"I Savoia e il Massacro del Sud"


PER IL TRONO E PER L’ALTARE
di ANTONIO CIANO
da: “I Savoia e il Massacro del Sud” – Grandmelò, ROMA, 1996

Il 13 febbraio 1861 cadeva la fortezza di Gaeta: tre mesi di resistenza eroica; tre mesi di sofferenze disumane; tre mesi di massacri perpetrati dal generale Cialdini. 160 mila bombe rasero al suolo la città tirrenica e fiaccarono per sempre la sua vitalità ma non la sua storia. Eroico fu Francesco II, il giovane re napoletano, ed eroica fu la sua consorte, regina Sofia ; eroica fu la truppa; eroica fu la gente di Gaeta che quasi in massa entrò nella cittadella fortificata per difendere la propria libertà e la propria dignità. Camillo Benso di Cavour diede al generale Cialdini un ordine sacrilego ed assassino: distruggere Gaeta in quanto stava ritardando i tempi per il suo disegno. Il Primo Ministro piemontese sapeva che il Piemonte era alla bancarotta, come sapeva che la sifilide lo stava divorando. Prima di morire voleva vedere attuato il suo capolavoro: la cosiddetta unità d’Italia. Il 13 febbraio 1861 è una data che ogni Meridionale dovrebbe memorizzare perché da allora iniziò una resistenza senza quartiere contro gli invasori savoiardi che al Sud nessuno voleva. Nacque in quel giorno infausto la questione meridionale. Il Sud ricco e prospero venne saccheggiato delle sue ricchezze e delle sue leggi; venne immolato alla causa nazionale; venne immolato alla massoneria che da Londra dirigeva e stabiliva il nuovo assetto mondiale. Il Regno delle Due Sicilie, unico stato libero ed indipendente da influenze straniere, fu dato in pasto agli affamati e barbari piemontesi. Il Piemonte, per conto di Mr. Albert Pike, Gran Maestro Venerabile della massoneria di Londra, nel 1861, cominciò la prima pulizia etnica della storia del nostro paese. A metà agosto i giornali di regime stampavano con enfasi le vittorie militari dell’esercito sabaudo e fecero passare per una grande battaglia la scaramuccia di Castelfidardo, mentre calavano una cortina di silenzio sugli eccidi perpetrati dai generali felloni e criminali di guerra contro cittadini inermi. Cannoni contro città indifese; fuoco appiccato alle case, ai campi; baionette conficcate nelle carni dei giovani, dei preti, dei contadini; donne incinte violentate, sgozzate; bambini trucidati; vecchi falciati al suolo. Ruberie, chiese invase, saccheggiati i loro tesori inestimabili, quadri rubati, statue trafugate, monumenti abbattuti, libri bruciati, scuole chiuse per decreto. La fucilazione di massa divenne pratica quotidiana. Dal 1861 al 1871 un milione di contadini furono abbattuti. Mai nessuna statistica fu data dai governi piemontesi. Nessuno doveva sapere. Alcuni giornali stranieri pubblicarono delle cifre terrificanti: dal settembre del 1860 all’agosto del 1861 vi furono 8.968 fucilati, 10.604 feriti, 6.112 prigionieri, 64 sacerdoti, 22 frati, 60 ragazzi e 50 donne uccisi, 13.529 arrestati, 918 case incendiate e 6 paesi dati a fuoco, 3.000 famiglie perquisite, 12 chiese saccheggiate, 1.428 comuni sollevati. Naturalmente questi dati erano sottostimati almeno di cento volte; le notizie, il ministero della guerra le dava col contagocce, in quanto all’estero doveva apparire tutto tranquillo, e mai giornalista fu ammesso a constatare ciò che stava accadendo nelle province meridionali. Il movimento rivoluzionario anti piemontese, chiamato brigantaggio, in realtà fu un grande movimento di massa. Molti tribunali definirono i briganti partigiani, regi o legittimisti: difendevano la loro patria, il loro Re e la chiesa cattolica da un’orda massonica che voleva colonizzare il Meridione …….. Le cifre che pubblicavano i giornali stranieri, come abbiamo detto, erano sottostimate; il governo piemontese aveva dato ordine di mettere a ferro e fuoco il Regno delle Due Sicilie e dette carta bianca ai vari comandanti militari per emanare bandi terroristici. L’esercito piemontese, anziché essere impiegato per prestare assistenza alle persone affamate da mesi di anarchia amministrativa, fu ammaestrato ed addestrato agli eccidi di popolazioni inermi, a rappresaglie indiscriminate, al saccheggio, alla fucilazione sommaria dei contadini colti con le armi in mano o solamente sospettati di manutengolismo. Alcuni comandanti piemontesi (1) emanarono, fra il 1861 e il 1862, bandi che i nazisti mai avrebbero sognato di applicare a popolazioni di origine germanica. Naturalmente i piemontesi non erano italiani e si sentivano in diritto, contro tutte le convenzioni, contro il diritto internazionale, di poter fucilare chiunque trasgrediva i molteplici divieti, che, di fatto, paralizzarono la vita sociale, politica ed economica di tutto il Mezzogiorno d’Italia ……….. Noi diciamo semplicemente che erano dei criminali di guerra e non riusciamo a capire, come, ancora oggi, nelle scuole non si insegni ai ragazzi la vera storia del Risorgimento piemontese che per il Sud, in realtà! fu vera colonizzazione e sterminio di massa: arresti di manutengoli o solo di sospettati, fucilazioni, anche di parenti di partigiani, o solamente di contadini; stato d’assedio di interi paesi. L’aiutante di campo di Vittorio Emanuele II, generale Solaroli (2) definiva i contadini la più grande canaglia dell’ultimo ceto. I contadini dovevano essere tutti fucilati, senza far saper niente alle autorità. Imprigionarli non era conveniente perché, una volta in galera, lo stato doveva provvedere al loro sostentamento. …….

