L’antifascismo e la riduzione dell’Italia a colonia americana


ALLE RADICI DEL MALE
L’antifascismo e la riduzione dell’Italia a colonia americana
F. G. Fantauzzi

Il numero 2/98 della rivista “Nuova Storia Contemporanea” ospita un’interessante ricerca di Salvatore Sechi riguardante la situazione Italiana al momento dell’approvazione della Carta costituzionale e della ratifica del Diktat.
Tale indagine è di fondamentale interesse storico per due ordini di motivi:
a) perché si giova di documenti «inediti o poco noti» presenti negli archivi dell’ambasciata americana, in quelli di Washington e di Suitland;
b) perché svela i retroscena politici e diplomatici del periodo più torbido della vita politica italiana del dopoguerra.
Punto di partenza dell’Autore è il viaggio che De Gasperi fece negli USA (5-20 gennaio ’47) su invito del governo Truman. La prima missione del leader democristiano ebbe luogo all’interno di una situazione politica delicatissima che presentava:
* gli USA che, a causa della ulteriore temuta avanzata delle sinistre e delle destre, paventavano una perdita d’influenza in Italia;
* il Vaticano e gli ambienti economici e industriali che riponevano grandi speranze in quel viaggi e lo consideravano come un battello di salvataggio per la DC la quale,, avendo registrato notevoli perdite di consenso nelle elezioni amministrative del novembre precedente,, metteva a rischio l’opzione occidentale dell’Italia;
* Nenni e Togliatti, spiazzati per non aver intuito il «valore di legittimazione implicito nell’invito» di Truman a De Gasperi e perché vedevano in quel viaggio una sorta di rinnegamento di una improbabile «tacita intesa» diretta a tenere l’Italia in una posizione di equidistanza e di neutralità nei confronti dello schieramento bipolare che si andava delineando in campo mondiale; intesa però mai effettivamente raggiunta tra le fazioni antifasciste.
Frutto dell’immaginazione o delle personali speranze di Giorgio Amendola (cfr. “Gli anni della Repubblica”, Roma 1976), tale intesa si rivelerà un clamoroso malinteso, poiché, in realtà, per carenza di autentica passione civile, di senso dello Stato e di concreta comunanza di idealità e di obiettivi, fra le formazioni politiche emerse dalla sconfitta, non vi fu mai un effettivo accordo programmatico, come con una buona dose di ipocrisia sembra ritenere Amendola.
L’indagine, a mio avviso, prosegue senza tener nel dovuto conto dei patti di Yalta, dell’immutato atteggiamento duro e intransigente degli alleati nei nostri confronti, dell’enorme prestigio del dollaro e dei risultati dell’accorto lavorio diplomatico precedentemente svolto dagli incaricati d’affari statunitensi (il Vaticano non aveva ancora riconosciuto ufficialmente gli USA) presso gli ambienti curiali e in quelli economici e industriali italiani.
Comunque sia, proprio durante quella trasferta, si verificò una serie di avvenimenti destinati a favorire il disegno politico concordato fra gli USA, il Vaticano e la DC, consistente nel preparare le occasioni per allontanare le sinistre dall’area di governo, una volta approvata la costituzione e ratificato il Diktat.
Saragat si dimise da presidente la Costituente, realizzò la scissione di Palazzo Barberini e fondò il Partito socialista dei lavoratori italiani (ma venne subito accertato che nessuno dei fondatori aveva mai lavorato un solo giorno); Nenni si dimise da ministro degli esteri e ritirò la delegazione del PSIUP dal governo e la delegazione del PRI fece altrettanto.
Tali fortunosi eventi, per altro, risultarono essere particolarmente graditi a Washington, dove i repubblicani avevano da poco raggiunto la maggioranza nel Congresso.
Tornato In Italia, De Gasperi annunciò le dimissioni del governo. Le conseguenze politiche del viaggio si palesarono molto vantaggiose per la DC. Secondo G. Amendola (op.cit.) queste furono determinanti all’instaurazione «di quell’ingerenza americana nella vita del paese che fu consacrata, due anni dopo, con la firma del patto atlantico». Nel corso della defatigante formazione del nuovo governo, ebbero luogo lunghe e pretestuose polemiche nel corso delle quali tutti gli esponenti dell’antifascismo si comportarono come se fossero privi di quel minimo di senso della realtà che è a fondamento di ogni riflessione; agirono cioè come se non conoscessero il contenuto dell’armistizio (corto) di Cassibile, di quello (lungo) del 29-9-43 e del «promemoria d’accordo» sottoscritto a Caserta il 7-12-44 dal Comandante supremo miliare alleato e dal CLNAI (Parri, Pajetta, Sogno e Pizzoni), nei quali viene imperativamente sancita la sola volontà degli alleati.
