Il sistema monetario, il costo della vita, la tassazione, la spesa pubblica

Il 20 aprile del 1818 Ferdinando I emanò una direttiva che uniformava il sistema monetario della parte continentale ed insulare del regno delle Due Sicilie; l’unità di riferimento teorico della moneta meridionale, la più solida d’Italia, era il ducato, presente in circolazione come conio di 10 carlini, un carlino equivaleva a sua volta a 10 grana, per cui il grano era un centesimo del ducato; gli “spiccioli” erano rappresentati dal tornese (2 tornesi equivalevano a un grano) e infine dal cavallo (6 cavalli equivalevano ad un tornese) o in Sicilia per l’appunto il picciolo; caddero in disuso l’oncia ed il tarì siciliano. [327]

Usando apposite tabelle di conversione che valutano il potere di acquisto (1 lira del 1861 equivalente a 7.302,1732 lire del 2001), considerato che un ducato corrispondeva a 4 lire e 25 centesimi piemontesi possiamo stabilire che il valore del ducato, rapportato ai giorni nostri, era di circa 16 € per cui un grano (che ne era il centesimo) valeva 0.16 €. Le monete erano coniate in oro, argento e rame; esistevano tagli da 3, 6, 15, 30 ducati e multipli del grano e del tornese; i maestri incisori della Regia Zecca a S. Agostino Maggiore erano così rinomati in Europa, per la bellezza delle realizzazioni, che i saggi di conio dell’istituto d’emissione inglese erano spesso inviati a Napoli per un parere tecnico.

Tutto il sistema, nel suo complesso, era garantito in oro nel rapporto uno ad uno; la storia numismatica delle Due Sicilie risaliva a 2500 anni prima con le zecche della Magna Grecia, quando in molte parti d’Italia e del mondo era in uso il baratto in natura; ci pensò Garibaldi con il decreto del 17 agosto 1860 a sopprimere il plurimillenario sistema monetario siciliano e successivamente il governo unitario mise fuori corso il ducato con la legge del 24 agosto 1862 .

Le banche (“i banchi”) nel 1700 erano sette (S.Giacomo, del Salvatore, S.Eligio, del Popolo, dello Spirito Santo, della Pietà e dei Poveri) e le loro condizioni si mantennero floridissime fino alla fine del secolo; nel 1803 ci fu il primo accorpamento che fu completato il 12 dicembre del 1816 con la creazione del “Banco delle Due Sicilie” che successivamente si chiamò “Banco di Napoli” nella parte continentale del regno e “Banco di Sicilia” nell’isola; in questi istituti si aprivano conti correnti e si concedevano prestiti a mutuo o su pegni come negli antichi banchi.[328]

Il costo della vita era basso rispetto agli altri stati preunitari e lo si può dimostrare paragonando i salari, che pure non erano certo elevati, con il costo dei generi di prima necessità; la giornata di lavoro di un contadino era pagata 15-20 grana, quella degli operai generici dai 20 ai 40 grana, 55 per quelli specializzati; 80 grana spettavano ai maestri d’opera; a tali retribuzioni veniva aggiunto un soprassoldo giornaliero di 10-15 grana per il vitto; un impiegato statale percepiva 15 ducati al mese, un tenente di fanteria 23 ducati, un colonnello di fanteria 105 ducati. [329]; di contro, un rotolo di pane (890 grammi)[330] costava 6 grana , un equivalente di maccheroni 8 grana, di carne bovina 16 grana; un litro di vino 3 grana, tre pizze 2 grana.

Il livello impositivo era il più mite di tutti gli Stati Italiani; per quanto riguarda la contribuzione diretta era in pratica basato solo sull’imposta fondiaria.

Tav.1 – Il prelievo fiscale diretto nelle Due Sicilie[331]

Imposta fondiaria
Ducati
6.150.000

Addizionali per il debito pubblico
Ducati
615.000

Addizionali per le Province
Ducati
307.500

Esazione
Ducati
282.900

Totale
Ducati
7.355.400

Le tasse indirette erano solo quattro.

Tav.2 – Gli strumenti fiscali indiretti nelle Due Sicilie [332]

Dazi (dogane e monopoli).

Imposta del Registro e bollo.

Tassa postale.

Imposta sulla Lotteria.

Sulla tomba di Tanucci, ministro delle finanze per 40 anni, troviamo scritto che non impose nuovi balzelli[333], viceversa nel periodo 1848-1860 il governo piemontese impone ben 22 nuovi tributi. [334]

Le entrate dello Stato erano percentualmente divise in queste proporzioni: ”la fondiaria partecipava per il 30% del totale complessivo; i dazi per il 40%; del rimanente 30% , il 12 era assicurato dalla Sicilia come contributo alle spese generali dello Stato ed il 18% era diviso tra 17 altri capitoli, che concorrevano con percentuali irrisorie, se si escludono le ritenute fiscali le quali, da sole, partecipavano con il 3.2%”.[335]

“Il bilancio del regno delle Due Sicilie nasce storicamente con un debito pubblico di 20 milioni di ducati ereditato dal governo francese di Giuseppe Napoleone e Gioacchino Murat, un peso notevole che era pari ad oltre un’annata di entrate fiscali; l’Austria impose di estinguerlo a breve distanza e le scadenze furono previste sino al 1819; per fare ciò il governo dovette ricorrere al prestito ma non si trovarono banche internazionali disponibili, per cui, ad accollarsi il compito, fu la debole struttura napoletana del credito che, come in molti altri paesi, era frammista a quella mercantile.

