La politica economica della R.S.I.


SARGENTI A FIANCO DI TARCHI, MINISTRO R.S.I.
Manlio Sargenti (*)

Tarchi fu nominato Ministro dell’Economia il 31 dicembre
del 1943. Prese possesso della carica nei primi giorni di gennaio
e rimase Ministro dell’Economia fino alla prima metà del gennaio
1945, quando avvenne un profondo cambiamento che ebbe
un significato politico. Cioè la riduzione del Ministero
dell’Economia Corporativa a Ministero della Produzione Industriale
e la creazione del Ministero del Lavoro. Ministero del Lavoro che
non era e non voleva essere quello che normalmente si
intende anche oggi come organismo che regola e sovrintende ai
rapporti di lavoro ma voleva essere qualche cosa di molto più
ampio: voleva essere il vero strumento regolatore dell’attività
economica. In quel momento, nel gennaio 1945, si verificò quindi
una svolta nell’indirizzo della politica economica del Governo
e venne meno anche formalmente quella funzione di disciplina
totalitaria del processo economico che avrebbe dovuto essere – e
che in parte fu durante il 1944 – il compito del Ministero
dell’Economia.
Non mi dilungo su questo perché ne troverete la illustrazione
nelle pagine del libro di memorie di Tarchi, TESTE DURE.
Questa politica aveva più aspetti. Gli scopi che Tarchi come
Ministro dell’Economia si proponeva erano sostanzialmente due:
il primo era il grande programma strategico perché era il programma
di trasformazione della struttura economica e sociale del
paese. Un programma di estrema ambizione, di estremo impegno
politico, che naturalmente avrebbe richiesto anni, forse decenni,
per realizzarsi compiutamente perché si trattava di trasformare
radicalmente la struttura economico-sociale della Nazione e di
trasformare quindi anche la mentalità degli uomini operanti in
questa struttura. In primo luogo dei lavoratori.
Il programma della socializzazione – non entro nei particolari
perché ne ho parlato già tante volte in questa sede e altrove e
non voglio ripetermi – in sostanza a che cosa mirava? A portare i
lavoratori nella vita e nella disciplina del processo economico. I
lavoratori. Sottolineo questo termine: non gli operai, i lavoratori,
tutti i lavoratori, tute blu e colletti bianchi, noi lo ripetevamo costantemente
era una sorta di luogo comune, di slogan fisso e si
aggiungeva sempre nei documenti ufficiali: operai, impiegati,
tecnici, per sottolineare che la nostra non era una visione opera-
stica, non era la visione comunista del potere al proletariato, del
potere alla classe operaia. Era una visione totalitaria del mondo
del lavoro. Una visione che vedeva la funzione del lavoro in tutte
le sue forme, dal lavoro materiale al lavoro intellettuale, al lavoro
dirigenziale. Anche chi licenzia è un lavoratore e noi architettavamo
così quella politica dei quadri che ha fatto tanto rumore
il 14 ottobre 1980 (marcia dei 40 mila “intermedi”).
E’ sembrata una grande scoperta. Noi l’anticipavamo 40 anni
prima, sostenendo che il lavoro, tutto il lavoro, dovesse diventare
protagonista del processo produttivo (quello che era stato il
principio affermato ma non sempre realizzato dal regime fascista):
il lavoro soggetto dell’economia. Come si fa a rendere il lavoro
soggetto dell’economia; noi ci chiedemmo? Risposta: la socializzazione.
Scusate se uso il temine noi, non vi sembri una
manifestazione di presunzione; dico “noi” perché ho fatto parte,
modestamente, di quel gruppo che ha lavorato intorno al Ministro
Tarchi e prima ancora che Tarchi fosse assunto al Ministero
dell’Economia quando era soltanto Commissario dell’Imi e di altri
istituti finanziari pubblici. Ho fatto parte di quel gruppo che,
intorno a Tarchi, ha lavorato alla elaborazione di queste idee. Erano
idee che scaturivano dal pensiero di Mussolini, che scaturivano
dai postulati ideologici del fascismo ma che durante il ventennio
erano state, se non ignorate, certamente sacrificate, certamente
non attuate. E’ un problema molto vasto: perché queste
idee fondamentali e vitali del fascismo non erano state compiutamente
realizzate? Ma non è un discorso che possa essere affrontato
in questo momento. Questo era dunque uno degli aspetti,
una delle facce del programma di politica economica con cui
Tarchi assunse la carica di Ministro dell’Economia. Programma
di politica economica che egli aveva esposto al Duce prima di
assumere la carica e che il Duce aveva pienamente approvato,
avallandolo con la nomina, appunto, di Tarchi a Ministro
dell’Economia.