Chi legge quei documenti con attenzione rimane sconcertato non tanto dalle ovvie prevaricazioni del nemico, quanto dal meschino sotterfugio e dalla mala coscienza di chi, nel tradurre il testo in italiano, ne stravolge persino il significato, come nel caso: «Il comando supremo militare alleato esige …» viene tradotto con: «Il Comando supremo desidera …».
È davvero arduo sondare la levatura morale e intellettuale degli uomini che sottoscrissero trattati così in contrasto con gli interessi permanenti del proprio popolo. Non si trattò, infatti soltanto di mancanza di coscienza etica, del senso della realtà o di mero autolesionismo, bensì di vera e propria libidine di servilismo.
Gli italiani stavano vivendo il periodo del loro massimo disorientamento. Tutto era caduto e ora franava irrimediabilmente anche la mal riposta illusione resistenzialista fondata sulla speranza di un trattamento di favore che, invece, veniva sprezzantemente negato. Un periodo tristissimo nel quale s’era smarrito il rapporto di tutti e di ciascuno con la verità, la quale ha sempre significativi riflessi pratici. Non per nulla Tommaso aveva insegnato che: «La verità nel creato si trova in due realtà, nelle cose e nell’intelletto» (cfr. “De Veritate”, 1, 6).
Dall’analisi del Sechi in ordine alla formazione del nuovo governo, emerge uno spaccato della situazione italiana che dimostra l’elevatissimo tasso di controllo esercitato dalle autorità diplomatico-militari di occupazione, il quale si estendeva sino alla minuta indagine personale sulle pregresse attività dei ministri e dei sottosegretari, nonché sugli atti del governo. Paradigmatico al riguardo è il caso Moscatelli-Moranino, più volte contestati, non graditi e poi riammessi con incarichi diversi, ecc.
Data l’impossibilità di formare un governo monocolore DC, a seguito di lunghe ed estenuanti trattative, ripensamenti, sospetti e negati gradimenti degli alleati di un rilevante numero di candidati, De Gasperi riuscì finalmente a varare il suo terzo governo il quale, mentre subiva dagli alleati pesanti umiliazioni, maldestramente tentava di far credere loro che gli Italiani erano stati succubi per 20 anni del fascismo e di una monarchia antidemocratica e imperialista e che, per ciò stesso, meritavano migliore considerazione. Tale governo raggiunse inusitati apici di sprovvedutezza e di sfrontatezza quando tentò di far valere le proprie opinioni in occasione della formulazione del trattato di pace con la Germania e quando avanzò pretese rivendicative sulle colonie ormai perdute per sempre. Tutto sommato, un governo che non riusciva capacitarsi che: «L’Italia non era un alleato e neppure… un cobelligerante; era soltanto un paese sconfitto a cui erano state accordate alcune concessioni, nell’ultima fase della guerra, per ragioni di convenienza politica, strategica…» (cfr. S. Romano, “Cinquant’anni di storia mondiale”, Milano, 1977).
Dall’esposizione del fatti, prende forma con grande chiarezza l’inutilità del tradimento del settembre ’43, della cobelligeranza e della resistenza. Come opportunamente notarono i migliori commentatori del tempo, sarebbe stato più onorevole, e forse anche più vantaggioso, non accettare la resa incondizionata e continuare a combattere fino in fondo una guerra da noi stessi dichiarata.
La Chiesa, che veniva definita dall’ambasciatore americano Dunn come: «… la principale forza di stabilizzazione del paese (…)», e la DC intanto si apprestavano a realizzare un governo composto di forze politiche moderate, attraverso la cui strumentalizzazione, poi escluderanno dall’area governativa i socialisti per 15 anni e i comunisti per oltre 40. Gli USA, nella convinzione che un’ulteriore avanzata elettorale comunista in Italia avrebbe inciso negativamente sui rapporti con l’URSS, avrebbe destabilizzato l’area del Mediterraneo con particolare riferimento ai disegni egemonici su Grecia e Turchia, mentre non facevano mancare all’Italia qualche assistenza economica elargita col contagocce, esasperavano le attività di controllo sugli atti del governo e su quelli amministrativi.
Oltre alle facilitazioni economiche, gli USA restituirono all’Italia le navi mercantili e i beni italiani esistenti in America a suo tempo confiscati e, al fine di assicurare l’ordine pubblico e un minimo di capacità di difesa quando gli alleati se ne sarebbero andati, fornirono alle FF. AA. italiane armi, munizioni e mezzi obsoleti.