IL NORD NON LASCERÀ AI MERIDIONALI NEMMENO GLI OCCHI PER PIANGERE

Si era creata, tra questi generali, assassini di contadini inermi, una sorta di consorteria terroristica; sembrava che si fosse innescata tra loro una classifica di coglioneria tramutatasi in barbarie. Ebbene, il civilissimo e laborioso Mezzogiorno d’Italia, patria di Pitagora, Archimede e Cicerone, di Tommaso Campanella e Giordano Bruno, di Giovanni Caboto ed Ettore Fieramosca , patria dei Cesari che diedero la civiltà al mondo, di colpo, diventò primitivo e barbaro agli occhi di questi generali felloni e assassini. Come avevano osato quei cafoni ribellarsi alla casta militare e parassita? Come si erano permessi di abbandonare la zappa per prendere il fucile contro il civilissimo Piemonte? Contro quel Piemonte che voleva la Patria Una e indivisibile? Contro quel Piemonte che aveva venduto Nizza, la Costa Azzurra e la Savoia ai francesi del massone Napoleone III? E che nel 1945 ha dovuto cedere l’Istria alla Iugoslavia? E la Corsica? Chi l’ha venduta alla Francia? I Borbone avevano conservato il loro regno integro; i piemontesi trovarono oro e denaro, saccheggiarono tutto quello che c’era da saccheggiare, massacrarono intere popolazioni, misero a ferro e fuoco il Sud per dieci anni, lo impoverirono, trasferirono tutte le sue ricchezze nel Piemonte pezzente e morto di fame. Vittorio Emanuele II, che era venuto “… non ad imporci la sua volontà, ma a ripristinare la nos tra” (3) diede ordine ai suoi generali criminali di guerra di fare l’Italia; il Sud sta pagando ancora lacrime e sangue. Francesco II, partendo da Gaeta il 14 febbraio 1861 disse: “Il Nord non lascerà ai meridionali neppure gli occhi per piangere”. Dal 1860 al 1870 i nuovi pirati, ossia i piemontesi, riuscirono a depredare tutto quello che c’era da prendere, svuotarono le casse dei comuni, quelle delle banche, quelle dei poveri contadini, quelle delle comunità religiose, dei conventi; saccheggiarono le chiese e le campagne; smontarono i macchinari delle fabbriche per montarli al nord; rubarono opere d’arte di valore inestimabile, quadri, vassoi, statue. Nelle casse piemontesi finirono circa seicento milioni ricavati dalla vendita dei beni ecclesiastici e altrettanti dalla vendita dei beni demaniali che i Borbone, da sempre, riservavano ai contadini ed ai pastori. Le miniere di ferro, il laboratorio metallurgico della Mongiana in Calabria; le industrie tessili della Ciociaria; le manifatture di Terra di Lavoro; i tanti cantieri navali sparsi per tutto il Mezzogiorno; la magnifica fabbrica di Pietrarsa che dava lavoro a settemila persone con l’indotto; i monti frumentari, le scuole pubbliche, e, soprattutto, la dignità e la libertà furono tolte ai Meridionali, i quali, coraggiosamente preferirono andare partigiani sui monti dell’Appennino, nelle sue foreste a morire, piuttosto che veder calpestato il sacro suolo della patria napoletana dalle orde di assassini e ladroni del nord. Erano così rapaci i fautori dell’Italia Una che a Napoli rubarono persino gli specchi e le porcellane dell’antica fabbrica di Portici che ornavano il palazzo reale, dal quale furono trafugate anche le batterie della cucina. Presero la via di Torino anche due enormi mortai di bronzo cesellati, che stavano negli ospedali militari della Trinità e del Santo Sacramento. Tali opere erano state create da Benvenuto Cellini . Tutto il Sud fu razziato e spogliato delle sue fabbriche e delle sue ricchezze: a guerra civile terminata, nel 1871, i contadini e gli operai del Sud, che fino al 1860 non avevano mai conosciuto l’emigrazione , furono costretti ad arricchire gli stati del continente americano. Tutto cominciò quando il famoso, prode, assassino e criminale di guerra, Ferdinando Pinelli , varcò il Tronto con la sua armata e fu battuto dai contadini dell’Ascolano. Fu preso a sassate, ed una pietra colpì persino l’ardito generale che, adirato, dettò il seguente bando: “Ufficiali e soldati! La vostra marcia tra le rive del Tronto e quelle della Castellana è degna di encomio. S.E. il Ministro della Guerra se ne rallegra con voi. Selve, torrenti, balze nevose, rocce scoscese non valsero a trattenere il vostro slancio; il nemico, mirando le vostre penne sulle più alte vette dei monti ove si riteneva sicuro, le scambiò per quelle dell’aquila Savoiarda, che porta sulle ali il genio d’Italia: le vide, impallidì e si diede alla fuga. Ufficiali e soldati! Voi molto operaste, ma nulla è fatto quando qualche cosa rimane da fare. Un branco di quella progenie di ladroni ancora si annida tra i monti, correte a snidarli e siate inesorabili come il destino. Contro nemici tali la pietà è delitto. Vili e genuflessi, quando vi vedono in numero, proditoriamente vi assalgono alle spalle, quando vi credono deboli, e massacrano i feriti. Indifferenti a ogni principio politico, avidi solo di preda e di rapina, or sono i prezzolati scherani del vicario, non di Cristo, ma di Satana, pronti a vendere ad altri il loro pugnale. Quando l’oro carpito alla stupida crudeltà non basterà più a sbramare le loro voglie, noi li annienteremo; schiacceremo il sacerdotal vampiro, che con le sozze labbra succhia da secoli il sangue della madre nostra, purificheremo col ferro e col fuoco le regioni infestate dall’immonda sua bava, e da quelle ceneri sorgerà rigogliosa e forte la libertà anche per la provincia ascolana”. Questo criminale osava chiamare pro genie di ladroni coloro i quali erano andati sui monti a difendere la loro patria da un’orda di pirati e di barbari …….. Nel giro di pochi anni il surplus delle province napoletane, la ricchezza che avrebbe dovuto essere destinata alla riproduzione del ciclo economico e al rinnovamento del paese, fu trasferito nelle tasche di finti finanzieri e veri profittatori del regime nordista. Il Piemonte ha compiuto un capolavoro: uno Stato con due Nazioni ……… Noi siamo nati nelle contrade del Regno delle Due Sicilie (4). A Sud di esso nacque la prima civiltà occidentale. Pitagora, Archita, Timeo, Filolao, Ocello, Alesside, Zaleuco, Caronda, Ibico, Stesicore, Milone, Alcmeone, Archimede, Damea, Learco, Zeusi scrissero di poesia, di filosofia, di storia, di fisica, di matematica, di pittura, di scultura, di architettura. In Sicilia andarono ad inebriarsi di cultura Platone e Numa; la Grecia illuminò il mondo e Roma gli diede leggi e ordine. Nelle nostre terre nacquero Cicerone, Cesare, Ottaviano, Orazio e Mario , vincitore dei Cimbri. Qui si sviluppò in tutta la sua potenza la mente umana, e con essa arti e mestieri, ed il tutto modello territori e città. Qui, nel Sud, dopo l’età barbarica, risorgevano le prime faville dell’italico ingegno: Giovanni Caboto da Gaeta ed il Tarcagnota, Flavio Gioia da Amalfi, Federico II, San Tommaso d’Aquino, Pier delle Vigne, Ruggiero di Lana, Giovanni da Procida, il Sannazzaro, il Pontano, il Tasso, e poi Ettore Fieramosca da Capua, Giordano Bruno da Nola, grande filosofo, che combatté la cecità della chiesa, e Tommaso Campanella che tra i primi al mondo dettò i principi del socialismo e del comunismo nella sua “La Città del Sole”, idee queste ultime che Ferdinando IV di Borbone applicò a San Leucio. Nella nostra terra baciata dal sole e bagnata di ingegno nacquero Telesio e Giambattista Vico, il Genovese, il Pagano, il Filangieri. Il Vesuvio sprigionò dalle sue viscere la musica di Paisiello e l’Etna la