Il secondo aspetto della politica di Tarchi era non più quello
strategico di largo respiro e di attuazione nel tempo, che era il
programma della socializzazione, ma era il programma contingente.
Di questo oggi io vorrei in particolare parlare perché della
socializzazione credo di avere parlato troppo, tanto da divenire
persino noioso. Sul punto della socializzazione comunque sono a
disposizione dei giovani che non si ritenessero sufficientemente
informati per fornire loro tutti i chiarimenti che vorranno chiedere.
Se questo è un seminario, deve fondarsi anche sul dialogo. Io
non voglio tenere una lezione cattedratica, voglio gettare il seme
anche per una polemica. L’altro aspetto, dicevo, del programma
di politica economica di Angelo Tarchi fu quello impostato dalle
drammatiche circostanze che si erano verificate in Italia con l’8
settembre 1943.
Ho visto, ho assistito, allo spaventoso, tragico spettacolo
della distruzione di un Reggimento alpini nel giro di 48 ore. Sapete
cosa era un Reggimento alpini? Migliaia di uomini, centinaia
di muli, migliaia di armi. Il tutto scomparso nel giro di 48
ore. Un Reggimento alpini non esisteva più. Questo spettacolo a
cui io ho assistito personalmente e ho vissuto drammaticamente,
ritrovandomi la mattina del 10 settembre solo con il Colonnello
comandante del Reggimento, raminghi per le colline di Sarzana,
per sfuggire alla cattura. Questo dramma è il dramma che si è verificato
in tutta l’Italia. Ed è stato il dramma che è andato al di là
dello sfasciamento, della fine, dell’Esercito italiano; è stato il
dramma della fine dello Stato che non c’era più. Fuggito il Re,
fuggito il Governo, a Roma non esisteva più un centro coordinatore,
un centro di comando. Che cosa è avvenuto allora? Siccome
voi sapete che la natura umana, la società umana, rifugge dal
vuoto, il vuoto bisognava riempirlo. Chi lo ha riempito? Sul terreno
economico sono stati i tedeschi con due strutture organizzative
di base, che sono diventati veri organi direttivi coordinatori
dell’economia italiana. Uno era il famelico Ruk, sigla di Rustungs
und Kriegsproduktion, organismo alle dipendenze dirette
del Ministro della produzione bellica tedesca Arbert Sperr: la sezione
italiana era affidata all’ing Hans Leyers, coadiuvato da collaboratori,
tutti Ufficiali Wehrmacht dei mondo economico tedesco.
Erano industriali in divisa. Molti di loro avevano lavorato in
Italia, come rappresentanti, come esponenti delle imprese tedesche.
Infatti tutti conoscevano bene l’italiano, conoscevano bene
soprattutto la struttura, l’apparato produttivo italiano. Questo organismo,
installato a Milano in Foro Bonaparte negli edifici
dell’allora Montecatini, era suddiviso, organizzato per settori.
Poi aveva emissari nelle province ma l’organo centrale sedeva a
Milano ed era strutturato per settori di produzione. A ogni settore
presiedeva uno di questi ufficiali esperti del ramo perché provenienti
dall’industria tedesca ed erano quelli che dal 10 settembre
in poi governavano l’economia italiana. Quindi requisizioni,
quindi assegnazioni di materie prime, quindi determinazione dei
programmi di produzione, quindi spedizione in Germania, non
solo dei prodotti, non solo delle materie prime ma addirittura degli
impianti, che venivano smontati e trasferiti in Germania.
Questa era la situazione determinatasi dopo l’8 settembre.
