Il nuovo sistema bancario e il Bilancio iniziale del neo stato italiano


Al momento dell’unità in Italia c’erano solo due grandi banche: il Banco delle Due Sicilie (Banco di Napoli e Banco di Sicilia) e la Cassa di Risparmio di Milano (delle provincie lombarde). La prima era nettamente in testa con depositi per 200milioni di lire del tempo contro i 120 della seconda; il Banco delle Due Sicilie era un’istituzione pubblica seria e stimata all’interno e all’estero, le sue fedi di credito (una specie di moneta cartacea) avevano una storia secolare ed erano apprezzate più dell’oro perché interamente garantite nel loro valore nominale che era pagabile a vista con monete contanti, sia negli sportelli del Banco sia nelle tesorerie provinciali.[386] . Nei primi cinque anni dall’unità si scatenò una lotta feroce tra il Banco di Napoli e la Banca Nazionale (piemontese) ma mentre al Sud proliferarono le Casse di Deposito del Nord, un quarto di quelle che saranno costituite in Italia in quegli anni, il Banco di Napoli doveva invece ottenere l’autorizzazione statale per aprire filiali nel settentrione d’Italia. È evidente che lo scopo finale era di privilegiare gli interessi della borghesia del nord a scapito di quella meridionale. Al momento dell’unità vennero stabiliti 5 istituti di emissione, con diritto, quindi, di battere moneta per conto dello neo Stato: Banca Nazionale (ex Banca Nazionale Sarda), la Banca Toscana, il Credito Toscano, il Banco di Sicilia ed il Banco di Napoli, aumentati a 6, con la Banca Romana, dopo il 20 settembre 1870, e poi ridotti a soli tre nel 1893, anno di nascita della Banca d’Italia, che si affiancava al Banco di Napoli e al Banco di Sicilia. Ai suddetti 5 istituti bancari fu riconosciuto anche il compito di ritirare dalla circolazione le vecchie valute e di unificare i bilanci dei singoli Stati italiani preunitari in un unico Bilancio Nazionale.

La situazione apparve subito molto difficile [387], si partì con un disavanzo, relativo al solo anno 1860, di 39 milioni di lire dell’epoca dovute al saldo negativo tra i bilanci che erano, in quell’anno, in attivo (Lombardia, Emilia, Marche, Umbria, Regno delle Due Sicilie) e quelli che erano in passivo, capitanati dal Regno di Sardegna con 91 milioni di lire e seguito dalla Toscana con più di 14.

Questo, però, era il meno perchè al bilancio del neonato regno d’Italia bisognava aggiungere l’ammontare del debito pubblico dei singoli stati che ammontava, per il solo anno 1861, a 111 milioni di lire di cui ben 63 dovuti al regno di Sardegna (57% del totale). Quello complessivo raggiungeva la astronomica cifra di 2 miliardi 241milioni 870mila lire dell’epoca.

Di questi poco più di 440 milioni di lire circa erano portati dalle Due Sicilie, che però erano completamente garantiti tanto che i suoi certificati erano quotati a Londra ben oltre il valore nominale. Il regno di Sardegna portava in eredità al nuovo stato, il triplo: più di 1 miliardo e 200 milioni. [per aggiornare le cifre ricordiamo che 1 lira dell’epoca equivale a circa 7302 lire dell’anno 2001], questo debito era dovuto a due cause: la pessima bilancia commerciale in continuo passivo dal 1849 al 1858 e ai costi di una onerosissima politica estera che imponeva l’accensione di enormi prestiti con le grandi potenze amiche (l’Inghilterra e la Francia), basti pensare, ad esempio, che il debito per la spedizione di Crimea del 1855 fu estinto addirittura nel 1902.