dolcezza delle note di Vincenzo Bellini . Napoli, opera di tremila anni, terza città d’Europa nel 1860, per numero, prima per naturali delizie, unica per l’insieme di grandezze artistiche e geologiche, prima pel suo monumentale complesso di mille arti, che tuttavia serba gli avanzi della sapienza greca e romana, e le grazie e i trovati del moderno industrioso incivilimento. Fino al 1860, il Regno delle Due Sicilie, ricco di pace, di memorie, di costumi, di commercio, di prosperità, di arti, di industrie, di pesca, di agricoltura, di artigianato, era l’invidia delle genti: dappertutto scuole gratis, teatri, opere d’ingegneria, meravigliosi musei, strade ferrate, gas, opifici, opere di carità, bacini, cantieri navali, arsenali davano lavoro a tutto il popolo. Non c’era disoccupazione. Era nato il primo stato Interclassista, il primo stato Socialista, il primo stato Illuminato del mondo. Doveva essere abbattuto. La massoneria non perdona chi vive in modo dignitoso e libero. La massoneria ha bisogno di servi, di schiavi, e i liberali erano i loro lacchè. Alessandro Bianco, conte di Saint-Iorioz, piemontese, sterminatore anche lui di gente pacifica, ebbe momenti di lucida analisi scrivendo le sue memorie sul brigantaggio e le cause che determinarono la rivolta contadina post-unitaria: “…Il Piemonte si è avvalso di esuli ambiziosi, inetti, servili, incuranti delle sorti del proprio paese e preoccupati soltanto di rendersi graditi, con i loro atti di acquiescente servilismo, a chi, da Torino decide ora sulle sorti delle province napoletane. E accanto a questi uomini, adulatori e faziosi, il Piemonte ha posto negli uffici di maggiore responsabilità gli elementi peggiori del paese: figli dei più efferati borbonici, per fama spioni pagati dalla polizia, sono ora giudici di mandamento o Giudici circondariali, sotto prefetti o delegati di polizia; negli uffici sono ora soggetti diffamati e ovunque personale eterogeneo e marcio che ha il solo merito di essersi affrettato ad accettare il programma Italia e Vittorio Emanuele ed una sola qualità, quella di sa per servire chi detiene il potere” (5). L’ipocrisia ed il servilismo di questi uomini aveva un suo fondamento, l’arricchimento personale. Questi, della Patria, se ne infischiavano come se ne fregavano se migliaia di loro paesani venivano passati per le armi, anzi erano proprio loro a darli in pasto ai militari perché non fossero d’ostacolo alle loro ruberie. La stampa di regime faceva il resto. Tutto ciò che era o puzzava di Piemonte veniva glorificato e tutto ciò che era borbonico veniva addidato al pubblico disprezzo. Giuseppe Massari, per esempio, scriveva al Cavour, che le truppe piemontesi negli Abruzzi e nel Molise vennero accolte come “truppe liberatrici e la gioia della folla era indescrivibile e grande l’entusiasmo popolare”. Questo Sig. Massari che poi fece parte della commissione d’inchiesta sul brigantaggio del Sud, voleva apparire agli occhi del Primo Ministro come colui il quale aveva fatto il miracolo di far diventare quelle popolazioni tutte filo piemontesi. La realtà era ben diversa; sia gli abruzzesi che i molisani accolsero i piemontesi a fucilate. I liberal massoni meridionali, chiamati feccisti, non erano dissimili dai loro consanguinei torinesi e londinesi, ma almeno questi ultimi non erano ipocriti. Infatti James Lacaita (6), deputato di origine inglese, mandò un memoriale a Cavour in cui fece presente che: ….1 liberali meridionali che hanno accettato il programma Italia e Vittorio Emanuale si affannano a far presente che tutti sono favorevoli all’immediata annessione a cui si oppongono soltanto i mazziniani. Non lasciatevi trarre in inganno dai risultati del recente plebiscito, (una farsa!) gli amici che parteggiano per l’annessione rappresentano una piccolissima ed insignificante minoranza”. Una volta al potere quest’accozzaglia liberal-massonica inasprì fino all’inverosimile gli animi dei contadini che reclamavano giustizia e ricevevano torti; reclamavano i terreni demaniali e venivano scacciati con la forza da quelle terre; chiedevano pane e gli si dava morte. A far traboccare la goccia dal vaso fu il bando che rivedeva la presentazione dei soldati di leva e degli sbandati entro il 31 gennaio 1861. Ovunque fosse stato affisso si verificarono disordini ed incendi di municipi; inizio così la caccia ai giovani a agli sbandati con rastrellamenti scientifici. Tutti i renitenti venivano fucilati sul posto. Cominciò così la resistenza armata contro gli invasori del Regno delle Due Sicilie. Gli ufficiali piemontesi, criminali di guerra, non badavano alla forma e alle abitudini dei meridionali; la fucilazione divenne una cosa ordinaria e cominciò così l’epopea della classe contadina, gli eccidi di intere popolazioni, gli incendi dei raccolti e delle città ritenute covi dei briganti. I militari piemontesi, i cosiddetti azzurri sabaudi, in nove mesi trucidarono 8968 contadini, senza pietà; eseguivano ordini criminali ed i superiori davano loro facoltà di razzia e di saccheggio. Per sfuggire ai rastrellamenti e quindi alla fucilazione certa, i giovani meridionali furono costretti ad andare ad arruolarsi nelle bande partigiane che inflissero non poche sconfitte ai ladroni piemontesi. Questi allora cominciarono ad incendiare paesi interi per incutere timore, paura e terrore. In poco tempo tutto il Sud insorse contro i nuovi invasori e pagò un prezzo altissimo in morti. Scurcola fu devastata dai piemontesi e così Carbonara. Avigliano, Gioia del Colle e tante altre città furono bruciate ed i loro abitanti trucidati: Pontelandolfo, Casalduni, Venosa, patria d’Orazio, Barile, Monteverde, S. Marco, Rignano, Spinelli, Montefalcione, Auletta ed altre cento città. I loro fieri abitanti si batterono per una causa giusta e furono puniti dai Savoia: fucilati, massacrati, violentati. Mai conosceremo il numero dei contadini immolati, fucilati, trucidati. Antonio Gramsci, nato ad Ales in Sardegna ma originario di Gaeta, che aveva dato i natali al padre Giuseppe nell’agosto 1860 ed il cui nonno, Don Gennaro Gramsci era capitano della gendarmeria borbonica, parlando della questione meridionale ebbe a dire che: “.. lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti”. Il Sud era in fiamme; nemmeno le orde barbariche avevano osato tanto. Il Piemonte stava massacrando un popolo, stava distruggendo l’economia del Meridione, stava imponendo con la forza il nuovo ordine voluto dalla massoneria inglese, stava distruggendo il Regno felice, La Città del Sole di Tommaso Campanella . Il 30 giugno del 1861, i bandi sul servizio di leva vennero sostituti da un decreto legge che poi venne rivisto il 22 agosto e che peggiorò il primo rendendo quindi la situazione insostenibile …….. La legge piemontese distruggeva le famiglie e la loro economia. Tutti i figli maschi erano obbligati a prestare servizio militare e spesso mandati al nord a prendere istruzioni per poi andare a sparare contro i loro fratelli nel Sud. I paesi di montagna come i paesi rivieraschi si spopolarono dei loro giovani, tutti sui monti a combattere contro i tiranni piemontesi. Il Sud era insorto. Gli animi erano colmi d’ira, bastava un nonnulla per far scoppiare la rabbia che ognuno serbava in corpo. I contadini volevano restaurare l’antico Regno delle Due Sicilie, i liberal massoni volevano i Savoia che garantivano loro potere e denaro.