Accanto a questo organismo ne esisteva un altro di carattere più
squisitamente militare alle dipendenze del Plenipotenziario Wehrmacht
in Italia (fino al 26 ottobre 1943 Witthöft, fino al 31 luglio
1944 Toussaint) che dopo mesi di frizioni con altri poteri tedeschi
in Italia passò sotto Wolff, Capo anche SS e Polizia, già
adeguatosi alla supremazia di Rahn, quale Plenipotenziario del
Reich in Italia. Organismo che svolgeva funzioni analoghe con
quelle del Ruk (non solo in Italia, i conflitti nello Stato) e svolgeva
quindi a sua volta una funzione di controllo e di disciplina
dell’attività produttiva italiana. Accanto a questi due organismi
esistevano l’Organizzazione TODT, che presiedeva ai lavori di
fortificazioni e a quelli per strade e ferrovie, l’Organizzazione
SAUCKEL, dal nome del Commissario per il Lavoro, che presiedeva
alla mano d’opera e l’Organizzazione BACKE, dal nome
del Sottosegretario all’Agricoltura. Una situazione drammatica,
in buona o cattiva fede, fosse o non fosse veramente necessario
per le esigenze dell’industria bellica, o fosse invece mirata alla
distruzione, all’impoverimento dell’organismo economico italiano
concorrenziale laddove poteva essere concorrenziale con
quello dell’estero. Fosse l’una o l’altra l’ispirazione che guidava
gli organi tedeschi, fatto si è che dall’8 settembre in avanti
l’industria italiana diventò terra di conquista e terra di sfruttamento
da parte tedesca. Quello che io vi vengo dicendo può
sembrare eretico. Non possiamo ignorare quale era la realtà storica
di quel momento. Non la ignoriamo oggi in sede storiografica,
ma non l’abbiamo ignorata neppure allora. Proprio per questo,
proprio su questo presupposto, proprio in questa direzione si
è sviluppata quell’opera di difesa degli interessi dell’economia
italiana che ha costituito uno degli aspetti del programma politico
di Tarchi e sul quale voglio intrattenervi.
La situazione così drammatica verificatesi dopo l’8 settembre
non fu sanata di colpo dalla costituzione del Governo della
Repubblica Sociale per parecchie ragioni. Intanto voi sapete che
questo Governo non poté installarsi a Roma. Vennero quindi a
mancagli quei requisiti di prestigio, di autorità diciamo pure, che
sarebbero derivati dal fatto di essere di nuovo nella capitale dello
Stato, soprattutto quando la Monarchia e il Governo monarchico
erano fuggiaschi, quando la Monarchia e il Governo monarchico
erano alla mercé degli invasori, mentre formalmente e anche
sostanzialmente il Governo della Repubblica Sociale è stato
sempre un Governo alleato della Germania.
La mancata installazione del Governo repubblicano a Roma
costituì un primo elemento di debolezza. I ministeri furono trasferiti
nel nord Italia con una inevitabile crisi di spostamento,
con una inevitabile crisi derivante dalla difficoltà di trasferire
nell’Italia settentrionale migliaia di dipendenti dei ministeri, dalla
reticenza di molti di questi funzionari ministeriali a lasciare
Roma, a lasciare le loro case, a lasciare le loro famiglie o a trasferirsi
al nord con le loro famiglie incontro all’incognita.
E’ stata una prima ragione di crisi che si protrasse per qualche
mese, per lo meno per due mesi (ottobre e novembre). Poi la
dislocazione dei ministeri dell’Italia settentrionale, anche questo
con miopia forse da parte tedesca. Non fu possibile che i ministeri
si installassero in un unico centro quale poteva essere Milano,
per esempio, quale poteva essere Monza, quale poteva essere
Bergamo. I ministeri furono dispersi in tutta la Pianura Padana.
Il centro del Governo, come sapete, era Gargnano sul Garda
ma i ministeri, a parte il Ministero dell’Interno e quello degli Esteri,
non erano a Gargnano, non erano nei dintorni, erano sparsi
per la Pianura Padana e, guardate il caso, il Ministero
dell’Economia, a cui presiedeva in quel momento Silvio Gai, finì
in un paesetto sperduto alla periferia di Padova, Ponte di Brenta.