Sfortunatamente il costo del denaro nel Mezzogiorno oscillava dal 20 al 30% (a Parigi era del 6%) per cui per avere un prestito 1.000.000 di ducati invece di essercene 60mila di interessi, si arrivava almeno a 200.000.

Per pagarli lo Stato pensò di aumentare le entrate ma questo non fu possibile perchè gli agricoltori erano già oberati dall’imposta fondiaria e l’industria, appena nascente, non poteva sopportare un carico fiscale; a questo bisogna aggiungere la necessità, per permettere alla classe mercantile-bancaria di finanziare il debito pubblico, di confermare l’abolizione dell’imposta personale, già eliminata da Murat; furono anche soppresse le patenti per i professionisti in modo da incentivare il loro contributo al finanziamento del debito pubblico tramite l’acquisto dei titoli di stato (una specie di BOT); da allora queste categorie non furono più colpite dal fisco e la borghesia mercantile meridionale cominciò così la sua ascesa economica.

Impossibilitato, quindi, ad aumentare le entrate, il governo decise, per incrementare i mezzi finanziari, di razionalizzare la spesa pubblica: l’85 % di essa fu dirottata sui ministeri delle Finanze, della Guerra (l’odierno ministero della Difesa) e della Marina, dovendo questi provvedere agli stipendi degli impiegati, al debito pubblico e alle forze armate, tre tipi di spese ritenute inderogabili; agli altri ministeri rimase solo il 15%, a quello dei Lavori Pubblici andava un pò più del 5% del totale delle uscite.

Nel 1820 il regno era ormai sull’orlo della bancarotta col debito pubblico salito a 30 milioni di ducati, un colpo quasi mortale fu il costo del mantenimento dell’esercito austriaco venuto a reprimere la svolta costituzionale di quell’anno; esso rimase nelle Due Sicilie fino al 1827 gravando il bilancio per l’astronomica cifra di 50 milioni di ducati e portando il debito a 80 nel 1825 e poi 110 milioni nel 1827.

A correre in soccorso del regno arrivarono gli onnipresenti banchieri Rothschild che permisero allo stato di riprendere fiato ma la mancata estensione della base dei contribuenti impedì che si potesse diminuire il debito pubblico; solo una accuratissima politica di gestione delle spese impedì che questo salisse ancora per cui, nel 1860, era agli stessi livelli del 1827: 110 milioni di ducati.” [336].

Opere pubbliche
Furono molte, alcune di esse furono realizzate per primi in Italia, in Europa e addirittura nel mondo; solo dal 1850 al 1859 “secondo i dati statistici pubblicati furono spesi ben 14.688.888 ducati (cifra enorme per l’epoca, equivalente a circa 235milioni di euro, 450 miliardi di lire moderne)

Ricordiamo il ponte Ferdinandeo sul fiume Garigliano del 1832: è stato il primo ponte ad impalcato sospeso in ferro d’Italia (tra i primi del mondo), costruito in 4 anni con 68.857 chilogrammi di ferro [337] e collaudato dallo stesso Ferdinando II che ci fece passare sopra due squadroni di lancieri a cavallo e sedici carri pesanti di artiglieria; orgoglio delle Due Sicilie, resistette fino al 1943 quando i tedeschi, dopo averci fatto transitare il 60 % della propria armata in ritirata, compresi carri e panzer, lo distrussero; fu seguito dalla costruzione di un ponte simile sul fiume Calore, inaugurato nel 1835.

Il Primo telegrafo elettrico d’Italia, inaugurato in pompa magna il 31 luglio 1852, che collegava Napoli, Caserta, Capua e Gaeta; nel 1858 veniva inaugurato il telegrafo sottomarino tra Reggio e Messina, altre linee con cavi marini collegarono le Due Sicilie a Malta, nel 1859 fu collegata Otranto con Valona e da lì partiva la linea aerea per Costantinopoli e Vienna.

La Prima rete di Fari con sistema lenticolare d’Europa (1841) utilissima per al sicurezza della navigazione.

La Prima ferrovia e prima stazione d’Italia Napoli Portici (1839): lungo questa prima linea si sviluppano nuovi agglomerati urbani che costituiscono la struttura del nascente polo industriale attorno alla Capitale; l’anno dopo fu inaugurata dagli Asburgo la Milano-Monza, nel 1845 la prima ferrovia veneta (Padova-Vicenza) e addirittura bisognerà aspettare nove anni per vedere la prima piemontese (Torino-Moncalieri) e la prima toscana (Firenze-Prato).