Tav. 3 – 1860: raffronto del debito pubblico (in milioni di lire) [388]

NAPOLI
PIEMONTE

Debito pubblico consolidato
441,225
1.271,43

Interessi annui
25,181
75,474

“Ci fu un indebitamento colossale, coprire un debito con un altro debito, pagare una rata d’interessi facendo ancora un debito era diventato il sistema di governo: tra il 1849 e il 1858 il Piemonte contrasse all’estero, principalmente con il banchiere James Rothschild, debiti per 522

milioni – quattro annate di entrate fiscali. Si sostiene che lo Stato sabaudo si piegò alla necessità della unità nazionale e si aggiunge che è doveroso essere grati ai Savoia; di certo – di storico – c’è solo il fatto che il Regno di Sardegna se la cavò riversando i suoi debiti sul resto dell’Italia autoannessasi.” [389].

Tav.4 – Andamento del debito pubblico nel Regno di Napoli e in Piemonte (in lire dell’epoca) [390]

REGNO DI NAPOLI
PIEMONTE

Debito a tutto il 1847
Lire
317.475.000
168.530.000

Debito a tutto il 1859
Lire
411.475.000
1.121.430.000

Incremento nel periodo
%
29,61%
565,42%

Interessi sul D.P.
Lire
22.847.628
67.974.177,1

Popolazione residente

6.970.018
4.282.553

Debito pro-capite
Lire
59,03
261,86

Reddito pro-capite
Lire
291

PIL
Lire
2.620.860.700
1.610.322.220

D.P./PIL
%
16,57%
73,86%

Interessi D.B./PIL
%
0,87%
4,22%

“Dal 1830 al 1845 la quota delle spese militari [piemontesi] non fu mai inferiore al 40% della spesa statale complessiva. Con la prima guerra di indipendenza l’incidenza delle spese militari su quelle totali raggiunse nel 1848 e nel 1849 rispettivamente il 59.4% e il 50.8%….con la guerra del 1859 e 1860….raggiunse rispettivamente il 55.5% e il 61,6%….mentre per l’assistenza sociale, l’igiene e la sanità, la pubblica istruzione e le belle arti, raramente nell’insieme si destinò annualmente più del 2% della spesa totale”[391]

Per quanto riguarda il Tesoro il contributo più alto lo pagò il Sud che, al momento della annessione, partecipò per i 2 / 3 alla sua costituzione e mentre la moneta delle Due Sicilie era garantita interamente in oro, quella piemontese lo era solo per una lira su tre.

Tav.5 – Riserva aurea a garanzia della moneta circolante degli antichi stati italiani al momento delle annessioni (espresse in lire dell’epoca) [392]

Stati Italiani preunitari
Milioni di lire

Due Sicilie
4 4 3, 2

Lombardia
8,1

Ducato di Modena
0,4

Parma e Piacenza
1,2

Roma (1870)
35,3

Romagna, Marche e Umbria
55,3

Piemonte
27

Toscana
85,2

Venezia (1866)
12,7

TOTALE
6 7 0, 4

La gestione della nuova finanza pubblica del regno d’Italia, invece di farsi carico di programmi di sviluppo economico del nuovo Stato, rincorse illusori obiettivi di “pareggio del bilancio”. Per ottenere ciò si imposero nuovi tributi, ci si affrettò a svendere sottocosto i beni demaniali e quelli ecclesiastici con colossali profitti per gli acquirenti e cattivi affari per lo Stato.

La Politica Fiscale unitaria
Nelle Due Sicilie, nel 1859, la tassazione complessiva era di 14 franchi o lire a testa, nel 1866, a soli sei anni dall’annessione, era arrivata a 28, il doppio di quanto pagava l'”oppresso” popolo meridionale prima che i Savoia venissero a “liberarlo” [393] .

Furono introdotte molte nuove imposte, in precedenza inesistenti al Sud.

