UN’IMPRESA PER IL TERZO MILLENNIO: SOCIALIZZAZIONE


di Miro Renzaglia

C’è un filo rosso che innerva la matassa ingarbugliatissima della disputa novecentesca sul metodo e sulla prassi del vivere comunitario, quello della socializzazione. Citando il Merlino del film “Excalibur” (John Boorman) potrei dire: “Un sogno per alcuni. Un incubo per altri”. La prima traccia significativa del concetto lo ritroviamo nell’enunciato di Filippo Corridoni in “Sindacalismo e Repubblica” (1915), quando, in chiusura del suo pamphlet, dichiara quale sia il vero obiettivo della battaglia eroica del sindacalismo rivoluzionario: “Socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio, che risolverà definitivamente la questione sociale.”
Socializzazione, quindi, che, per le vie spicce, definiremo: divisione di responsabilità e utili delle imprese fra fornitori di capitale e fornitori di braccia e menti e reinvestimento sociale dei super profitti (che, in regime di liberal mercato, finiscono nelle tasche del capitalista, prontamente riutilizzati in giochetti finanziari e/o di borsa, improduttivi d’altro che di private fortune o di catastrofi pubbliche: ogni riferimento ai recenti casi della Parmalat è assolutamente voluto…).
Già nel programma dei Fasci di Combattimento, esposto la notte del 23 marzo 1919, in Piazza S. Sepolcro a Milano, il concetto ritorna come obiettivo primario dell’azione rivoluzionaria del neo nato movimento: dice il duce (futuro), “Noi vogliamo: La partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori al funzionamento tecnico dell’industria. L’affidamento alle stesse organizzazioni proletarie (che ne siano degne moralmente e tecnicamente) della gestione di industrie o servizi pubblici…”.
Alla presa del potere da parte del movimento fascista (28.10.1922), il postulato scade un po’ nel dimenticatoio delle idee buone ma da rimandare a fasti più propizi: la real-politik imponeva prassi passeggere meno sgradevoli ai bicentenari assetti dell’economia, dell’industria e delle agronomie… Non che nel frattempo si resti con le mani in mano in attesa che la manna scendesse dal cielo a compensare i disquilibri introdotti dall’avvento del capitalismo e della forsennata ricerca del super-profitto-a-qualunque-costo… Facciamo un po’ i conti con quello che il fascismo seppe realizzare in termini di politica sociale fra l’indomani della Marcia su Roma e la fine della prima fase rivoluzionaria: Tutela lavoro donne e fanciulli – (R.D. 653/1923); Maternità e infanzia – (R.D. 2277/1923); Assistenza ospedaliera per i poveri – (R.D. 2841/1923); Assicurazione contro la disoccupazione – (R.D. 3158/1923); Assicurazione invalidità e vecchiaia – (R.D. 3184/1923); Riforma “Gentile” della scuola – (R.D. 2123/1923); Assistenza illegittimi e abbandonati – (R.D. 798/1927); Assicurazione obbligatoria contro la tubercolosi – (R.D. 2055/1927); Esenzioni tributarie famiglie numerose – (R.D. 312/1928); Assicurazione obbligatoria contro malattie professionali – (R.D. 928/1929); Opera nazionale orfani di guerra – (R.D. 1397/1929); Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro I.N.A.I.L. – (R.D. 264/1933); Istituzione libretto di lavoro – (R.D. 112/1935); Istituto nazionale per la previdenza sociale I.N.P.S. – (R.D. 1827/1935); Riduzione settimana lavorativa a 40 ore – (R.D. 1768/1937); Ente comunale di assistenza E.C.A. – (R.D. 847/1937); Assegni familiari – (R.D. 1048/1937); Casse rurali ed artigiane – (R.D. 1706/1937); Tessera sanitaria per addetti servizi domestici – (R.D. 1239 23/06/1939); Istituto nazionale per le assicurazioni contro le malattie I.N.A.M. – (R.D. 318/1943)…
A me, sinceramente, non sembra poco…Lo stato sociale prende forma e corpo… Il senso di quello che uno stato degno di questo nome dovrebbe essere, assume i connotati di un’equa redistribuzione della ricchezza prodotta dalle sue varie componenti e trova in questa legislazione (peraltro, parziale…) una prima, non effimera, adeguata risposta… La soddisfazione delle esigenze primarie del cittadino che non possiede altra forza che quella delle sua braccia, delle sue capacità tecniche, della sua mente applicata alla produttività dell’impresa (variamente intesa…) non è disattesa ma tutelata e risarcita (almeno, in parte…).