L’ingenerosa critica storica ha fatto prevalere la tesi della costruzione ferroviaria borbonica per esclusiva vanità della corte di collegare la capitale alle residenze reali di Caserta e di Portici, altri ancora sostennero che la ferrovia fu realizzata per spostare più velocemente le truppe della guarnigione di Capua, in caso di disordini a Napoli; è certamente vero che tutte le ferrovie dei diversi stati nacquero anche con finalità strategiche e militari[338] ma in realtà gli scopi principali erano ben diversi.

Ferdinando II, nel discorso pronunciato nell’ottobre 1839, all’inaugurazione della Napoli-Portici, ebbe a dire: “Questo cammino ferrato gioverà senza dubbio al commercio e considerando che tale nuova strada debba riuscire di utilità al mio popolo, assai più godo nel mio pensiero che, terminati i lavori fino a Nocera e Castellammare, io possa vederli tosto proseguiti per Avellino fino al lido del Mare Adriatico” [339] e infatti la ferrovia raggiunse nel 1840 Torre del Greco, Castellammare di Stabia nel 1842, Nocera nel 1844, contemporaneamente un altro tronco puntava a nord raggiungendo Caserta nel 1843 e Capua nel 1844; in questo stesso anno sulla Napoli-Castellammare transitarono ben 1.117.713 viaggiatori, in gran parte “pendolari” che quotidianamente si recavano nella capitale per lavoro, le tariffe erano basse sia per il trasporto dei passeggeri (diviso in tre classi) che delle merci .

Dalla cronaca del “Giornale delle Due Sicilie” dell’epoca si legge[340]: “Ad un segnale dato dall’alto della Tenda Reale parte dalla stazione di Napoli il primo convoglio composto di vetture sulle quali ordinatamente andavano gli invitati, gli ufficiali, i soldati e i marinai … S.M. con la Real Famiglia prese posto nella Real Vettura”…”le popolazioni di Napoli e delle terre vicine – si leggeva sulla cronaca di altri giornali – accorrevano in grandissimo numero come ad uno spettacolo nuovo, tutte le deliziose ville attraversate dalla strada si andavano riempiendo di gentiluomini e di dame vestite in giorno di festa…con tanto entusiasmo traesse d’ogni parte sulla nuova strada e giunto colà facesse allegrezza grande come per faustissimo avvenimento”; erano 7411 metri che furono percorsi in quindici minuti (velocità 20 km \ ora) dal convoglio guidato dalla locomotiva “Vesuvio”, negli anni successivi si toccarono anche punte di 60-80 chilometri all’ora.

Dobbiamo ricordare il progetto borbonico di una rete ferroviaria diretta a collegare il Tirreno all’Adriatico con due arterie principali a doppio binario: la Napoli-Brindisi e la Napoli-Pescara; le relative concessioni furono stipulate il 16 aprile del 1855, con un particolareggiatissimo protocollo che prevedeva tempi e modi di realizzazione; in questa maniera si sarebbero accorciati notevolmente i tempi di collegamento (previsti in quattro ore al posto dei giorni di navigazione necessari via mare); la prima linea tagliava in due parti quasi esatte il regno, erano previste nuove arterie stradali comunicanti con le varie stazioni ferroviarie in modo da favorire il trasporto sia dei passeggeri che soprattutto delle merci e del bestiame, come pure delle diramazioni per collegare le nuove linee ferrate a quelle dello Stato della Chiesa e di conseguenza a quelle degli altri stati italiani preunitari e del resto d’Europa; erano anche progettate due litoranee: una da Napoli alla Calabria meridionale con diramazione a Taranto e l’altra da Brindisi ad Ancona (e da lì comunicante con Bologna e Venezia); previste 60 locomotive, 750 carrozze e circa 1000 carri per il trasporto merci.

Al momento dell’unità le Due Sicilie avevano 131 km di linee in esercizio e altrettanti in stato di avanzatissima costruzione e completamento; l’ultimo re Francesco II diede un’ accelerazione alla costruzione delle strade ferrate, come prevedeva un suo decreto del 28 aprile 1860, per un totale di altri 1400 km presumibili[341], ma non ebbe il tempo di completarle per lo sviluppo successivo degli avvenimenti storici; nello stesso momento il Piemonte aveva già approntato 866 km di ferrovie, il Lombardo Veneto 240 km, la Toscana 324 km, i ducati emiliani 180 km; ma, se è vero che la lunghezza complessiva delle ferrovie meridionali, al momento dell’unità, era inferiore a quella di altri stati italiani preunitari, anche per le caratteristiche del territorio prevalentemente montuoso che in nulla assomigliava alle pianure del Nord, e che non ne facilitava la costruzione, è comunque accettato da tutti che come qualità tecnico-costruttiva fossero le migliori.

