CARI RAGAZZI DEL SUD PERCHÉ IMPARIATE STORIA VERA ALLA MANO CHE PER AMARE L’ ITALIA – UNA BISOGNA ODIARE QUESTA

di Angelo Manna

Nell’agosto del 1961, mentre anche tutto il Sud celebrava il centenario dell’unità d’Italia fra masochistici evviva e tripudi di tricolori (e ne frusciava danaro pubblico in alza – bandiere e marce-reali…), ci armammo di blocco-notes e magnetofono e partimmo alla volta di Casalduni e di Pontelandolfo dove celebrammo alla nostra maniera (come dire a nostre spese e controcorrente…) il centenario che ci parve più consono: il centenario dei massacri, degli stupri, dei furti e degli incendi patiti dalla povera gente di quelle strapovere terre sannite che la gloriosa massacratrice Italia-una ebbe il cinismo fottuto di ribattezzare terre di briganti. Ma rievocare quel maledetto ferragosto nel quale i bersaglieri scrissero forse la pagina più sporca della loro sporca storia risorgimentale non ci interessa. Altri l’hanno rievocato, e finalmente senza tirature di veli per carità di patria. Ci interessa dare solo la più concisa e la più precisa idea che del cosiddetto risorgimento italiano intesero darci, a Pontelandolfo (a casa del carissimo nostro amico avvocato Pasquale Vessichelli) un vecchio maestro elementare di Morcone, don Liunardo (classe 1875), e un non meno giovane ex portalettere originario di San Lupo, don Mattiuccio…
Oh, sì: qualche giorno fa abbiamo riascoltato le loro voci nel nostro antico Geloso e siamo stati presi dalla commozione(chi dice che sono freddi, i magnetofoni ?…) :ma il motivo per il quale ridiamo loro la parola non è affatto sentimentale, così come – per il fatto che l’articolo di cui l’intervista (che avevamo raccolto per il Corriere di Napoli) rappresentava la sostanza non vide mai la luce – non è riparatorio…
Don Liunardo e don Mattiuccio, personaggi non immaginari ma veri, autentici, avevano saputo trarre dal ripostiglio delle proprie memorie un pó di episodi (che definire personali non è un azzardo) e ce li avevano raccontati in un modo neppure soltanto esemplare, ma prodigioso: come se il tempo avesse giuocato non ad illanguidirli ma a rafforzarli, non a renderli lacunosi e scialbi e a confinarli nel passato, ma a mantenerli vivi, attuali, e a bagnarli nell’oro della saggezza, per modo che, richiamandoli, i loro raccontatori potessero mostrare una eccezionale capacità di sintesi e di critica…
Don Liunardo e don Mattiuccio avevano raccontato e interpretato con poche battute un intero capitolo di storia patria, e vi avevano intessuto il relativo commento. E ci avevano talmente impressionato da darci la certezza che soltanto pochi professoroni veri (ve ne sono a bizzeffe, in Italia, ma quelli che contano non li fanno contare…) avrebbero saputo far meglio.
Don Liunardo, don Mattiuccio… Potevamo dimenticarli ?
E veniamo a don Liunardo. Il quale premise alla sua breve, succinta e compendiosa lezione che fosse stato suo padre a insegnargli tante cose: suo padre (classe 1839) che era stato sottufficiale dell’esercito napoletano e, ferito ad una gamba alla battaglia del Volturno,era poi sfuggito ai massacri bersagliereschi dell’agosto del 1861 ancorché il suo nome aprisse la lista dei (così li chiamavano) pericolosi arnesi della reazione.
La parola a don Liunardo, dunque: avvertendo che di nostro non vi è che la forma (non anche il vocabolario) e qualche apporto che indicheremo in corsivo.
I nordisti affogavano nei debiti. Erano degli squattrinati, e l’Austria gli aveva bell’e spedito l’intimazione di sfratto. E allora i nostri rinnegati gli fecero immaginare,da lontano, come fosse fatto l’oro: gli fecero capire che venendo quaggiù essi avrebbero risolto ogni loro problema (ma figuriamoci se la gang cavouriana non se ne fosse già resa conto…). Essi calarono giù da noi, e noi, fratellini belli, trasite e accomodateve, state servite!, ce li dovemmo accollare, co la mazza o co la carrozza, metterceli in casa, a spese nostre…
E in quel nostro oro gli facemmo bagnare prima un piedino, poi tutti e due, finché in quel nostro oro li facemmo nuotare… Ma – che grandi eroi ! – i fratellini ci sgozzarono come pecore e si fottettero l’oro e quant’ altro di prezioso avevamo. E si fottettero anche le nostre donne, e qui, a Pontelandolfo, afferrarono una ragazzina e (forse perché ce l’ avevano troppo duro anche allora e pareva brutto mettere a sì cruda prova una povera verginella, NdA) furono tanto premurosi che la sverginarono con le baionette: la sventrarono.