L’ORDA MASSONICA

In un mondo di topi nasce un popolo di roditori. Il Piemonte servo dei voleri della massoneria, indirizza da sempre la politica italiana. Nel 1861 il Piemonte faceva capo alla gran Massoneria di Mister Albert Pike ed oggi alla Trilateral Commission (7). Il 12 marzo 1849 sul Globe, quotidiano inglese, portavoce dell’alto iniziato Palmerston, ministro della regina Vittoria , apparve un articolo che era praticamente un vero libro profetico e possiamo dire, senza enfasi, che era stato preparato segretamente nel Sacro Tempio della massoneria londinese: “.. E’ da ritenere che gli accadimenti dell’anno scorso non siano stati che la prima scena di un dramma fecondo di risultati più vasti e più pacifici. L’edificio innalzato dal Congresso di Vienna era così arbitrario e artificioso che ciascun uomo di stato liberale vedeva chiaramente che non avrebbe sopportato il primo urto dell’Europa. L’intero sistema stabilito dal Congresso di Vienna stava dissolvendosi e Lord Palmerston ha agito saggiamente allorché ha rifiutato il proprio concorso a opporre una diga all’onda dilagante .I1 piano che egli ha concepito è quello di una nuova configurazione dell’Europa attraverso la costituzione di un forte regno tedesco che possa costituire un muro di separazione fra Francia e Russia, la creazione di un regno polacco-magiaro destinato a completare l’opera contro il gigante del nord, infine un reame d’Italia superiore guidato dalla casa Savoia. Si è spesso rimproverato a Palmerston di avere trascurato l’alleanza con l’Austria, ma qui gli accusatori devono ancora rendergli giustizia. L’Alleanza dell’Inghilterra e dell’Austria non si è mai fondata su una comunanza di principi: essa esiste semplicemente in quanto l’Austria era la principale rappresentante e come l’incarnazione della nazione tedesca. Dopo la pace di Westfalia fino a quella di Aix-Le Chapelle (1648,1748) l’Austria s’è trovata ad essere il centro della nazione tedesca. Ma allorché la spada di Federico fece dilatare i confini del suo reame prima limitati all’elettorato del Brandeburgo, allorché i veri tedeschi riconobbero in questo guerriero il reale rappresentante della loro forza e della loro nazionalità, la Prussia divenne l’alleata naturale dell’Inghilterra sul continente. Ciò che l’Austria fin dall’inizio fi del secolo scorso, ciò che la Prussia divenne più tardi, la Germania può esserlo d ugualmente che la capitale sia Berlino o Francoforte…” Il disegno era chiaro, doveva essere attuata la profezia di Comenius espressa in Lux in Tenebris secondo la quale sarebbe dovuta sorgere dalle tenebre come fonte di luce una Super-chiesa che integrasse ogni religione attraverso i Concistori nazionali, le Chiese Nazionali, onde giungere in nome di un umanesimo unitivo ed a carattere filantropico e tollerante, a proclamare l’uguaglianza e la pari dignità di tutte le religioni (8) . Questo progetto si scontrava con un ostacolo formidabile: la chiesa cattolica con la sua gerarchia, la casa Asburgo d’Austria, cattolicissima, la Santa Russia degli zar ed il Regno delle Due Sicilie, primo stato al mondo, quest’ultimo, che aveva saputo integrare il dogma cattolico con il verbo del Vangelo tradotto in pratica da leggi che non disdegnavano le novità della rivoluzione francese o quelle comuniste del Campanella e di Marx. La Santa Russia, l’Impero Asburgico e il Regno delle Due Sicilie dovevano lasciare il posto al nuovo ordine massonico, ma il popolino queste cose non le sapeva, né le conosce oggi, in quanto la storia ufficiale viene scritta dai vincitori ed è sempre artefatta. Questo nuovo ordine doveva portare sconvolgimenti politici e morali di inaudita violenza. In Italia il compito di capovolgere detto ordine, come abbiamo visto nell’articolo del Globe, fu assegnato al Piemonte e a casa Savoia, votata alla Gran Consorteria. Gli altri sovrani infatti erano tutti devotissimi alla Chiesa di Roma. Lo Stato più retrivo d’Italia avrebbe dovuto dare luce allo stivale! Al suo servizio la massoneria londinese mise uomini, denaro e mezzi; soprattutto denaro ed oro. I massoni sapevano che ad unità compiuta sarebbero stati elargiti per secoli. Casa Savoia doveva eseguire spietatamente gli ordini di Londra dopo decenni di preparazione al liberalismo. Londra mandò Lord Gladstone a Napoli e Lord Mintho ed altri emissari nelle varie province italiane a preparare la rivoluzione liberale agli ordini di Giuseppe Mazzini, capo della Carboneria Italiana, il cui scopo finale, secondo il suo fondatore genovese Antonio Maghella, era …. quello di Voltaire e della rivoluzione francese: il completo annientamento del cattolicesimo ed infine del cristianesimo (9). Questo signore nel 1809 era prefetto e ministro della polizia del Regno di Napoli ed ebbe modo di iniziare alla setta migliaia di persone e di infilarle in posti chiave. La Carboneria era organizzata in vendite (10). Il vertice era chiamato alta vendita ed era composto da 40 membri ed operava in stretto contatto coi supremi consigli di 33 gr. del rito scozzese. Mazzini era un esponente di punta dell’ala oltranzista. Nel 1847, durante un convegno internazionale delle massonerie a Strasburgo, venne approntato un piano di confederazione europea allargata ai popoli germanici, latini e slavi da conseguire attraverso una serie di rivoluzioni ben orchestrate. Il Primo Ministro inglese Palmerston sparge per tutta l’Europa emissari per la sollevazione; Lord Mintho visita Torino, Roma e Napoli. Nel 1848 le rivoluzioni scoppiano in ordinata sequenza: il 22 febbraio a Parigi, il 13 marzo a Vienna, il 17 marzo a Berlino e a Venezia, il 18 marzo a Milano, il 30 marzo a Napoli, in Toscana, a Roma, a Praga ed in Croazia, lasciando esenti i soli paesi laicisti ………… Il Regno delle Due Sicilie fu conquistato militarmente e senza dichiarazione di guerra. Era indipendente fin dal 1734 ed era guidato da un re italiano che parlava napoletano. Il suo popolo era ingegnoso, pacifico, prospero; la sua industria dava lavoro a due milioni di persone, l’agricoltura era fiorentissima, la flotta contava 472 