Per ciò che concerne le strade, esse erano senza dubbio insufficienti e molto al di sotto, come lunghezza, dal resto dell’Italia, il sistema viario era funzionale alle esigenze della Capitale dalla quale partivano 4 assi principali: uno per lo Stato Pontificio, uno per gli Abruzzi, uno per la Puglia e uno per la Calabria, la viabilità provinciale era incentrata in molte zone su cammini naturali o su tratturi.[342] Ma anche in questo campo le Due Sicilie pagavano lo scotto della conformazione del Paese, prevalentemente montuoso, che rendeva più rapido ed economico lo sviluppo delle vie marittime; comunque il governo borbonico si era seriamente impegnato nella costruzione di nuovi tracciati progettati da ingegneri che erano alle dirette dipendenze dello Stato, tra di essi ricordiamo Carlo Afan de Rivera e Ferdinando Rocco. Alcune arterie sono dei veri e propri capolavori come la Civita Farnese (tra Arce e Itri) che, pur correndo quasi completamente in territorio montano, in nessun tratto superava la pendenza del 5% il che permetteva l’agevole trasporto di merci su carri e la Pescara-Sulmona-Napoli dove ancora oggi si possono osservare le pietre miliari che indicano la distanza dalla antica capitale; la meravigliosa Costiera Amalfitana, considerata tra i 10 posti più belli del mondo, fu dotata della strada panoramica nel 1832; l’ossatura di alcune strade viene ancora oggi sfruttata per il passaggio di veicoli molto pesanti come i TIR a testimonianza della validità dei loro progetti.

Altre interessanti realizzazioni furono: l’illuminazione a gas di Napoli, prima in Italia (1840) e terza in Europa (dopo Londra e Parigi) (Napoli fu anche la prima città d’Italia ad organizzare nel 1852 un esperimento d’illuminazione elettrica); la bonifica e conseguente sistemazione idrogeologica delle paludi Sipontine (Manfredonia), di quelle di Brindisi, del bacino inferiore del Volturno e della Terra di Lavoro (Regi Lagni): in quest’ultimo territorio furono restituite al lavoro agricolo 53 miglia quadrate di paludi, realizzati 100 miglia di canali di bonifica, muniti d’argini e controfossi, lungo i quali furono posti a dimora 150.000 alberi; costruite 70 miglia di strade, decorate da “ponti in fabbrica” e da altri 120.000 alberi che attraversavano la campagna in tutti i sensi; fu iniziato il prosciugamento del lago del Fucino in Abruzzo.

Menzioniamo l’istituzione: dei Monti di Pegno e Frumentari in tutto il Regno, veri e propri crediti agrari che prestavano denaro ad interessi bassissimi, del primo Corpo dei vigili del fuoco italiano, l’Istituzione di Collegi Militari come la “Nunziatella”, creato da Ferdinando IV nel 1786 come “Real Accademia Militare” ben prima della più celebrata Modena.

Ricordiamo inoltre la realizzazione del confine terrestre: col trattato firmato a Roma il 27 Settembre 1840 e ratificato il 15 Aprile 1852 fu stabilita la linea di separazione con l’unico stato confinante, quello pontificio, Papa Gregorio XVI e re Ferdinando II decisero di posizionare nel terreno ben 686 cippi che partivano da Gaeta sul Tirreno e giungevano fino a Porto d’Ascoli sull’Adriatico. Erano piccole colonne cilindriche in pietra con incisa sulla sommità la direzione del confine, sul lato dello Stato Pontificio due chiavi incrociate e l’anno di apposizione (1846 o 1847) e verso il regno borbonico un giglio stilizzato ed il numero progressivo della colonnina, crescente verso il nord. Alti un metro, del diametro di quaranta centimetri e del peso di 700/800 chili furono realizzati da ambedue i confinanti; sotto ogni cippo era stata sotterrata una medaglia di lega metallica recante lo stemma dei due Stati. Questa semplice, ma allo stesso tempo elegante e civile demarcazione fu abbattuta all’arrivo dei piemontesi, ma alcuni di essi sono stati di recente restaurati e riposizionati grazie all’opera di un gruppo di ricercatori coordinati da Argentino D’Arpino.

Arte, cultura, scienza e l’istruzione pubblica
Nel Settecento, sotto l’impulso dei sovrani meridionali che ne incentivarono fattivamente lo sviluppo, si assistette alla rinascita culturale delle Due Sicilie; il rigoglioso fiorire di studi filosofici, giuridici e scientifici si fregiò di illustri personalità le cui opere furono tradotte in diverse lingue, solo per citarne alcuni ricordiamo: Giovanbattista Vico, considerato una delle più grandi menti di tutti i tempi, Gaetano Filangieri, le cui opere erano tenute sul suo tavolo da Napoleone Bonaparte che non esitò a dichiarare “Questo giovane è stato il maestro di tutti noi” [343]; Antonio Genovesi, Ferdinando Galiani, Giacomo Della Porta, Pietro Giannone, Mario Pagano.