MAI PACE POSSANO TROVARE…

Li facemmo uomini, quei criminali che ci ritroviamo eroi nei libri di storia. Li facemmo uomini grazie ai danari a palate che ci facemmo rubare dai banchi pubblici e privati. Oh, graziosi angioletti, soldatini cari: che i loro discendenti possano trovare morti lente, infinite ed atroci!… Li accogliemmo a braccia aperte, li sfamammo, li ingrassammo…
Saccheggiarono e dettero alle fiamme palazzi reali e patrizi, ville, stalle, masserie, pagliai,… Ah, quei bastardi! Quali averi, quali sostanze, quali danari, quali oggetti cari e preziosi non ci sottrassero con l’ inganno e con la violenza!… E poi? Eravamo ridotti all’osso, ché pure il pane niro e e ttuosto che c’era rimasto e pure le ultime patate e le ultime cipolle, che avevamo tolto dalle bocche dei nostri figli, avevamo dato a loro o ci eravamo fatti rubare per quieto vivere: vennero in campagna, noi buttavamo il sangue sui solchi, ci misero in fila e, unò-dué, ci ingiunsero di uscire dalla terra, ché il padrone era cambiato, i contratti erano scaduti, bastonarono a morte chi si rifiutò di obbedire, andarono via solo quando fin l’ultimo cafone fu sparito, raggiunsero il paese, sfondarono le porte delle chiese, rubarono cristi, madonne, santi, ostensori, pissidi, sacramenti d’oro e d’argento e se li andarono a vendere… A chi? Ai camorristi, amici e complici loro. Tentammo di opporci? Di reagire? Come no… Non lo avessimo mai fatto!
Quei prodi italiani (che erano soldati, bersaglieri, garibaldesi, carabinieri…) ci chiusero nei covili, nei tuguri, nelle baracche, sbarrarono le porte e ci dettero fuoco ! E mentre noi morivamo fra quei roghi orrendi, quegli eroici figli di puttana (mai pace possano trovare i figli dei figli dei figli per settantasette generazioni!) spronavano i cavalli e, urlando Briganti ! Briganti! (e va sapendo i briganti eravamo noi!…), giravano e rigiravano attorno alle fiamme, bevevano, sputavano, sgruttavano, sghignazzavano in preda a una furia, a una foia animalesca che era arraggimma, era fregola di gatte in calore, urlavano cose incomprensibili, scaricavano le loro rivoltelle e i loro fucili verso le stelle: le quali, duttó’, come diceva quello, restavano a guardare… Don Liunà’… E erano stelle pure i superstiti?
Avendo capito l’antifona, rispose don Matteuccio, il vecchio postino. Il quale – la bocca tremolante e atteggiata ad un sorriso che tralignava a tratti in un ghigno amaro – disse, pieno di ironia:
I superstiti? Zitte! Se tenevano la posta. E sse l’avevano da tènere, duttó’…
Nfaccia all’Italia-una, chi cumannava tribule e catene aveva da essere sultanto ubberito. Vulimmo parlà e parlammo… Che cacchio poteva rappresentare la nostra morte di fronte ad un’ Italia-una che noi vittime e loro assassini stavamo realizzando con tanto patriottico amore reciproco (bravo don Mattiuccio!… NdA)? I morsi delle fiamme nelle nostre carni dovevano sembrarci carezze al pensiero che dalle Alpi alla Sicilia saremmo stati uniti, e che nostro re sarebbe stato quel re galantuomo, quel del Savoia ca pozza àrdere, assiemme co li suoie, dint’a lo peggio furno de lo nfierno… Zitte le supèrstete, felice e cuntiente…Si tenevano la posta. Ih che mmonnezza!…