Da dove non era assolutamente possibile una qualsiasi ingerenza
nell’attività economica del paese che si svolgeva nel grande
triangolo industriale Milano – Genova – Torino. Tenendo conto
oltre tutto delle difficoltà di comunicazione, dei bombardamenti,
dei mitragliamenti, delle linee telefoniche spesso interrotte.
Quindi questo ministero era veramente un ministero fantasma
che non ebbe moneta per due mesi e più, nessuna pratica influenza
nel governo dell’economia italiana. Lasciò quindi al Ruk di
svolgere senza nessun contrasto la propria attività di governo del
processo economico. Nell’edificio scolastico di Ponte Brenta
c’era uno sparuto gruppo di funzionari venuti da Roma, pochissimi,
senza direttive, che non sapevano bene che cosa fare, senza
materiale, senza organizzazione.
Questo era nel gennaio del 1944 il Ministero dell’Economia
della Repubblica Sociale. Non sto a entrare nei particolari. Tarchi
si dette cura prima di ogni altra cosa di portare il Ministero
laddove potesse funzionare e lo portò a Bergamo. Nel giro di pochi
giorni ci trasferimmo a Bergamo. Si dette cura di ricreare la
struttura funzionale del Ministero facendo affluire da Roma un
buon numero di funzionari, creando anche a loro le condizioni di
vita: gli alloggi, le mense e tutto quello che era necessario in una
situazione come quella della RSI.
Così poté cominciare, poté essere avviato il lavoro di recupero
della funzionalità economica e di disciplina della economia
nei confronti degli organi previsti. Ma fu un’opera difficile, estremamente
faticosa e non si può dire neppure che fosse stata
condotta interamente a termine quando la guerra si concluse. Bisogna
conoscere i tedeschi per sapere qual’è la loro capacità di
resistenza, la loro capacità di tenere fede ai loro principi, alle loro
idee, alla loro organizzazione. Come si svolse quest’opera?
Con continui contatti prima di tutto con l’Ambasciata di Germania.
Con l’ambasciatore, il quale da buon politico e da buon diplomatico
era il più possibilista, era il più pronto ad ascoltare e a
fare buon viso alle richieste di restituzione della funzionalità agli
organi di governo italiani. Poi con il responsabile della produzione
bellica e degli armamenti, il potente Ministro Sperr, e so-
prattutto con il Ruk di Milano: il generale Leyers e i suoi appoggi.
Lo strumento per contrastare l’opera, l’attività, di questi uffici
tedeschi fu la creazione di analoghi uffici e organismi italiani.
Poiché non esistevano più le strutture che erano state create
prima del 25 luglio, non esisteva più soprattutto l’organismo corporativo
che era strutturato proprio con il criterio dei grandi
settori di produzione e che quindi avrebbe potuto costituire un
contraltare di quegli uffici e comitati costituiti dai tedeschi per
grandi settori di produzione, fu necessario creare qualche cosa di
nuovo, qualche cosa che non c’era da parte italiana; questo qualche
cosa furono appunto gli uffici industriali e i comitati industriali,
strutturati per settori di produzione in settori corrispondenti
a quelli nei quali erano costituiti gli uffici tedeschi del Ruk.