Tav.6 – Le imposizioni fiscali nel Sud subito dopo la conquista piemontese[394]

Imposta personale

Tassa sulle successioni

Tassa sulle donazioni, mutui e doti; sull’emancipazione ed adozione

Tassa sulle pensioni

Tassa sanitaria

Tassa sulle fabbriche

Tassa sull’industria

Tassa sulle società industriali

Tassa per pesi e misure

Diritto d’insinuazione

Diritto di esportazione sulla paglia, fieno, ed avena

Sul consumo delle carni, pelli, acquavite e birra

Tassa sulle mani morte

Tassa per la caccia

Tassa sulle vetture

Accorpando i dati complessivi sulle imposte, dividendoli per categorie di entrate, notiamo che nel periodo 1861-1873 le imposte indirette erano quantitativamente il doppio di quelle dirette (663.599.000 milioni contro 326.481.000[395]) le prime, com’è noto, colpiscono i consumi (macinato, tabacchi, dazi di confine e di consumo, gabelle varie, sale, lotto) e quindi gravano proporzionalmente di più sui redditi più bassi mentre le seconde incidono sui redditi più alti. Ma non è tutto: le imposte dirette seguivano la proporzionale secca, non erano progressive rispetto al reddito individuale per cui i cittadini con poche sostanze e le classi agiate pagavano la stessa percentuale fissa di tasse; è noto come, invece, sia molto più equa una imposta diretta che cresce percentualmente rispetto ai vari scaglioni di reddito.

La politica fiscale perseguita dallo Stato unitario fu, poi, assolutamente ingiusta perchè non omogenea dal Nord al Sud; il primo venne avvantaggiato, il secondo penalizzato.

Per quanto riguarda l’agricoltura mentre nelle Due Sicilie si pagano 40 milioni d’imposta fondiaria, nel 1866 se ne pagheranno 70, contro i 52 del nord; la differenza è anche più evidente se si considerano le aliquote per ettaro: nelle province di Napoli e Caserta si pagano lire 9,6 per ettaro contro la media nazionale di l. 3,33 [396]. “È pubblica ed ufficiale la dichiarazione del tempo circa il fatto che, in attesa di completare la definitiva situazione dei valori catastali, “provvisoriamente” si sarebbe proceduto nella “presunzione” che il nord fosse fiscalmente più gravato del sud e quindi, provvisoriamente (una provvisorietà che durò 40 anni) si “aggiornarono” i ruoli della fondiaria, con automatico aggiornamento anche di quelli di sovrimposta comunale. L’aggiornamento produsse nuove equità che sono ben documentate da amenità del genere: Lombardia e Veneto pagavano un’aliquota dell’ 8.8% mentre la Calabria del 15%, la Sicilia del 20% … nel 1886 si decise di unificare in un unico catasto i 22 catasti degli ex stati indipendenti … si fece di tutto per far durare il più a lungo possibile il regime provvisorio (bastò un anno dal 1923 al 1924 per confezionare lo strumento)”[397]

Per quanto riguarda l’imposta sulla proprietà edilizia il Sud pagava molto più del Nord e “questa chicca venne realizzata senza dover neppure ricorrere ad una norma speciale (provvisoria o stabile) ma solo usufruendo della circostanza che la popolazione del nord risiedeva in campagna (e dunque la casa diveniva pertinenza dei fondi rustici e rientrava nell’imposta fondiaria) mentre al sud i contadini abitavano nei borghi rurali (e dunque pagavano l’imposta sui fabbricati come se si trattasse di città)…furono necessarie due leggi speciali – nel 1906 per il Mezzogiorno continentale e nel 1908 per la Sicilia- per prendere atto che un borgo rurale era un borgo rurale nè più nè meno di tre case di campagna, e che, dunque, a sud andava trattato come al nord: ma, ormai, nel primo decennio del ‘900 l’operazione di drenaggio fiscale durata mezzo secolo nel sud era praticamente conclusa, nulla c’era più da prelevare e si poteva fare ritorno alla logica elementare”[398]

Per quanto riguarda le tasse sugli affari che incidono per lire 7,04 pro capite in Campania, contro 6,70 in Piemonte e 6,87 in Lombardia. [399]

Si calcola che l’ingiustizia fiscale sia costata al Sud 100 milioni/anno: nel “1901 il Mezzogiorno produceva un redito pari al 22/23 % di quello complessivo italiano, ma pagava imposte sul reddito pari al 35/37% di tutte le imposte sul reddito precette in Italia”[400]. Successivamente le cose non cambieranno, così, nel primo decennio del secolo ventesimo, una provincia depressa come quella di Potenza paga più tasse d’Udine e la provincia di Salerno, ormai lontana dalla floridezza dell’epoca borbonica essendo state chiuse cartiere e manifatture, paga più tasse della ricca Como[401].