navi, seconda solo a quella inglese, le riserve auree erano attive e non vi era deficit pubblico; la disoccupazione era zero. Il piccolo Piemonte , armato fino ai denti dalla massoneria inglese, strumento e servo di Lord Palmerston, scatenò nel Sud una repressione feroce contro i contadini e contro il clero. Dal 1860 al 1871 il Meridione divenne un inferno. Il terrore imperava, il genocidio di massa fu regola e legge. Si doveva distruggere un popolo la cui colpa era quella di essere cattolico e fedele al suo re, al papa e alla sua terra, che da sempre considerava la sua patria. Il Piemonte era stato delegato dalla massoneria inglese a creare una borghesia laica, liberale, vorace, senza scrupoli. A spese del Sud. Accentrò il potere, annullò l’autonomia impositiva dei comuni; annullò tutte quelle istituzioni, sia pubbliche che religiose, che per secoli avevano consentito un equilibrio unico al mondo, che consentivano ai deboli di difendersi dai soprusi dei ricchi. Il Piemonte annullò lo stato sociale che i Borbone avevano eletto a patrimonio morale. Il Nord, grazie alla politica dei vari governi massonici di destra, incamerò centinaia di milioni dalla vendita dei beni ecclesiastici e demaniali. Nel 1860 il debito pubblico del Piemonte (11) ammontava alla somma di oltre un miliardo di lire di allora: una montagna di debiti, una voragine spaventosa che 4 milioni di abitanti non sarebbero riusciti a pagare in cento anni per l’arretratezza della sua economia montanara. Tale debito fu caricato sulle spalle dei Meridionali. Secondo i dati del primo censimento dell’Italia unita (1861) risulta che su 668 milioni di lire circolanti allora, ben 443 appartenevano al Regno delle Due Sicilie. Quel patrimonio fu incamerato per intero dal Piemonte facendo pagare ai briganti del Sud lacrime e sangue ………… Il sud ha pagato un prezzo enorme alla causa unitaria: un milione di morti, tra fucilati, incarcerati, impazziti, deportati, 20 milioni di emigranti le cui rimesse sono state dilapidate dal Nord; la spoliazione delle terre demaniali e dei beni ecclesiastici, tutti i risparmi dei Meridionali rapinati dal Nord (12) …………. Le finanze del Regno delle Due Sicilie nel 1860 costituirono un bottino enorme per i barbari piemontesi ed i mercenari garibaldini al soldo inglese. Vittorio Gleijeses nella sua Storia di Napoli (13) scrive: “… il tesoro del Regno delle Due Sicilie rinsanguò le finanze del nuovo stato, mentre l’unificazione gravò sensibilmente la situazione dell’italia meridionale, in quanto il Piemonte e la Toscana erano indebitate sino ai capelli ed il regno sardo era in pieno fallimento. L’ex Regno delle Due Sicilie, quindi, sanò il passivo di centinaia di milioni di lire del debito pubblico della nuova Italia, e, per tutta ricompensa il meridione, oppresso dal severissimo sistema fiscale savoiardo, fu declassato quasi a livello di colonia. Con l’unificazione, a Napoli, aumentarono le imposte e le tasse, mentre i piemontesi videro ridotti i loro imponibili e col denaro rubato al Sud poterono incrementare le loro industrie ed il loro commerci” ………. Ferdinando Ritter ha scritto che: “… il Regno delle Due Sicilie contribuì alla formazione dell’erario nazionale, dopo l’unificazione d’Italia, nella misura di ben 443 milioni di lire in oro, mentre il Piemonte , la Liguria e la Sardegna ne corrisposero 27, la Lombardia 8,1, il Veneto 12,7, il Ducato di Modena 0,4, Parma e Piacenza 1,2, la Romagna, le Marche e l’Umbria 55,3; la Toscana 84,2; Roma 35,3…”. Gaetano Salvemini (14) ci ricorda che: “…L’Italia meridionale è oggi di fronte all’Italia settentrionale quello che era prima del 1859 il Lombardo-Veneto di fronte agli altri paesi dell’impero austriaco. L’Austria assorbiva imposte dall’Italia e le versava al di là delle Alpi; considerava il Lombardo-Veneto come il mercato naturale delle industrie boeme; con un sistema doganale ferreamente protezionista impediva lo sviluppo industriale dei domini italiani. E i Lombardi erano allora ritenuti fiacchi e privi di iniziativa, ed era ormai ammesso da tutti che il popolo Lombardo era nullo. Cristina Belgioioso pubblicava degli studi sulla storia della Lombardia, nei quali cercava di spiegare il difetto di energia dei Lombardi. E gli scrittori d’oltralpe spiegarono le condizioni arretrate dell’Italia con l’inferiorità della razza. La Lombardia messa in condizioni favorevoli, ha fatto stupire il mondo per i suoi progressi; lo stesso sarà del mezzogiorno, appena le condizioni generali del paese si saranno cambiate in meglio…”. La ricchezza del Regno delle Due Sicilie era dovuta alla buona amministrazione pubblica che dava autonomia impositiva ai comuni. Il Sud godeva di un patrimonio aureo di poco inferiore al mezzo miliardo di lire in oro, più del doppio di quello degli altri Stati d’Italia. Nel Regno delle Due Sicilie l’emigrazione era una parola inesistente nel vocabolario; tutti avevano un lavoro, l’occupazione era completa, la scuola era pubblica e gratuita per tutti, né mancavano quelle private e quelle religiose; i vecchi venivano accolti in ospizi pubblici o religiosi; i braccianti agricoli, quando non trovavano lavoro nelle tenute dei possidenti, scorticavano le montagne demaniali e vi impiantavano vigne, frutteti, uliveti; i pastori avevano libero accesso ai pascoli; i pescatori utilizzavano pescherecci moderni costruiti nei cantieri navali del Regno; i naviganti solcavano tutti i mari del mondo trasportando le merci prodotte nelle fabbriche del Meridione d’Italia. I prodotti agricoli, essendo il vanto di una agricoltura sana venivano trasformati negli opifici locali e destinati all’estero dopo aver soddisfatto le esigenze degli indigeni. Molti rimarranno esterrefatti nel leggere le statistiche relative all’industria tessile, all’industria metalmeccanica a quella ferroviaria e mercantile del Regno delle Due Sicilie in quanto le nostre orecchie sono state abituate da sempre a sentire parlare di un Sud povero, pieno di mafiosi e di nullafacenti, insomma un popolo di terroni. Ma i terroni, nel 1860, stazionavano in Piemonte, in