Il Sechi, inoltre, lascia intravedere come poi si perverrà al 18 aprile ’48, alla maggioranza relativa della DC ed ai successivi innumerevoli governi monocolore, di centro, di centrodestra e di centrosinistra, in una temperie etica e politica di totale sudditanza e acquiescenza agli USA. L’intera indagine risulta essere snellita dai fardelli propri delle trattazioni politico-diplomatiche, ma, nonostante l’acutezza dei rilievi e la scorrevolezza dell’esposizione, palesa tuttavia una riluttanza e quasi un freno ad ammettere dati storici essenziali: l’inconsistenza degli orizzonti ideali e politici degli uomini di governo italiani e la servilità rispetto allo straniero dimostrata a piene mani dall’antifascismo nel suo complesso, nonché la estrema eterogeneità e incomunicabilità esistente fra le varie componenti politiche del tempo. Tale atteggiamento vagamente reverenziale, derivante dal surrettizio alone di rispetto e di quasi sacralità con il quale è stata circonfusa la resistenza, a mia avviso, nuoce alquanto all’efficacia dell’intera trattazione.
L’Italia, che i comunisti avrebbero voluta vassalla dell’URSS, diviene con la benedizione vaticana, una colonia americana e il PCI continuerà per decenni a lamentare e a fingere di non accettare: «… l’intervento diretto nella politica interna del nostro paese, la richiesta cioè, che il governo italiano sia composto in un modo piuttosto che nell’altro, che questo o quell’altro partito siano esclusi dalla sua composizione» (cfr. “Rinascita”, n° 7, maggio 1947).
Torniamo alla verità.
Quando diciamo che la tal persona è stata un vero magistrato, o un vero soldato, o un vero sacerdote, o una vera madre, intendiamo semplicemente riconoscere che quel che essa ha detto e fatto corrisponde a ciò che è vero, in quanto è realmente accaduto e in quanto, nei sentimenti come nella condotta, essa ha inverato quell’alto grado di umana verità che vorremmo poter riscontrare in ogni madre, in ogni soldato, ecc. E questo perché la verità non può che essere vista in rapporto con la realtà oggettiva. «Ens et verum convertuntur», disse Aristotele 350 anni prima di Cristo; talché dire «essere» (tutti gli esseri in quanto intelligibili) è come dire «vero», in un’unica realtà essendo convertibili i due termini.
Estrapoliamo ora dall’indagine in esame un elemento di qualche interesse e vediamo quel che contiene di vero. Nel corso delle polemiche che contraddistinsero la formazione del terzo governo De Gasperi, Pietro Nenni, tentando di chiarire il carattere d’emergenza che avrebbe dovuto distinguere il nuovo governo, bontà sua, inserì fra i provvedimenti straordinari da assumere, la revisione della legge sull’amnistia, in quanto, come riferisce il Sechi «in sede di applicazione ha favorito i fascisti».
Nulla di più falso. Ma anche nulla di più logico in un sistema di potere fondato sulla falsità e sull’inganno.
Francamente, un Togliatti che prepara e che fa approvare un’amnistia destinata a favorire i fascisti non è in alcun modo credibile; anzi deve essere precisato una volta per tutte che questa è una delle tante menzogne rispolverate ultimamente da certo dolciastro buonismo orientato a conseguire non proprio disinteressati traguardi. Eppure, nella pubblicistica ufficiale, quella dell’«atto di umana clemenza» di Togliatti per i fascisti è accreditata come una verità rivelata.
Togliatti, invece, fu costretto a varare il noto provvedimento legislativo e a tale scopo si propiziò il parere favorevole di De Gasperi, il quale era al corrente del fatto che (i cappellani, per la loro stessa missione, nelle carceri sanno tutto di tutti), una volta liberi, i fascisti e le loro famiglie avrebbero votato DC in funzione anticomunista. Ministro della giustizia, Togliatti non poteva non sapere che il numero dei partigiani reclusi era superiore a quello dei fascisti; e non poteva non temere che, per discolparsi in sede di dibattimento, i partigiani medesimi avrebbero chiamato in causa gran parte dei dirigenti del PCI i quali, nel corso della resistenza, avevano praticato e predicato la non distinzione fra i c.d. atti di guerra e la rapina a mano armata.