Napoli era il centro di pensiero più vivace d’Italia e in Europa era seconda solo a Parigi per la diffusione delle idee dell’Illuminismo; lo splendore della Corte e della società napoletana era proverbiale ed erano poli di attrazione per le più importanti menti dell’epoca che spesso vi rimanevano a lungo; geni assoluti come Goethe riconobbero nelle classi elevate meridionali una preparazione non comune.

Ebbe a dire Stendhal: “Napoli è l’unica capitale d’Italia, tutte le altre grandi città sono delle Lione rafforzate”; era di gran lunga la più grande d’Italia e tra le prime quattro d’Europa, fu definita come: «la città più allegra del mondo, scintillante di carrozze, quasi non riesco a distinguerla da Broadway, la vera libertà consiste nell’essere liberi dagli affanni ed il popolo pare veramente aver concluso un armistizio con l’ansia e suoi derivati”[344].

Il Regno vantava quattro università: quella di Napoli, fondata da Federico II nel 1224, quelle di Messina e Catania, rinnovate dai Borbone e la neonata università di Palermo; a Milano la prima università, il Politecnico, fu fondata solo nel 1863 ed il primo ingegnere si laureò nel 1870; al tempo della nascita dello Stato italiano, il numero degli studenti meridionali era maggiore di quello di tutte le università italiane messe assieme (9 mila su complessivi 16mila).

A Napoli furono istituite la Prima cattedra universitaria al mondo di Economia Politica con Antonio Genovesi (1754), “Napoletana fu la prima clinica ortopedica d’Italia prima dell’unità, napoletani furono i migliori ospedali militari che potesse vantare l’Europa; napoletano fu quell’atto rivoluzionario nella storia della psichiatria, che vide, per la prima volta in Europa, togliere nell’ospedale psichiatrico di Aversa, i ceppi ai dementi”[345]; notevole era l’Orto botanico che forniva le erbe mediche alla Facoltà di Medicina; nella facoltà di Giurisprudenza nacquero l‘Istituto della Motivazione delle Sentenze (Gaetano Filangieri, 1774), il primo Codice Marittimo Italiano ed il primo Codice Militare.

I giornali milanesi erano ancora fogli di provincia, mentre quelli napoletani facevano e disfacevano i governi; le case editrici napoletane pubblicavano il 55% di tutti libri editi in Italia[346]; il Real Ufficio Topografico dell’Esercito realizzò delle accuratissime carte topografiche sia marittime che terrestri.

Fu fondato l’Osservatorio Sismologico Vesuviano (1° nel mondo), realizzato dal fisico Macedonio Melloni e sviluppato da Luigi Palmieri con annessa stazione meteorologica. Palermo divenne famosa per la presenza dell’astronomo Giuseppe Piazzi (curatore dell’Osservatorio astronomico fondato nel 1801 e scopritore del primo asteroide battezzato “Cerere Ferdinandea”), per il suo Orto Botanico e per la nascita, ad opera del Barone Pisani e sotto il patrocinio dei Borbone, del primo manicomio in Europa, “La real casa dei Matti” dove i malati di mente erano separati dagli altri degenti e erano trattati umanamente e non più segregati come bestie furiose.

Furono aperte: Biblioteche, Accademie Culturali (la più famosa l’Ercolanense, fondata nel 1755), il Gabinetto di Fisica del Re ed erano organizzati frequenti Congressi Scientifici.

Per quanto riguarda la musica: “Fino al settecento l’Italia era vista da tutti i musicisti europei con un particolare atteggiamento di rispetto, in Italia, nel Seicento, era nata l’opera che nel corso degli anni aveva conquistato tutti i più grandi teatri; operisti italiani componevano presso tutte le corti d’Europa e gli stessi musicisti stranieri scrivevano opere in lingua italiana, tanto si identificava allora il melodramma col paese che ne era stato la culla. Non molto diversa era la situazione per la musica strumentale, i conservatori e le accademie italiane erano i più celebri in assoluto e un musicista non poteva affermare di possedere una preparazione completa senza aver compiuto un viaggio d’istruzione in Italia …la penisola era considerata quasi una terra promessa per ogni compositore”[347] e Napoli era considerata la Regina mondiale dell’Opera.

Basta ricordare che il teatro S. Carlo è il più antico teatro lirico d’Europa, fu inaugurato il 4.11.1737 dopo soli 8 mesi dall’inizio della sua costruzione, ben 41 anni prima del teatro della Scala di Milano e 51 anni prima della Fenice di Venezia; non ha mai sospeso le sue stagioni, tranne che nel biennio 1874-76, a causa della grave recessione economica di quegli anni e conseguente sospensione dei contributi , ma siamo già nel regno d’Italia. Subì un grave incendio nel 1816 e fu ricostruito in soli dieci mesi.

