma che può trasformarsi in una prospettiva trascinatrice.

In un vero ed autentico progetto.

È una battaglia tutta da combattere.

Fuori dagli interessi partitocratici ed elettoralistici.

Lontani da questa o da quella sigla partitica.

C’è bisogno di costruire una nuova area culturale con il contributo di tutti coloro che ci stanno.

Con l’apporto di tutti coloro che, fuori o dentro le superate aree di destra e di sinistra ed a qualunque filone ideologico appartengano o siano appartenuti, manifestino la schietta e decisa volontà di andare verso quello che Enrico Landolfi e Giano Accame, socialista anomalo il primo e fascista eretico il secondo, definiscono rispettivamente la “nazionalizzazione del socialismo” e il “socialismo tricolore”.

Sta lì l’unica speranza.

Sta lì l’unico cambiamento.

Per chi ha ancora voglia di socialismo la Strada è ora libera ed aperta. In fondo si può trovare il socialismo possibile.

Per dirla con l’ex-comunista Ignazio Silone:

«I valori socialisti sono permanenti … Sopra un insieme di teorie si può costruire una scuola e una propaganda, ma soltanto sopra un insieme di valori si può fondare una cultura, una civiltà, un nuovo tipo di convivenza tra gli uomini».

Gianni Benvenuti

da “AURORA” n° 8 (Luglio – Agosto 1993)
http://www.aurora.altervista.org/Aurora_prima.htm

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