Il partigiano Franco F. Napoli (cfr. “Villa Wolkonski”, ed. Europa, Como, 1996) sostiene che nel ’46 i fascisti in carcere erano quarantamila, dopo l’amnistia ne rimasero seimila, nel ’48 erano quattromila e, dopo il ’56 nessun fascista era più in carcere. Per contro, i partigiani (per i quali in realtà era stata fatta l’amnistia), dopo il 18 aprile ’48 salirono a quarantacinquemila e, nel ’56, erano circa ottantamila. Va osservato al riguardo che, dall’aprile ’48, si era tornati alla legalità e, quindi, si veniva processati prevalentemente su denuncia di parte.
Uno degli aspetti che maggiormente dovrebbe far riflettere è che tale legittimo procedimento non riguardò se non in maniera irrilevante i fascisti i quali, nella quasi totalità, non erano stati denunciati prima nè vennero denunziati dopo l’amnistia. Perché tutto ciò? È storicamente accertato, altresì, che un buon numero di partigiani dovette espatriare clandestinamente ed altri si fecero eleggere in parlamento per non essere processati.
Lo storico non ne fa esplicita menzione, tuttavia dalla sua esposizione si staglia netta la conclusione che l’antifascismo (allora come ora) non rappresentava in alcun modo la coscienza unitaria del popolo italiano.
Chiuso il periodo delle carcerazioni facili dei fascisti e, restituita l’amministrazione della giustizia alla rnagistratura ordinaria, vennero celebrati i grandi processi a Graziani, Ricci, Pisenti, Borghese, ecc. Ebbene, se in virtù dell’antifascismo gli Italiani da colonizzatori non fossero assurti al «rango» di colonizzati, rammenterebbero che il Ministro della difesa della R.S.I., quello di Grazia e Giustizia, il Comandante della Guardia Nazionale Repubblicana e quello della Decima Flottiglia MAS furono rimessi in libertà non appena lette le rispettive sentenze, le quali recano tutte motivazioni analoghe a quella riguardante il Maresciallo Graziani: «Agì per alti motivi nazionali e morali». Siffatta motivazione accomuna, ovviamente, tutti i combattenti della R.S.I.
Molto scalpore fece il caso di Ferruccio Parri, medaglia d’oro per meriti partigiani e ex-presidente del Consiglio, il quale, nel maggio del ’53, venne attaccato da “Il Meridiano d’Italia” mediante la pubblicazione delle «Prove clamorose del doppio gioco di “Maurizio”». Ne seguì un processo; il Parri però, vista la mala parata dibattimentale, sebbene i misfatti sarebbero stati compiuti a Milano e in altri luoghi del Settentrione, fece trasferire il processo a Roma.
E non se ne seppe più nulla. (cfr. Renato CARLI Ballola, “1953, processo Parri”, ed. Ceschina, Milano 1954).
Perché E. Parri non persistette nella tutela della sua onorabilità? Il senatore F. M. Servello, che è vivo e vegeto, ne sa qualcosa.
Ad opera di studiosi appassionati e rigorosi e, anche per gli inattesi contributi di ex-partigiani, che già negli anni 1943-45 erano stati emarginati, misconosciuti o vilmente traditi dai compagni di lotta perché non condividevano o apertamente avversavano la linea politica di totale asservimento dell’Italia agli stranieri, (linea concordata fra PCI-PSI-DC in combutta con gli ambienti monarchici e con il placet dl Stalin e del regnante pontefice), molte verità stanno venendo in luce.
Leggendo le opere di questi partigiani ribelli alla «volgata» resistenziale, si ha la netta sensazione che molte loro idee, prospettive e istanze sociali e politiche -al di là della diversa individuazione del nemico di allora- possano essere largamente condivise anche nel campo avverso.
È vero: nelle umane vicende le situazioni subiscono mutamenti, il tempo passa, gli uomini cambiano e poiché si ha ragione di credere che vi sia uno «splendore della verità», è da augurarsi che i due contrapposti schieramenti possano un giorno convergere almeno nell’amara riflessione del Col. Moscardò che, dinanzi al martirio del suo ragazzo e del cruento destino che attendeva le sue truppe, esclamò: «Meglio il cimitero che il letamaio».
La scienza storica, sia pure con esasperante lentezza, comincia a dare buoni frutti e a radicare negli animi la preziosa esigenza della verità come cultura, come modo degno di vita. Si avvicina il tempo in cui forse non si parlerà più di partigiani e di «repubblichini» in termini di faziosa contrapposizione, bensì nel senso di consolidamento di verità vere che, nel bene e nel male, ci riguardano tutti.
Solo allora gli Italiani vivranno di vita propria.
E, solo allora, l’Italia non sarà più una colonia.

AURORA N. 49. Giugno 1998

http://www.italia-rsi.org/madrefurbizie/antifascifantauzzi.htm

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