Anche se non tutti i re Borbone amavano la lirica furono senz’altro dei grandi mecenate tanto che il teatro San Carlo attrasse l’attenzione di tutta la società colta europea, colpita dalla creatività della Scuola musicale napoletana, sia nel campo dell’opera buffa che di quella seria, basti ricordare i nomi di: Alessandro Scarlatti, Nicolò Porpora, G.Battista Pergolesi, Nicola Piccinni, Saverio Mercadante, Domenico Cimarosa, Enrico Petrella, Giovanni Paisiello (autore quest’ultimo, nel 1787, su commissione di Ferdinando IV, dell’ “Inno Nazionale delle Due Sicilie”); tra i grandi compositori italiani basta ricordare la triade Rossini-Bellini-Donizetti che fiorì nel Conservatorio di Napoli; la città partenopea era guardata come culmine della loro carriera musicisti del livello di Bach e Gluck.

Il teatro S.Carlo divide con la Scala di Milano il primato della più antica scuola di ballo italiana, mentre è nel 1816 che vi nasce la scuola di scenografia diretta da Antonio Niccolini. “Vuoi tu sapere se qualche scintilla di vero fuoco brucia in te? Corri, vola a Napoli ad ascoltare i capolavori di Leo, Durante, Jommelli, Pergolese. Se i tuoi occhi si inumidiranno di lacrime, se sentirai soffocarti dall’emozione, non frenare i palpiti del tuo cuore: prendi il Metastasio e mettiti al lavoro il suo genio illuminerà il tuo”[348]. Teatri lirici erano presenti nelle altre parti del regno, solo la Calabria ne aveva quattro.

I conservatori musicali (quello di S. Pietro a Majella era considerato il più prestigioso del mondo), l’Accademia Filarmonica e la Scuola Musicale Napoletana erano i massimi riferimenti per gli artisti dell’epoca ; la Canzone Napoletana a Piedigrotta (“Te voglio bene assaje”, “Luisella”, “Santa Lucia”, “Tarantella”) si diffuse in tutto il mondo.

A Napoli, ogni sera, erano aperti una quindicina di teatri [che erano diffusi anche nelle altre parti del regno] mentre a Milano non tutte le sere c’era un teatro aperto[349].

Molto vivace era anche il mondo dell’arte: Napoli pullulava di pittori, scultori, studenti d’arte, la Corte giocava il ruolo di mecenate, commissionando opere e sovvenzionando mostre; ricordiamo: la Scuola pittorica di Posillipo (Gigante, Smargiassi, Vianelli, Fergola, Palizzi), le formidabili testimonianze architettoniche come i Palazzi reali (Reggia di Napoli, Portici e Caserta; Palazzina Cinese e Ficuzza a Palermo), il Casino del Fusaro, l’acquedotto Carolino, la masseria il Carditello, S. Leucio.

Grande l’interesse per l’archeologia con l’avvio degli scavi di Ercolano e Pompei, iniziati nel 1738 per volere del primo re Borbone Carlo III, dopo un ritrovamento durante i lavori di restauro di una cisterna di un casale, “Da due secoli intorno al nome di Ercolano e Pompei (scoperta nel 1748) è prosperato un mito che sedusse contemporanei e quanti altri, nel prosieguo del tempo, si spinsero all’ombra dello “sterminator Vesuvio”….si può ben dire che la scoperta di Ercolano e Pompei non si limitò a rivoluzionare l’archeologia e la storia del mondo antico, ma segnò in modo indelebile anche la civiltà europea. Non ci fu intellettuale, erudito, scrittore o artista che non sentisse il fascino di quel che stava rendendo al mondo il ventre del Vesuvio…De Brosses, Goethe, Melville, Mark Twain….fu una vera e propria frenesia…..da quel fuoco nacque nell’Europa dei Lumi quella che si indica come civiltà neoclassica: così come la scoperta dalla Domus Aurea era nato il Rinascimento…….le vestigia che venivano alla luce vennero sistemate alla meglio nella nuova Villa Reale di Portici e più tardi trasferite, in solenne corteo, a Napoli nel Museo Archeologico”[350] (oggi Museo Nazionale); fu istituita l’Officina dei Papiri, un laboratorio che si occupava del recupero e restauro dei reperti provenienti dagli scavi d’Ercolano “

Re Carlo III già nel 1755 aveva emanato un bando in cui si prescriveva la tutela del patrimonio artistico delle Due Sicilie che prevedeva anche pene detentive per chi esportava o vendeva materiale d’epoca; esso fu rinnovato da Ferdinando I nel 1766, nel 1769 e nel 1822; nel 1839 Ferdinando II nominava una “Commissione di Antichità e Belle Arti” per la tutela e la conservazione dei beni.[351]

Di segno opposto, rispetto ai fasti dell’arte, della scienza e della cultura di grado superiore, era la situazione riguardo l’istruzione di massa. C’è da dire che, all’epoca, la sua utilità non era condivisa da tutti, anzi, era molto forte la corrente di pensiero che la negava; molteplici, poi, sono i fattori di cui dobbiamo tener conto per farci un giudizio obiettivo circa la scarsa alfabetizzazione nel regno delle Due Sicilie.