Poca storia locale? E tragica sol perché esagerata nel racconto dei figli di coloro che se la videro scrivere addosso, sulla propria pelle, non già rimettendoci calamariere d’inchiostro, ma fiumi di sangue?…
Don Liunardo e don Mattiuccio erano andati ben oltre.
In quante comunità del conquistato Sud non si verificarono, in quel tempo maledetto, episodi di tanta efferatezza? In quali terre dell’ ex Reame i vincitori lasciarono in pace i cafoni, non li massacrarono chiamandoli briganti!, o non gli gettarono addosso i terribili cani di presa amici loro, i camorristi o briganti veri, allo scopo di tutelare gli sporchi interessi dei latifondisti che avevano finanziato la spedizione di Garibaldi ottenendo in cambio che i piemontesi chiudessero gli occhi (ne parleremo a sbafo…) sulle usurpazioni delle terre demaniali e sulle espropriazioni abusive degli usi civici?
Don Liunardo e don Mattiuccio ci avevano raccontato solo la verità. Non soltanto quella di Pontelandolfo e di Casalduni. I fatti eroici degli eroi dell’eroico risorgimento erano stati più o meno quelli: quelli riassunti da loro. In tutto il Sud liberato e redento. Ma ci venne spontaneo chiederci: come mai quei due poveri vecchi la conoscevano, la verità, e i grandi autori dei grandi libri di storia no?…
E cchisto è ’o fatto!… Basta sfogliare un qualsiasi testo di storia d’Italia per rendersi conto dell’indecente faziosità con la quale gli infranciosati conquistatori e i loro degni accoliti (i nostri bravi traditori fra quelli…) montarono i fasti del cosiddetto risorgimento e affrontarono il tema, ad
esso pertinente, dell’altrettanto cosiddetto brigantaggio post-unitario nelle provincie meridionali. E non è necessario andarlo a pescare, questo qualsiasi testo (da aprire e leggere per vomitare…), fra i cimeli delle premiate Fiere delle Falsità allestite dal Sessanta in poi, mentre quei funesti eventi si compivano.
Sorelle carnali di quelle messe in piedi dopo il Novantanove e il Quarantotto, esse dànno ancora i numeri a qualsiasi ora del giorno e della notte, e non chiudono, e non sbaraccano mai… A finanziarle e a proteggerle pensa babbuccio loro, lo Stato unitario che quei numeri deve far uscire su tutte le ruote e, neppure due volte la settimana, ogni giorno: sennò perde la faccia! E certamente è questo l’aspetto più vergognoso della cosiddetta storia del cosiddetto risorgimento.
La Storia di tutti i Paesi del mondo rivede se stessa ogni volta che si trovi di fronte a nuove scoperte documentali: procede alle opportune revisioni senza far drammi, si aggiorna. La storia d’Italia (che è consapevole delle proprie falsità) resta inchiodata alle spudoratezze vigliacche ponzate dai panegiristi della Solenne Impostura Risorgimentale: continua, con cinica premeditazione (mentendo sapendo di mentire), a spacciare Falsità su Falsità. I buoni? Sempre loro: i vincitori. E i cattivi? Sempre noi: i vinti…

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