I presidenti di questi comitati, i direttori di questi uffici, dovevano
essere e furono gli interlocutori dei corrispondenti dirigenti
tedeschi degli organismi di controllo dell’economia. E così fu
possibile affrontare, settore per settore, i vari problemi che di
volta in volta si presentavano. Cioè problemi di smontaggio e
trasferimento degli impianti ai quali naturalmente il Ministero italiano
dell’Economia si oppose con tutti gli strumenti, con tutti i
mezzi possibili. Anche con un’argomentazione di carattere molto
ovvio, che chissà perché i tedeschi non tenevano in considerazione:
lo smontaggio di un impianto industriale richiedeva settimane
o mesi di tempo, secondo la complessità dell’impianto. li
trasporto nelle condizioni precarie in cui si svolgevano i trasporti
in tempo di guerra richiedeva altro tempo e poteva portare anche
alla perdita totale dell’impianto. Il rimontaggio dell’impianto richiedeva
altre settimane o altri mesi. Qual’era allora il beneficio
per l’economia di guerra, perché questo era naturalmente lo slogan
programmatico che ci si opponeva? Queste operazioni sono
finalizzate all’economia di guerra, alla migliore organizzazione
dell’economia di guerra. Argomento nostro: ma a che serve, quale
fine si può conseguire attraverso lo smontaggio, il trasporto, il
rimontaggio degli impianti in Germania quando questi impianti
possono continuare a funzionare in Italia e a non perdere neppure
un giorno della loro funzionalità? Con il concetto di non disconoscere
le necessità comuni della guerra, di non disconoscere
la necessità di una direzione congiunta del processo economico a
cui gli organi del Governo italiano partecipassero nella stessa
forma, nella stessa misura, con la stessa autorità dei corrispondenti
organi tedeschi.
Questo fu il principio ispiratore che Tarchi espose pervicacemente
nei suoi rapporti quasi giornalieri con l’organismo tedesco
del Ruk. Sì, l’economia di guerra deve essere disciplinata ai
fini comuni, ma i fini comuni debbono essere conseguiti di comune
accordo. Gli strumenti per il conseguimento di questi fini
comuni deve essere determinato di comune accordo.
Questo discorso che valeva per il trasferimento degli impianti,
valeva per il trasferimento delle materie prime, valeva per
l’assegnazione delle materie prime alle industrie italiane; materie
prime che in gran parte provenivano dalla Germania: pensate al
carbone, pensate ai metalli ferrosi e non ferrosi. Questo discorso
valeva per un altro aspetto delicatissimo, quello dell’impiego
della mano d’opera. I tedeschi lo controllavano non solo attraverso
il Ruk ma anche attraverso organi del Commissariato del
Lavoro tedesco che agivano indipendentemente. Con i quali era
più difficile il contatto, dai quali era più difficile ottenere il riconoscimento
della funzionalità del Governo italiano e un discorso
sul reclutamento.
Il trasferimento della mano d’opera era indubbiamente
l’aspetto più delicato di questo programma di riconquista delle
leve del processo produttivo italiano. Problemi che si aggravarono,
naturalmente, con l’avanzare del fronte. Finché si combatteva
a Cassino la Repubblica Sociale aveva giurisdizione su
due terzi dell’Italia ma quando le linee di combattimento cominciarono
ad avvicinarsi alla valle Padana i problemi si fecero più
ardui perché intervenne l’atteggiamento dell’autorità militare,
dei comandi militari, che miravano alla distruzione degli impianti.
Non si trattava più di trasferirli in Germania, ad un certo punto
si poneva il problema della distruzione e fu necessaria quindi
un’altra impegnativa azione per evitare, nei limiti del possibile,
questa iattura.
Il principio intorno a cui il Ministero dell’Economia si imbatté
tu quello che non si doveva addivenire, o si doveva addivenire
nella minor misura possibile, alla distruzione degli impianti
e questo argomento era supportato da dati tecnici, da argomenti
tecnici. Il Ministero dell’Economia si avvaleva dell’ampia collaborazione
degli industriali e dei tecnici: poteva essere sufficiente
la disattivazione degli impianti, quella che tu chiamata allora
la “invertizzazione” degli impianti. Il ché era particolarmente
importante per il settore dell’industria elettrica. Distruggere gli
impianti di produzione dell’energia elettrica avrebbe significato
lasciare il paese per decenni privo della possibilità non solo di
produrre ma di vivere. Si calcolava che un terzo dell’energia
prodotta fosse destinata ai consumi civili e due terzi all’attività
produttiva. Distruggere gli impianti elettrici avrebbe significato
distruggere non solo il potenziale produttivo ma le possibilità di
vita della popolazione civile. Fu quindi un problema gravissimo
quello della difesa degli impianti di produzione idroelettrica e
termoelettrica che in parte riuscì.