Semplificando, possiamo considerare tre aspetti:

1) nella realtà economico sociale del tempo prevaleva l’agricoltura e la classe dei contadini, i quali vedevano nella loro numerosa prole più delle “braccia da lavoro” che dei potenziali studenti; anche le nascenti attivita’ industriali, commerciali e artigianali non necessariamente richiedevano mano d’opera alfabetizzata.

2) il ceto intellettuale meridionale e anche quello borghese erano decisamente contrari all’istruzione di massa e questo convincimento veniva espresso anche da parte dei loro rappresentanti più riformisti, essi rilevavano che “le popolazioni non devono essere composte tutte da scienziati, altrimenti le arti di prima necessità non verrebbero in alcun guisa esercitate e mancherebbe quella diversità di mestieri, e di professioni, che unisce gli uomini col vincolo de’ comuni bisogni, e costituisce l’ordine della società”[352]

3) la parte politica più reazionaria guardava con sospetto l’allargamento della base di cittadini istruiti e consapevoli, temendo sconvolgimenti dell’ordine costituito.

Comunque sia, nel regno delle Due Sicilie già dal 1768, molto prima quindi della Rivoluzione Francese, re Ferdinando stabilì che ci fosse una scuola gratuita per ogni comune del regno aperta ad entrambi i sessi, impose anche che le case religiose tenessero scuole, anch’esse gratuite, per i bambini. Nel 1818 la Commissione Suprema della Pubblica Istruzione confermo’ l’istituzione della scuola primaria gratuita il cui onere veniva demandato ai singoli comuni.

Queste lodevoli iniziative del potere centrale si scontrarono, nella realtà, con l’incuria degli enti locali, per cui, quando c’era da risparmiare sul bilancio comunale, spesso le prime spese che subivano dei tagli erano quelle per l’istruzione obbligatoria; colpevolmente scarso era il controllo su queste manchevolezze, da parte dell’intendente (una specie di governatore locale).

In questo modo, il 10 giugno 1861, il letterato Luigi Settembrini, portava a conoscenza i risultati di una sua indagine nella quale si rilevava che “Su 3094 comuni e borgate obbligate dalle leggi borboniche a provvedere all’istruzione popolare, ben 1084 mancavano di ogni insegnamento, 920 mancavano di scuola femminile, 21 della maschile, così solo 999 erano i comuni e borgate in regola con la legge. Gli alunni, maschi e femmine, erano appena 67431”. Sul totale della popolazione solo il 10% era alfabetizzata, questo dato era il peggiore di tutti gli stati preunitari.

La scuola elementare era divisa in due corsi di due anni ciascuno, nel primo si imparava a leggere, scrivere e a svolgere le quattro operazioni aritmetiche, nel secondo (che era facoltativo) si leggevano dei testi semplici e si sviluppavano le nozioni di matematica; l’ordine degli studi prevedeva, poi, la scuola di secondo grado (l’odierna scuola media), una di terzo grado (l’attuale liceo: ne esistevano 14, nel 1859, in tutto il regno, con 233 cattedre) e, infine, una di quarto grado che equivaleva all’Universita’.

Per quanto riguarda il personale docente delle scuole elementari c’e’ da rilevare che il livello dello stipendio non solo era molto basso ma variava da luogo a luogo; a Napoli il compenso annuale di un muratore, uguale a quello di un fabbro o di un falegname, si aggirava attorno ai 100 ducati, mentre quello dei maestri era meno di 60; facendo opportuni calcoli basati sulle necessità di mantenimento di una famiglia di cinque persone e cioè “un fuoco” (era così chiamato un nucleo famigliare medio), pur considerando il bassissimo costo della vita nel meridione d’Italia, un insegnante poteva a malapena arrivare a sostenere la famiglia per metà dell’anno.

Per questi motivi i docenti erano costretti ad arrotondare il misero stipendio statale con l’insegnamento privato (che rimase diffusissimo nelle classi abbienti delle Due Sicilie) o addirittura con i mestieri più disparati. Non vi è dubbio che questo confermava la scarsa considerazione in cui era tenuta la figura del maestro (questa cattiva abitudine proseguirà in tutto l’Ottocento e, secondo alcuni, fino ai giorni nostri). In verità la prassi di retribuire poco i docenti era molto diffusa, e persino l’Austria, che spendeva per l’istruzione più di tutti gli stati europei, assegnava ad un insegnante uno stipendio pari a quello di un bracciante agricolo, equivalente addirittura a un terzo di quello di un impiegato pubblico.