La legislazione più sopra elencata arriva, non a caso, all’anno di grazia 1943. Qui intervengono i fatti, per niente a margine, della Seconda guerra rivoluzionaria (1939-’45) che vide partecipe il nocciolo essenziale di chi, dalle “radiose giornate di maggio” (1915), attraversò le stagioni successive alla Marcia su Roma, nel consenso, nel tradimento, nella prigionia, fino all’estremo rilancio fascista… Il Manifesto di Verona data 14.11.1943. A questo punto, la real-politik non ha più niente da pretendere. Non so se ricordate uno dei manifesti più belli prodotti dal ministero della propaganda della RSI: un braccio virile e armato di pugnale, incatenato dal capitalismo, viene liberato dall’urlo proletario e fascista: socializzazione… Ecco: quello fu il momento per rompere ogni indugio; per abbandonare ogni prudenza; per tranciare, di netto, ogni resistenza e condurre a termine il processo rivoluzionario: “In ogni azienda (industriale, privata, parastatale, statale) le rappresentanze dei tecnici e degli operai coopereranno intimamente – attraverso una conoscenza diretta della gestione – all’equa fissazione dei salari, nonché all’equa ripartizione degli utili tra il fondo di riserva, il frutto al capitale azionario e la partecipazione agli utili stessi per parte dei lavoratori” (Art.12 del Manifesto di Verona). Dal quale, per importanza, non disgiungerei questo: “Abolizione del sistema capitalistico interno e lotta contro le plutocrazie mondiali” (Art 8, punto b del Manifesto di Verona).
“Dal punto di vista sociale, il programma del fascismo repubblicano non è che la logica continuazione del programma del 1919 (…). Bisognava porre le basi con le leggi sindacali e gli organismi corporativi per compiere il passo successivo della socializzazione… La natura non fa balzi e neanche l’economia…”. Così, Benito Mussolini, nel discorso al Lirico di Milano (16.12.1944) quando, quasi scusandosi per il ritardo, riassunse in oratoria quanto 10 mesi prima aveva legiferato: “Decreto Legislativo del Duce 12 Febbraio 1944 – XXII, n. 375. Socializzazione delle imprese – Il Duce della Repubblica Sociale Italiana, Vista la Carta del Lavoro; Vista la “Premessa fondamentale per la creazione della nuova struttura dell’economia italiana approvata dal Consiglio dei Ministri del 13 Gennaio 1944; Sentito il Consiglio dei Ministri; Su proposta del Ministro per l’Economia Corporativa di concerto con il Ministro per le finanze e con il Ministro per la Giustizia, Decreta: Titolo 1. – Della socializzazione dell’impresa. Art. 1. (Imprese socializzate) – Le imprese di proprietà privata che dalla data del 1° gennaio 1944 abbiano almeno un milione di capitale o impieghino almeno cento lavoratori, sono socializzate…”. Non mi oso commenti…
Però, pur non osandomi commenti, mi permetto di aggiungere: tanto per smentire chi sostiene che la socializzazione è stato solo uno strumento di mera propaganda dell’agonizzante regime, ricorderò che il primo atto legislativo del Governo di liberazione nazionale, molto controllato dai social-comunisti e sindacato dalle forze anglo-americane, è stato il provvedimento di abrogazione del decreto legge appena su riportato e che, pur con tutte le difficoltà della guerra in corso, nel controllo del territorio e nel poco tempo che la storia concesse alla Rsi, la norma fu resa operativa in 6000 imprese… Se fosse stato quello che hanno preteso tramandarci gli agiografi della liberazione (?) dubito, per fino, che si sarebbero ricordati che fosse mai stato emesso. Evidentemente, la sua importanza era tale da meritare un’azione censoria drastica e tempestiva…
Il concetto di socializzazione si pone come Terza Via tra liberismo capitalista e statalizzazione coatta dei mezzi di produzione (leggi: comunismo…). Nel sistema socializzato: “Il popolo partecipa integralmente, in modo organico e permanente, alla vita dello Stato e concorre alla determinazione delle direttive, degli istituti e degli atti idonei al raggiungimento dei fini della Nazione col suo lavoro, con la sua attività politica e sociale…” (art. 12 della Costituzione della RSI ).
Quindi: riconoscimento dell’importanza del capitale “produttivo” (quello che investe moneta in imprese socialmente utili…) ma insieme a chi fornisce elementi altrettanto fondamentali all’attività economico-sociale: braccia e menti… Né dominio della moneta, né espropri statali, quindi, ma armonizzazione degli elementi della nazione in un rapporto di condivisione delle responsabilità e degli utili: a fin che nessuno si senta depositario del destino dell’impresa e, di conseguenza, della nazione in una innaturale investitura per intrallazzi bancari e finanziari, per deleghe, per rappresentanze più o meno mediate o per diritto divino…
In un orizzonte dominato dal capitale finanziario, invocare il ritorno al diritto naturale della partecipazione diretta dell’uomo all’opera della sua vita può, forse, apparire fuori tempo. Ma la cosa non deve né spaventare né scoraggiare: se un’idea è giusta lo è a prescindere dalle contingenze epocali in cui si viene a trovare espressa. In fondo, il fascismo è una rivoluzione giovane. Il liberismo ha al meno trecento anni ed è stato sconfitto dalla storia (e dalla morale…) al meno cento volte… Il comunismo ha avuto 50 anni di tempo per giustificare la sua vittoria militare (e 70 per giustificare la sua denominazione di Repubblica dei Soviet, cioè dei consigli, cioè della partecipazione diretta degli operai all’impresa: e non l’ha fatto…). Il fascismo ha avuto appena 22 anni per realizzarsi. E l’ha fermato solo la sconfitta militare. C’è tempo e voglia per riprovarci…

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