Lombardia e soprattutto nel Veneto. Nel Meridione vi era una fittissima rete di opifici tessili che davano lavoro a decine di migliaia di operai, di fabbriche metallurgiche e mercantili che, con una grossa rete di maestri artigiani e una moderna industria di trasformazione agricola, formavano un tessuto laborioso di prim’ordine. Nel corso dei secoli il Sud era sempre stato un paese esportatore di materie prime ed importatore di manufatti. Dal 1820 al 1860 la situazione cambiò radicalmente: una vera rivoluzione. Nel 1834 il Regno delle Due Sicilie esportò lana per 65.991 ducati; nel 1842 ne vennero importati 1.000 quintali per soddisfare le esigenze delle nostre industrie del settore; quantità che aumentò nel corso degli anni. Nel 1852 si importarono 15.000 quintali di lana. Il cotone cominciò ad essere importato attorno agli anni trenta in quanto le industrie del Sud avevano esigenze nuove. Nel 1838 vennero importati 1710 quintali di cotone; nel 1852 i quintali arrivarono a 11.078. Il cotone filato passò dalle 1.439 tonnellate del 1830 alle 3.429 del 1855. I prodotti manifatturieri in un primo momento servirono a soddisfare le esigenze del mercato interno in continua espansione, per poi essere esportati in grande quantità in tutto il mondo. Da grande esportatore di lana, il Sud divenne in un ventennio grande divoratore del prodotto in questione. Nel 1855 si importarono cotone e lana per circa 100.000 ducati, prodotti che venivano lavorati nelle industrie del Sud. Intere zone del Regno delle Due Sicilie vennero rivoluzionate in poco tempo per la gran massa di operai impiegati in quelle industrie. 200 mila persone, di cui centomila donne, lavoravano nel settore. Nella Valle del Liri, in Ciociaria, gli imprenditori locali, aiutati da una politica bancaria equa, investirono in un anno quasi un milione di ducati nel settore tessile impiegando circa 15 mila operai su una popolazione di 30 mila abitanti producendo annualmente oltre 360.000 canne di tessuti. Nel 1846 a Napoli ed in Terra di Lavoro lavoravano nel settore tessile 60 mila operai, pari al 28% della popolazione residente nel territorio (15) . Nel distretto di Salerno gli operai addetti nelle fabbriche tessili erano 10.244. Famosissime erano le tele di lino di Cava de’ Tirreni. In una città come Arpino, sempre in Ciociaria, che contava 12 mila abitanti, vi erano 32 fabbriche che impiegavano 7.000 operai locali. Questo pullulare di industrie aveva un unico titolare: il Banco di Napoli, che, favorito dalle leggi del Regno e avendo grandi capitali da investire risparmiati dalle popolazioni meridionali, dava ricchezza rimettendo il denaro nel circuito locale. Il tutto veniva facilitato dalla continua protezione governativa ………. Il Nord, il Piemonte in particolar modo, non erano in grado di produrre tecnologia avanzata né di produrre cultura o arte. Il Piemonte produceva solo cannoni, la Lombardia latte, che serviva a sfamare i figli degli austriaci ed i Veneti andavano ad ingrossare la folla di emigranti che prendevano la via delle Americhe. Edoardo Spagnuolo, nel n° 5 dei quaderni di Nazione Napoletana così commenta la fine del sogno vissuto dalle popolazioni meridionali dopo l’annessione piemontese: “…I grandi progetti ferroviari del Governo Borbonico avevano dunque un fine preciso. Le strade ferrate dovevano divenire un supporto fondamentale per l’economia meridionale ed essere di servizio allo sviluppo industriale che il Mezzogiorno d’Italia andava mirabilmente realizzando in quei tempi. Il governo unitario, dopo aver distrutto le fabbriche del Sud a proprio vantaggio realizzò un sistema ferroviario obsoleto che, assieme alle vie marittime, servì non per trasportare merci per le manifatture e gli opifici del meridione ma per caricare masse di diseredati verso le grigie e nebbiose contrade del Nord o delle Americhe” ………… I Borbone profusero non poche energie per sviluppare l’istruzione pubblica che prima del 1806 era commessa a 33 scuole normali, ai seminari delle Diocesi vescovili, ai corpi religiosi e, all’Università degli Studi di Napoli. Ad Avellino vi era un collegio che conferiva i Gradi accademici per la giurisprudenza, la teologia e la medicina. A Salerno si davano i gradi in medicina; gradi che fecero del dottorato salernitano una scuola rinomata in tutto il mondo. Dopo il 1810 in tutti i comuni si istituirono scuole primarie gratuite a spese dei municipi; molte ne furono istituite nei capoluoghi di provincia. Ferdinando II volle incrementare la cultura ed il sapere nel suo Regno introducendo altre 16 cattedre nell’Università della capitale, l’Orto Botanico, il Collegio Veterinario; istituì quattro Licei a Salerno, Catanzaro, Bari e l’Aquila. Le spese per l’istruzione pubblica ammontavano a circa un milione di ducati all’anno. I regolamenti per le scuole primarie furono approvati il 21 dicembre 1819. Le ministeriali del 12 giugno 1821 e 7 agosto 1821 stabilirono il modo come dovessero scegliersi i maestri nelle scuole primarie. Con decreto del 13 agosto 1850 il Re nominò i Vescovi ispettori di tutte le scuole del Regno, pubbliche e private. A Napoli esistevano 14 istituti d’istruzione media superiore con 1.343 alunni; due istituti di nobili fanciulle con 303 educande; 32 Conservatori di musica frequentati da 2.134 studenti. Dopo il 1861 il Piemonte, scientificamente, chiuse tutte le scuole che erano sovvenzionate con denaro pubblico. L’operazione doveva servire a due cose: rendere il Sud schiavo e colonizzato e trasferire i soldi, tutti quelli possibili, a Nord. Il Piemonte, indebitato di un miliardo di lire con le banche londinesi, aveva bisogno di liquidità costante, anche per portare a temine l’opera di pulizia etnica nel Mezzogiorno d’Italia. Prima ad essere attaccata fu l’istruzione pubblica, poi vennero svuotati tutti i forzieri delle banche e quelli dei comuni. Mai, nel Sud, la barbarie fu più feroce ed infame. Il Villardi, che era stato mandato nella capitale a smantellare l’apparato scolastico napoletano così ricorda: “…Pareva che si volesse levar tutto a Napoli. Oggi per esempio, noi abbiamo sciolto l’Accademia delle Belle Arti, mentre si pagano tutti i professori; per l’istruzione secondaria, in una città di cinquecentomila anime, non abbiamo che un liceo di sessanta alunni e questo con un ministro intelligente e pieno di volontà….”