L’iniquo sistema fiscale provocò ovviamente una grossa differenza tra nord e sud sulle espropriazioni per il mancato pagamento di tasse (da una per ogni 27mila abitanti nel Piemonte e Lombardia, si passa ad una a 900 per Puglia e Lucania e una a 114 in Calabria) [402].

Non è tutto: il 18 febbraio 1861 i decreti Mancini abrogano il Concordato in vigore tra le Due Sicilie e lo Stato della Chiesa, sono sequestrati e venduti i beni ecclesiastici che fruttano allo Stato unitario oltre 600 milioni.

La Spesa Pubblica
La ripartizione della spesa tra i singoli ministeri [403] mostra altre sorprese: a quello della Guerra (così si chiamava il Ministero della Difesa) andava il 19.52 % del totale, ai Lavori Pubblici il 9.62%, alla Pubblica Istruzione l’1.34 %.

Vi era poi una grossa sperequazione nella distribuzione della spesa pubblica tra Nord e Sud tanto che “Lo Stato spendeva mediamente 50 lire per ogni cittadino del Nord e 15 per quello del Sud” [404].

Per le opere idrauliche in agricoltura, ad esempio, che era la principale attività economica italiana, troviamo questi dati:

Tav.7 – Distribuzione della spesa per le opere idrauliche per l’agricoltura in Lire (1860-1898) [405]

Lombardia
92.165.574

Veneto
174.066.407

Emilia
130.980.520

Sicilia
1.333.296

Campania
465.533

Dalle cifre si evince l’enorme disparità di finanziamenti tra il nord e il sud; l’unica spesa di un certo rilievo, per il meridione, fu l’acquedotto pugliese (realizzato dopo il 1902); la media pro-capite per queste spese fu di l. 0,39 per abitante nel Mezzogiorno continentale (l. 0,37 in Sicilia) contro la media nazionale di l. 19,71[406].

I prestiti di favore per costruire gli edifici scolastici raggiungono per il Sud la punta massima in Puglia di l. 5.777 per ogni 100.000 abitanti (Campania l.641, Calabria 80); nel Nord le punte sono l. 13.345 in Piemonte e l. 15.625 in Lombardia[407]; al Nord le scuole tecniche sono distribuite in ragione di una ogni 141 mila abitanti, al Centro una ogni 161 mila abitanti, al Sud una ogni 400 mila abitanti ; analoga la situazione delle Università[408] per cui nel Mezzogiorno continentale rimase solo quella di Napoli e ci si oppose al progetto di creazione di una sede a Bari.

Gli appalti sono concessi quasi esclusivamente al Centro-Nord e cosi pure le società con monopoli, privilegi e sovvenzioni sono al Centro-Nord.

Trasporti
Anche per i trasporti il Sud è svantaggiato: mandare una merce via mare da Genova a Napoli costa lire 0,85/quintale; in senso inverso costa lire 1,50/quintale[409].

Le spese per spiagge, fari e fanali ammontano per il Nord a l. 278 mila per ogni km. di costa, a l. 83 mila al Centro, a lire 43 mila per il Sud ed a lire 31 mila in Sicilia; nella stessa epoca il Parlamento respinge i progetti di leggi speciali per i porti del Sud ed approva quelli per il Centro-Nord.

Un gran parlare si è fatto sulle spese ferroviarie che lo Stato unitario ha fatto al Sud: l. 863 milioni per la parte continentale, 479 milioni per la Sicilia[410], il tutto, però, va commisurato al totale di 4.076 milioni spesi nello stesso periodo per l’Italia intera, il Sud ebbe perciò meno di un terzo dello stanziamento complessivo[411]; in effetti, quest’atto di “generosità” fu necessario per collegare i mercati a favore degli scambi, utili soprattutto al nord.