Se il triangolo industriale italiano, se la struttura produttiva
della Pianura Padana, il cuore dell’economia italiana, rimase pra-
ticamente intatto, a parte le distruzioni prodotte dai bombardamenti
nemici, per quanto riguardava l’azione distruttrice che i
tedeschi avrebbero potuto compiere, questo fu dovuto all’opera
del Governo della Repubblica Sociale. Questo va detto con chiarezza.
Non sono stati i partigiani a salvare le industrie italiane,
come si è detto e scritto, e si dice e si scrive. Non furono perché
non poteva essere. Fu quest’opera lunga, paziente, indefessa,
compiuta durante un intero anno dal Ministero dell’Economia
che portò a risultati concreti, che permise di salvare l’ossatura
essenziale della attività produttiva italiana.
Questi processi di asportazione di impianti avevano un aspetto
microeconomico; rappresentavano un problema per le imprese.
Di chi diventa l’impianto asportato da Bergamo o da Brescia
e trasportato in Germania? Di chi è la proprietà delle materie
prime che vengono requisite e trasportate in Germania? Aspetti
dunque microeconomici e aspetti anche di carattere finanziario,
valutano, I rapporti economici internazionali all’epoca erano regolati
sostanzialmente in regime di credito, cioè di compensazione
fra esportazione ed importazione, il che eliminava o riduceva
i problemi di pagamenti e quindi i problemi valutari.
Cosa succede quando io asporto dalla impresa X delle materie
prime e le trasporto in Germania? Le lavoro ed eventualmente
importo i prodotti in Italia? Come si regolano, dal punto di vista
economico privato e dal punto di vista valutano e dal punto di vista
dell’economia generale, questo genere di rapporti?
Anche questo fu un problema che dovette essere affrontato e
che fu disciplinato con due accordi diplomatici, preparato nelle
trattative da parte del Ministero dell’Economia con gli organi tedeschi
e poi stipulati formalmente dal Ministero degli Esteri e
dall’ambasciatore di Germania. Accordi che regolarono anche
tutti questi aspetti della disciplina, dei rapporti privatistici, dei
rapporti valutari, dei rapporti doganali, inerenti al trasferimento
di materie prime, di parti di impianti e poi l’accordo relativo al
trasferimento della mano d’opera. Anche questo fu regolato nei
termini più soddisfacenti possibili per la parte italiana, attraverso
accordi diplomatici promossi, studiati, preparati, in seno al Ministero
dell’Economia e approvati poi e sanciti in sede governativa.
Oggi non esiste certamente in Italia un Ruk, non esiste un
Plenipotenziario militare. Non esiste niente di tutto questo. Noi
ci illudiamo di essere liberi e sovrani ma ci sono fenomeni altrettanto
gravi e forse più gravi perché le ingerenze degli organi tedeschi
nell’economia italiana erano un fatto contingente, erano
fatti determinati dalla situazione contingente verificatasi con il
crollo della struttura politica ed amministrativa italiana.
Oggi i fenomeni sono molto ampi. Il fenomeno della privatizzazione,
riflettiamo un momento, significa la vendita o la
svendita dell’apparato produttivo italiano alla finanza e alla industria
straniera.
Oggi esiste il fenomeno della globalizzazione che sembra la
meta radiosa a cui deve tendere la economia mondiale. La globalizzazione
che cosa significa, se non governo dell’economia dei
singoli paesi da parte di strutture sovranazionali, da parte di
strutture che fanno capo a centri di interessi che non sono i nostri
centri di interessi ma che sono centri di interessi estranei ai nostro
mondo, alla nostra società, ai nostri interessi? Non esiste più
la sopraffazione dell’occupante tedesco ma esiste una sopraffazione
molto più grave che è quella dell’imperialismo economico
internazionale e io chiedo ai giovani che mi ascoltano di riflettere
su questo dato.