. Ecco, il Regno delle Due Sicilie era finito nelle mani degli eredi di Vittorio Emanuele I, della dinastia più reazionaria d’Europa; quella cioè che abolendo il Codice Napoleonico, ristabilì l’antica legislazione complicata e senza unità, i privilegi fiscali e l’antica legislazione penale con la fustigazione ed i tratti di corda, e, cosa più terribile, proibì i culti acattolici perseguitando anche mortalmente ebrei e valdesi e cosa ancora più abominevole ridiede tutta l’istruzione nelle mani delle scuole religiose a pagamento, abolendo quelle pubbliche istituite da Napoleone. Allo stesso modo represse con ferocia i tentativi dei genovesi di riacquistare l’antica dignità e libertà. Tutto ciò che era pubblico doveva essere abolito e così le scuole. Chi non poteva pagarsi l’istruzione, secondo le leggi dei Savoia, doveva rimanere analfabeta e la classe contadina chiamata dai montanari piemontesi classe infima da erudire con le fucilazioni e le torture. In pochi mesi il governo piemontese distrusse secoli di cultura, secoli di tradizioni, secoli di storia, secoli di libertà e dignità. Alla guida dei licei del Regno fu mandata gente illetterata con il solo scopo di smantellare l’istruzione pubblica e rendere il popolo ignorante e servo. In poco tempo i piemontesi, sotto la gragnuola di ispettori, vice ispettori, delegati, bidelli, funzionari ed impiegati, quasi tutti venuti dal barbaro Piemonte, i quali non conoscevano nemmeno la lingua italiana, ‘nfrancesati” come erano, massacrarono e dissolsero la scuola primaria e secondaria, sia pubblica che religiosa. Gli scagnozzi e gli scherani di Vittorio Emanuele II, re dei galantuomini e della borghesia cisalpina, i servi del governo della destra storica ebbero l’ordine sacrilego di chiudere l’Accademia Napoletana delle Scienze e di Archeologia, famosissima in tutto il mondo, mentre L’Istituto delle Belle Arti fu abolito per decreto. Mai i Borbone avevano dissacrato la cultura, né la religione, né la dignità dei contadini e degli operai. La scuola superiore era affidata ad uomini di grande reputazione morale e professionalmente preparati. Ai sovrani napoletani, poco importava, se politicamente fossero di idee repubblicane, liberali o legittimiste; sapevano che la matematica o la fisica non potevano essere politicizzate in una scuola seria e non a caso dette materie ebbero origine nei luoghi meridionali. Pitagora ed Archimede non erano piemontesi e gli arabi non erano del Polo Nord. Uomini del calibro di Galluppi, Lanza, Flauti, De Luca, Bernardo Quaranta reggevano le cattedre universitarie. Macedonio Melloni , cacciato da Parma per le sue idee liberali fu accolto dai Borbone affinché iniettasse la sua esperienza nella scuola del Regno. Il Melloni era raccomandato presso il Governo Borbonico da Francesco Arago, ardentissimo e passionale repubblicano, ma ai Borbone interessava sopratutto far funzionare le libere istituzioni nel modo migliore possibile.

LACRIME DI COCCODRILLO

Il Conte Alessandro Bianco di Saint-Jorioz , Capitano nel Corpo di Stato Maggiore Generale, dopo aver partecipato come soldato piemontese al massacro delle popolazioni del Regno delle Due Sicilie scrisse un libro intitolato: “Il Brigantaggio alla Frontiera pontificia dal 1860 al 1863″. In esso cercò di spiegare (grazie alla sua esperienza) perché il Sud reagì con le armi all’invasione piemontese e dopo aver denigrato e dileggiato il paese che favorisce il brigantaggio ebbe a scrivere che: ” …la povertà dei coloni agricoli; la rapacità e la potervia dei nobili; l’ignoranza turpe; l’influenza deleteria del prete; la superstizione, il fanatismo, l’idolatria, fatte religione e santificate; la mancanza di senso morale pressoché totale; la nessuna conoscenza dei dettami d’onore, di probità, di pudore; la sregolatezza dei costumi; l’immoralità in tutto e di tutti; lo spettacolo schifoso delle corruttelle negli impiegati, nella magistratura, nei pubblici funzionari; la rapina, il malversare…”. Questo conte piemontese, forse prendendo a prestito il pensare del suo popolo incolto e caino, lo stesso che, più di tutti in Italia, ha sempre praticato riti di magia nera e che della morale non ha mai tenuto gran conto, ha avuto il barbaro coraggio di scaricare sulle popolazioni meridionali i difetti dei popoli cisalpini. Alla fine del suo libro il Conte Bianco di Jorioz, contraddicendosi, toccato da coscienza, così scriveva: “…Il 1860 trovò questo popolo nel 1859, vestito, calzato, industre, con riserve economiche. Il contadino possedeva una moneta. Egli comprava e vendeva animali; corrispondeva esattamente gli affitti; con poco alimentava la famiglia, tutti, in propria condizione, vivevano contenti del proprio stato materiale. Adesso è l’opposto”. Praticamente l’esimio Conte di Jorioz ammetteva che lo scellerato Governo dei Borbone faceva vivere tutti in sufficiente agiatezza e che il governo piemontese produsse l’effetto contrario e così continua: “…Le civaie nel 1860 furono trovate al prezzo di 2.80; nel 1863 erano salite a 5.20. La carne di bue vendevasi nel 1860 a grane 15 il rotolo; nel 1863 a grane 36. Una gallina costava nel 1860 grane 20, nel 1863 grane 55… – ed ancora – … Le leggi di registro di bollo-diritto graduale-decimo di guerra, ecc., ecc., hanno desolato queste popolazioni. Contratti pochissimi; chi compra, profitta del bisogno di chi vende: non paga il giusto prezzo ed aggrava sulla proprietà l’agrario imposto dalla legge. In pochi anni le proprietà si concentrarono a pieno nelle mani dei ricchi, degli speculatori, degli usurai e dei manipolatori. I notai languiscono perché sono pochissimi gli affari. Molta gioventù, impiegata alle notarie, in ozio, vagabonda. Gli affari civili giudiziari, da tanti che erano, scomparsi. I litiganti si spaventano delle gravi spese, a prescindere