Il 15 Ottobre del 1860 fu promulgato dal governo prodittatoriale di Garibaldi il decreto di concessione per la costruzione di strade ferrate in favore della Società Adami e Lemmi di Livorno (quest’ultimo futuro potentissimo Gran Maestro della Massoneria Italiana) assicurando per contratto un utile netto del 7%; le precedenti convenzioni con ditte meridionali furono annullate anche se i lavori erano a buon punto tanto che tutte le gallerie e i ponti erano già stati costruiti; per ordine del governo prodittatoriale i lavori furono sospesi e a nulla valsero le rimostranze del titolare della concessione, il pugliese Emmanuele Melisurgo, che insisteva perché il divieto fosse revocato e gli fosse permesso di far lavorare i suoi operai[412]. D’altra parte per Adriano Lemmi si era mosso addirittura Giuseppe Mazzini con una lettera di raccomandazione, antesignana di tangentopoli, nella quale si invitava ad accontentare il massone perchè “dove altri farebbe suo pro d’ogni frutto d’impresa, egli mira a fondare la Cassa del partito e non la sua” [413].

Spese amministrative
Si deve al Nitti se la leggenda del “burocratismo” meridionale sia stata smantellata, poiché egli ha provato, con un’analisi condotta con puntigliosità teutonica, come gli uffici dello Stato fossero prevalentemente concentrati al Nord (scuole, magistratura, esercito, polizia, uffici amministrativi ecc.) e tutti i codici e l’intera struttura statale erano piemontesi eppure ci si continua a riferire dispregiativamente alla burocrazia borbonica come in un’estasi d’ignoranza quasi intenzionale.

L’attacco dello Stato italiano all’industria meridionale
La storiografia ufficiale sostiene che, con l’abbattimento dei dazi doganali protezionistici e l’introduzione nel Sud, il 24 settembre del 1860, della tariffa libero-scambista, fu la concorrenza dei prodotti del Nord ed esteri a mettere in ginocchio l’industria e l’agricoltura meridionali, che, secondo questa tesi, si reggevano in piedi solo per il sistema protezionistico. In realtà, questo è falso perché mentre l’industria settentrionale copriva a stento il fabbisogno del suo mercato, il Sud, al contrario, esportava manufatti (oltre ai prodotti agricoli) in tutto il mondo grazie alla sua enorme flotta mercantile.

Perché allora l’industria meridionale scomparve, malgrado fosse globalmente considerata ad un livello superiore a quella del nord? La concorrenza estera c’era sia al Nord sia al Sud, eppure il primo sopravvive e si sviluppa mentre il Sud perde terreno anche nei settori in cui, al momento dell’unità, era alla pari o ad un livello più avanzato.

I fatti, al di là delle opinioni, dicono che mentre i fiori all’occhiello dell’economia meridionale, che erano al primo posto, nei relativi settori, al momento dell’unità, come l’industria metalmeccanica di Pietrarsa, i cantieri navali (come Castellamare di Stabia), gli stabilimenti siderurgici di Mongiana o Ferdinandea, l’industria tessile e le cartiere, cadono in abbandono o sono immediatamente chiusi mentre, contemporaneamente, al Nord sorgono quasi dal nulla analoghi stabilimenti come l’arsenale di La Spezia o colossi come l’Orlando.

In realtà fu messo in opera un preciso disegno dei “vincitori sul campo” il quale fece sì che il Nord si sviluppasse a danno del Sud: l’asse Torino-Milano-Genova doveva avere il monopolio dell’industria italiana, al Sud fu assegnato un ruolo prevalentemente agricolo e di fornitore di mano d’opera per l’industria nordica. “Il dissidio tra la Lombardia…e molta altra parte d’Italia ha origini in una serie di fatti: sopra tutto il sacrificio continuo che si è fatto degli interessi meridionali”[414]. “Le industrie del già Regno delle Due Sicilie sono state sventuratamente né apprezzate né conosciute da coloro che purtroppo avevano obbligo di considerarle, e però quando i suoi più grandi interessi sono stati discussi davanti al Parlamento nazionale si è avuto dolorosamente il rammarico di vederli trattati leggermente come cosa di picciol conto”[415].