Dobbiamo, poi, rimarcare il processo di progressiva clericalizzazione dell’insegnamento per cui si passo’ da uno essenzialmente laico del Settecento, sottratto ai gesuiti che furono espulsi dal regno nel 1767, ad uno che trovo’ la sua massima espressione nel decreto del 1849 che delegava agli arcivescovi e i vescovi i compiti di ispettorato scolastico delle scuole di ogni ordine e grado, l’opera educativa veniva così subordinata all’obiettivo di diffondere il catechismo e difendere la dottrina cristiana. Ferdinando II, nelle sue intenzioni, voleva riproporre, in pieno Ottocento, un’alleanza tra il trono e l’altare, per cui se un’alfabetizzazione ci doveva pur essere, si dessero le sue redini alla Chiesa che poteva così esercitare un controllo sulla coscienza delle masse, con l’obiettivo di consolidare l’ordine costituito.Il clero, comunque, si adopero’ per aprire anche scuole serali e festive per i figli dei contadini e degli artigiani che non potevano frequentare la scuola pubblica nei giorni feriali; alcuni videro addirittura un vantaggio in questa clericalizzazione della scuola, a causa del risparmio che così si otteneva per le casse dello Stato.

C’è, infine, da sottolineare il controllo politico che si esercitava sugli studenti universitari, che erano quelli potenzialmente piu’ in grado di suscitare torbidi rivoluzionari; la loro frequenza agli studi non era scoraggiata tanto dal livello delle tasse, relativamente basso per l’epoca, o dal controllo clericale sull’insegnamento e sulla disciplina, quanto dalla sorveglianza poliziesca.

Il real scritto del 5 marzo 1856 prescriveva che “Ogni studente nei quindici giorni del suo arrivo a Napoli dovesse presentarsi a una speciale commissione di vigilanza per dichiarare il suo nome, la patria, l’età, gli studi, l’abilità, la congregazione di spirito a cui egli era ascritto e così via. Gli studenti delle provincie, poi, erano divisi per quartiere e sorvegliati dai parrochi, da’ commissari di polizia, da ispettori della pubblica istruzione e tutti costoro dovevano informare se lo studente coabitasse con altri suoi compagni, quali case fosse solito frequentare, e prender nota dei libri che egli leggeva e dell’ora in cui rincasava”[353]

Le conquiste civili
Dopo la bufera napoleonica, Ferdinando I, a differenza dei sovrani degli altri Stati italiani preunitari, lasciò in vigore i codici francesi, incaricando i giuristi meridionali di rielaborarli; così nel 1819 venne alla luce il “Codice per lo Regno delle Due Sicilie” diviso in 5 parti: Leggi civili, Leggi penali, leggi della procedura né giudizi civili, penali e per gli affari di commercio; in pratica rimase invariato il “Code Napoleon”, si soppressero solo pochissime cose come il matrimonio civile e il divorzio, alcune norme concernenti l’eredità e alcune pene per i reati contro la religione; “Quel codice aveva assunto anche un carattere esemplare che non va sottovalutato. Costituiva infatti il primo esempio di una codificazione della Restaurazione “[354].

In questo modo le Due Sicilie si trovarono, dal punto di vista civile e giudiziario, al primo posto tra gli stati italiani preunitari nei quali la situazione era completamente diversa con il Piemonte in testa a tutti nel seguire la via ferocemente reazionaria, tanto che solo nel 1854 si dotò di un nuovo Codice Civile.

Ricordiamo anche che nelle Due Sicilie ci fu l’istituzione del primo sistema pensionistico in Italia (introdotto nel 1813 con ritenute del 2 % sugli stipendi degli impiegati statali).

Nelle Due Sicilie vi era anche la più alta percentuale di medici per abitanti in Italia (in tutto 9390 su circa 9 milioni di abitanti; Piemonte, Liguria, Lombardia, Toscana e Romagna ne avevano 7087 su 13 milioni di abitanti) con il minor tasso di mortalità infantile d’Italia, fino alla fine del 1800 i livelli più elevati si registravano in Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna.[355]

“A tutela della salute pubblica fu istituita nel 1818 una Commissione di vaccinazione del vaiuolo; nel 1821 una legge escludeva da ogni impiego o munificenza sovrana i genitori che non avessero vaccinato i figli [per cui si avevano coperture del 90-93% dei nuovi nati; nel regno di Sardegna la vaccinazione fu resa obbligatoria solo nel 1859]; … non si può dire che nelle Due Sicilie mancassero gli ospedali (22 a tutto il 1847) e le opere assistenziali, anzi era lungo l’elenco degli istituti pii e di beneficienza”[356], presenti anche i maggiori edifici italiani per l’assistenza ai poveri (a Napoli e Palermo).

Il decreto regio del 1817 imponeva l’istituzione di un camposanto a un miglio di distanza dall’abitato di ogni comune meridionale, a Napoli fu creato anche il Cimitero delle 366 fosse per dare degna sepoltura ai poveri. Un progresso civile fu, infine, la Convenzione stipulata il 14 febbraio 1838 con l’Inghilterra e la Francia per la lotta contro la tratta degli schiavi.

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