della sfiducia creata dalla presente magistratura: se possono, ruinosamnerte transigono; se non possono, arrestano gli affari. Gli avvocati e patrocinatori con le mani in mano, e così tante famiglie a terra. Tu vedi uomini di merito a languire. Spopolati gli studi di tanta gioventù che, approfittando delle cognizioni dell’avvocato, imparava e guadagnava pane. Ora licenziati e vagabondi; immersi per conseguenza nei dubbi guadagni del giuoco, in arti morali, m vizzi… Legge sulle successioni aperte. Un padre muore, la tenera famiglia resta. Un ricevitore, caldo ancora il feretro si presenta imperterrito, rovista la casa, penetra i segreti, fa inventano, somma il valore della eredità, calcola il diritto del fisco ch’egli rappresenta, e i lagrimanti figli, la derelitta vedova pagano una somma gravissima, e così viene strappata ai pupilli una parte della eredità che il genitore, con privazioni, fatiche, pericoli, nel corso di molti lustri avea creata a sostegno e decoro della sua onorata famiglia. Chi non sente stringersi il cuore al cospetto di una legge cotanta snaturata? Che quantità porta via il fisco, voi domandate? A queste interrogazioni il popolo risponde: Ecco là la legge. Gli articoli sono brevissimi; leggeteli e fremete. Vedrete che con tre successioni nella famiglia stessa che possono verificarsi anche in un anno, dalla agiatezza si balza alla mendicità qualunque famiglia”. Ecco, dette queste cose da un conquistatore non è male, ma il Conte Bianco di Jorioz non si ferma alla tassa di successione e scrivendo della pubblica istruzione che a noi interessa così si esprimeva: “.. La Pubblica istruzione era fino al 1859 gratuita; cattedre letterarie e scientifiche in tutte le principali città di ogni provincia. Adesso nessuna cattedra scientifica. Per educare un figlio nella capitale sapete che cosa ci vuole? Eccolo qua. Ogni corso scientifico obbligatorio esige la dimora di 8 anni. Tale è organamento. Lo studente deve iscriversi ogni anno e pagare lire 410; le quali, moltiplicate per 8 danno lire 3.280, per mantenere un figlio nella capitale non potete fare a meno di lire 100 al mese, se sarà economico, sobrio, senza galanterie, e sono 1.200 lire all’anno. Moltiplicate per 8, avrete lire 9.600, le quali aggiunte alle spese di iscrizione vi dà una bagattella totale di lire 12.880. Dividete per 8, avrete lire 1.610 di esito per ogni figlio alla istruzione scientifica”. Quante persone esistono nelle meridionali provincie che possono sostenere questa spesa?”. Il Conte Alessandro Bianco di Saint-Jorioz aveva messo il dito nella piaga. Il Piemonte praticamente aveva sconquassato un sistema, aveva distrutto l’economia del Sud e ne aveva sconvolto l’assetto istituzionale : mandando a sedere nei Consigli Comunali uomini riprovevoli, ladri mafiosi e camorristi arruolando nella pubblica sicurezza individui che sono il fecciume …………. Garibaldi prima e i luogotenenti dopo ridussero Napoli in condizioni pietose. In un anno, da terza capitale d’Europa, divenne una città disordinata, sporca, senza economia propria e senza futuro. L’ira del Piemonte s’era abbattuta su di essa. Furono incarcerati arcivescovi e cardinali, preti e sacrestani. I giudici mandati al confino e come si legge a pag. 376 del capolavoro del Conte Bianco “…bisognava spregiare e calunniare le intelligenze virtuose ed allontanarle da qualunque ingerenza governativa; occorreva scegliere esuli rinnegati, ambiziosi, inetti, servili e schiavi e concentrare nelle loro mani gli interessi dei due padroni, l’uno vero e l’altro figurato; l’uno maestro compositore e l’altro cieco esecutore; l’uno prepotente e minaccioso, l’altro osservante e fedele”. Il Governo piemontese doveva smantellare e colonizzare il Regno più bello e prospero del mondo e sostituì giudici eloquenti e dotti con barbieri, camerieri di locande, figli di ballerine e meretrici; ruffiani che diventavano prefetti o segretari di cancellerie e comuni: bastava dichiararsi liberali. Queste cose furono scritte dal Conte Alessandro Bianco di Jorioz, cioè da un piemontese pagato dal governo sabaudo per sradicare dalle fondamenta il Regno di Francesco II. Nel 1859 il Regno godeva di prosperità di finanze, istruzione gratuita ed accessibile a tutti, agiatezza per bisogni materiali, il lavoro c’era per tutti, la disoccupazione inesistente, i commerci floridi, le industrie competitive, le banche piene di soldi risparmiati dalle popolazioni meridionali…..

NOTE:
(1) F. MOLFESE – Storia del brigantaggio dopo l’Unità – Feltrinelli Editore, Milano, 1964 pag. 54.
(2) Ibidem.
(3) (Editto di Ancona)
(4) G. De Sivio – La Tragicommedia, Editoriale Il Giglio, Napoli, 1993.
(5) A. Bianco Di Jorioz – Il Brigantaggio alla frontiera pontificia 1860-63, Milano Daelli & C. Editori, 1864, pp. 373s., 376.
(6) SIR JAMES LACAITA, deputato italo – inglese emissario di Lord Palmerston in Italia.
(7) Epiphanius – Massoneria e Sette Segrete, Litografia Amorth, Trento, pp.125.
(8) Epiphanius – Massoneria e Sette Segrete, Litografia Amorth, Trento, pagg. 61-62.
(9) Epiphanius – Massoneria e Sette Segrete, Litografia Amorth, Trento, pag. 120.
(10) Ibidem.
(11) Nel 1860 il debito pubblico del Piemonte era di lire 1.159.970.595,43 e doveva pagare £ 57.561.532,18 di interessi annui.
(12) Scandalo della BIS (Banca Italiana di Sconto) ed altre ruberie. L’unità d’Italia provocò nel Sud un’emigrazione biblica e con le prime rimesse l’economia meridionale stava risollevandosi. Tramite la BIS il governoo offrì dei buoni del Tesoro a interessi zero e gli emigranti in pratica finanziarono le industrie parassitarie del Nord. La BIS, fu fatta fallire e circa 400.000 creditori tutti meridionali finirono sul lastrico. Miliardi del Sud inghiottiti dal Nord.
(13)Vittorio GLEIJESES, La Storia di Napoli, 3 vol., Napoli, 1981.
(14) ISAIA SALES – Leghisti e sudisti, Laterza Editore, 1993.
(15) Dati raccolti dallo Scialoja e confermati dall’Arrias e dal De Marco – da i quaderni di Nazione Napoletana, N° 5, pagg. 3-4 curati da Edoardo Spagnuolo.

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