Come si difende l’economia dei singoli paesi? Come si difende
l’economia soprattutto di un paese relativamente debole,
economicamente e strutturalmente qual’è l’Italia? Come si di-
fende l’economia dell’intero continente europeo nei confronti di
questi poteri sopranazionali che sono i veri dominatori della scena
economica e quindi della scena politica? Ne abbiamo avuto
un drammatico esempio nelle settimane scorse con la crisi russa
che è stata innescata, guardate caso, dalle dichiarazioni di quei
grande finanziere che risponde al nome di Saros, che ha preconizzato
la svalutazione del rublo pochi giorni prima che la svalutazione
del rublo si verificasse. Qual’era il misterioso, e non tanto
misterioso, intento del Sig. Saros? Quali sono state le manovre
che la finanza internazionale ha svolto per arrivare a mettere in
ginocchio l’apparato economico e produttivo della Russia? Quali
sono gli strumenti che la finanza internazionale usa per mettere
in ginocchio o per tenere sotto controllo le economie dei singoli
paesi?
Ecco, cari amici, quello che fu un fenomeno contingente del
1944 e che vide, come ho cercato di illustrarvi, la tenace difesa,
anche se non sempre fortunata difesa, degli interessi economici
italiani nei confronti dell’alleato tedesco, quella situazione esiste
oggi su scala molto più vasta. Allora uomini che vengono, come
noi vecchi, da una tradizione ideologica qual era quella dei fascismo,
tesa alla difesa degli interessi della nazione, uomini come
voi giovani che si preparano ad affrontare questi problemi sul
terreno dell’oggi e dei domani, devono esserne coscienti. Noi lo
dobbiamo per richiamare, per mettere in allarme, voi lo dovete
per affrontare questi problemi. Per affrontarti al di fuori dei miti
della economia di mercato, dei miti della privatizzazione selvaggia,
dei miti del globalismo, che sono tutti strumenti con cui
l’imperialismo economico mira a dominare i paesi meno organizzati,
i paesi economicamente più deboli.
Noi abbiamo combattuto una guerra contro questa realtà.
L’abbiamo combattuta e l’abbiamo perduta, ma l’abbiamo com-
battuta proprio in nome di questo principio e di questo ideale. La
guerra che noi abbiamo combattuto non era, come si va raccontando,
come vi raccontano nelle scuole, come vi raccontano i libri
dei vincitori, la guerra imperialista; era la guerra del sangue
contro l’oro, era la guerra dei popoli poveri contro i popoli ricchi,
era la guerra contro l’imperialismo. Cercate di rendervi conto
di questo, di rendervi conto che i vostri padri e i vostri nonni
hanno combattuto contro l’imperialismo americano, hanno combattuto
contro l’imperialismo economico e finanziario internazionale
e traetene le conseguenze. Cosa deve fare l’Italia, cosa
deve fare l’Europa nel millennio a cui voi vi state preparando?
Ora tocca a voi.

Note:
(*) Pubblichiamo, per Sua gentile concessione i seguenti scritti del prof. Manlio Sargenti,
eminente giurista e cattedratico di Diritto romano all’Università di Pavia, Capo
di Gabinetto del Ministero dell’Economia corporativa della R.S.I. stretto collaboratore
del Ministro Tarchi:
– Sargenti a fianco di Tarchi, Ministro S.R.I. La politica economica della R.S.I., lezione
tenuta il 6 settembre 1998 nel corso del Seminario di studi storici di Cicogna.
– I 70 anni della Carta del Lavoro, articolo edito in LINEA, n.ri. 6-7-8, Giugno-
Luglio-Agosto 1997.
– Socializzazione o Socialismo?, articolo pubblicato nel numero 3-4 della rivista Repubblica
Sociale, novembre-dicembre 1944, XXIII E.F.
Questi scritti, appassionati documenti del prof. Sargenti, protagonista dell’attività
di governo nella R.S.I., per la loro attualità costituiscono ancora oggi un tema di riflessione
e di approfondimento per il legislatore che, almeno come si evince dagli
intenti programmatici, dovrebbe mirare ad un miglioramento della vita economica e
sociale del Paese, e con una particolare attenzione alla tutela dei lavoratori tutti quali
unici e veri protagonisti del processo produttivo, dando finalmente attuazione al dettato
costituzionale che, all’art. 46, sia pur riduttivamente si è ispirato al Decreto legislativo
del Duce 12.2 1944, n. 375, meglio noto come “Socializzazione delle imprese”.

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