Passiamo ad esaminare i casi più eclatanti:

a) Nel 1861, l’ingegner Sebastiano Grandis, incaricato da Torino di stendere una relazione su Pietrarsa, curiosamente ne esagerò i difetti magnificando, nel contempo, i pregi della Ansaldo di Genova che aveva, in più, dalla sua, anche una “benemerenza politica” risorgimentale visto che “sostenne nascostamente la spedizione di Garibaldi [con la fornitura di armi] e lo incitò all’azione”[416]. Così “Delle 600 locomotive occorrenti alle linee ferroviarie del Sud, solo un centinaio fu appaltato a Pietrarsa”[417] che, dopo vari passaggi di proprietà, nel 1885 la fabbrica viene addirittura declassata a officina di riparazione e nel 1900 ebbe un rapido declino fino ad essere chiusa definitivamente il 20 dicembre 1975 (attualmente è sede di un Museo ferroviario stranamente chiuso). Nel 1885 l’esercizio della rete nazionale delle ferrovie fu data a tre società (Adriatica, Mediterranea e Sicula) “tutte a capitale settentrionale, ebbero i loro centri tecnici e direzionali al nord ed accentrarono commesse ed acquisti di materiali rotabili e di ogni genere all’estero ed al nord”[418]

b) Mongiana, già nel 1862, viene inclusa tra i beni demaniali da alienare, la produzione siderurgica viene più che dimezzata come pure il numero dei dipendenti che erano ben 1500; la ferriera di Atina, al momento dell’unità in costruzione con due altoforni già pronti, viene chiusa subito; contemporaneamente si registra il potenziamento di analoghi complessi nell’area ligure-piemontese come l’Ansaldo, che prima del 1860 contava soltanto 500 dipendenti e dopo due anni li raddoppia. Alla fine, il 25 giugno 1874, in “ottemperanza” alla Legge 23 Giugno 1873, Mongiana venne chiusa e fabbriche, officine, forni di fusione, boschi, segherie, terreni, miniere, alloggi e caserme, tutto il complesso diventò la “casa di campagna” di Achille Fazzari, ex garibaldino, che l’acquistò per poco più di cinquecentomila lire; una triste fine per un opificio che aveva collezionato premi nazionali ed internazionali per la bontà delle sue realizzazioni (Esposizione industriale di Firenze del 1861 e di Londra del 1862).

c) Paradigmatico, poi, è l’esempio della Marina mercantile meridionale: prima dell’unità era la quarta del mondo, dopo il 1860 il governo di Torino preferisce stanziare anticipi di capitale e sovvenzioni per le società di navigazioni genovesi e le nega a quelle meridionali che furono così costrette a ridurre e sospendere ogni attività “il trentennio dal 1860 al 1890 segnò per l’armamento a vapore napoletano un periodo di decadenza e di stasi completa”[419]; nel ventennio 1879-1898 le commesse alla cantieristica del Sud furono solo il 33% del totale nel settore pubblico e circa l’11% di quello privato. “Quando nel 1861 il governo di Torino bandì le gare per gli appalti dei servizi postali marittimi, le vecchie e prestigiose società di navigazione napoletane non ebbero neanche l’invito a concorrere alle gare…vinte dagli armatori liguri e tra essi il Ribattino che aveva avuto un ruolo importante nell’impresa garibaldina del 1860”[420]. Il governo preferì, quindi, favorire le compagnie “più vicine …..e sostenute da autorevoli referenti politici”[421]

d) Per quanto riguarda la Marina Militare, Quintino Sella, nel nuovo parlamento italiano, affermò “Quale cosa più bella che togliere da quel porto [Napoli] gli stabilimenti militari per accrescere vantaggi al commercio?”, così lo stato italiano preferì costruire il nuovo arsenale di la Spezia, provocando la rovina di quello all’avanguardia dell’ex capitale del Regno delle Due Sicilie.

e) Anche il settore tessile fu danneggiato dalla mancanza di commesse, comprese quelle delle Forze Armate che prima vestivano i 100mila militari dell’esercito delle Due Sicilie, come comunicato, invano, dalla giunta provvisoria di commercio di Napoli “Oggi i fornitori dell’esercito lontani da questa parte d’Italia non hanno alcun pensiero o riguardo ai prodotti dell’industria nostrale….si rivolgono ai prodotti stranieri…si arreca danno inestimabile alla nostra industria”[422]; poco dopo l’unità il famosissimo opificio di S. Leucio vide sospendere la produzione, poi dato in appalto ad un piemontese, successivamente passò al Comune, poi in fitto ai privati e nel 1910 fu chiuso per sempre.

f) Per quanto riguarda la fiorente industria della carta lo Stato abbassa il dazio di esportazione degli stracci, materia prima per l’industria cartaria, favorendo gli esportatori di Genova e Livorno che indirizzarono i loro affari soprattutto all’estero penalizzando gli opifici meridionali; in più le commesse editoriali statali ristagnano e vengono affidate quasi tutte a tipografie torinesi, nessun libro edito al Sud fu poi adottato nelle materie di insegnamento della scuola; per tutti questi motivi la Campania perse gli antichi primati retrocedendo, a venti anni dall’unificazione, al terzo posto tra le regioni italiane mandando così sul lastrico migliaia di operai.

I dispacci, nei quali la prefettura di Napoli, fin da subito dopo l’unità, informavano delle crescenti difficoltà dell’industria meridionale nel suo complesso erano “letti distrattamente a Torino”[423]. Nel Sud, all’anno 1861, gli addetti ai vari tipi di attività industriali erano il 44% del totale degli occupati dell’industria italiani (dati censimento ufficiale), nel 1951 (dati del censimento ufficiale) il 12.8%; si era quindi attuato, in 90 anni, un vero e proprio processo di deindustrializzazione.

Ricordiamo, per inciso, che, in ogni caso, l’industria italiana nei primi novantanni postunitari rimase a livelli molto inferiori alla media europea, il paese rimase sostanzialmente agricolo tanto che fino agli anni 50 del 1900, con il cosiddetto “miracolo economico”, le maggiori entrate del bilancio dello stato erano dovute alle esportazioni di agrumi meridionali e alle rimesse degli emigranti, anch’essi in gran parte del Sud; ancora nel 1954 il 42,4% della popolazione attiva italiana era occupata nell’agricoltura contro il 31.6 % dell’industria.

Concludendo, affermiamo che gli strumenti di questa politica vessatoria per il Mezzogiorno furono: l’accresciuto prelievo fiscale fino ad un vero e proprio sfruttamento, il drenaggio dei capitali, la strozzatura del credito, gli investimenti pubblici preferenziali per il nord e la diminuzione delle commesse alle imprese del Sud. Considerato tutto questo, non fa meraviglia che la frattura economica Nord-Sud si cominciasse a delineare dopo 20 anni d’unità, e che dopo 40 era già netta, ma che l’economia meridionale abbia retto per decenni ad una simile politica di rapina sistematica: “il grosso del dislivello in termini di reddito pro capite e di struttura industriale si formò dopo l’unità, e segnatamente tra la fine degli anni Ottanta e lo scoppio della prima guerra mondiale”[424].

A causa della dissennata politica economica e fiscale del governo unitario l’incidenza del reddito del Sud su quello complessivo del regno d’Italia scende, dal 1860 al 1900, dall’iniziale 40% al 22%. Il legittimista Giacinto de Sivo commentò che per “usurpare la Monarchia [borbonica] si percosse la nazione [meridionale]”.

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