Quello che la base missina non ha mai saputo.



— Fascismo e post-fascismo —

Destra e sinistra nel MSI

intervista a Beppe Niccolai

(nato il 26 novembre 1920 a Pisa
morto il 31 ottobre 1989 a Pisa)
Eletto alla Camera dei Deputati, collegio di Pisa, nelle file del MSI:
1968 (Vª Legislatura) – 1972 (VIª Legislatura)

Componente
* Commissione (Difesa) dal 25 maggio 1972 al 4 luglio 1976
* Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia
dal 28 luglio 1972 al 23 gennaio 1973 e dal 22 febbraio 1973 al 4 luglio 1976

La rivista socialdemocratica «Ragionamenti» ha pubblicato nel numero di ottobre un’ampia intervista con l’on. Giuseppe Niccolai, a cura di Massimiliano Solofra Longobardi.
Ne riportiamo il testo integrale (con il titolo originale) sicuri di fare una cosa gradita ai nostri lettori.
Le argomentazioni esposte da Niccolai completano, infatti, da una visuale diversa, quel che Pino Romualdi ci aveva raccontato sullo scorso numero di “Proposta”.
Capire questo partito significa anche dare voce e cittadinanza alle sue «anime»: confrontandole si può creare un progetto comune, si può superare e vincere la prova di Sorrento. È il silenzio, la mancanza di dibattito, la presunzione di aver sempre ragione, l’attesa messianica di una verità fatta solo di slogans che ha abbrutito il partito. Che ha reso la nostra comunità una Torre di Babele. Che ha svilito il dibattito nella polemica, creando un clima di diffidenza verso chiunque esprimesse delle idee. Per voltare pagina, è nata due anni fa “Proposta”. Per andare avanti, è necessario ritrovarsi insieme.
* * *
On. Niccolai, lei è conosciuto, dentro e fuori il suo partito, come un filo-socialista, come il fautore -meglio- di un dialogo integrale e permanente con l’insieme dell’area socialista e laica. Sembra anzi che, mentre questa sua posizione riscuote simpatie e consensi in non irrilevanti strati popolari e intellettuali missini, fa, viceversa, molto arrabbiare Almirante e il suo éntourage. Non è così?

Andiamo per ordine. La verità è che fin dall’estate ’83 io sostenni a tutti i livelli del partito, e innanzitutto in direzione, che sarebbe stato grave ignorare l’elemento di novità rappresentata dal governo a guida socialista; novità ricca di significati e conseguenze per la intera comunità nazionale e quindi, in particolare, per il ruolo, la funzione, gli orizzonti dei MSI. Orbene, se il blocco della politica che in vari lustri si è delineato è imposto dal monopolio della DC e della sua principale controparte, ossia il PCI; se l’occupazione del potere posta in essere dai partiti è garantita dalla staticità assoluta del sistema che essi rappresentano, non c’è dubbio che la crescita (in taluni casi) e la riconquista della specificità dei partiti socialisti e laici nel loro complesso può rappresentare un fattore di rottura di equilibri, può essere uno dei varchi attraverso cui far passare una revisione profonda degli schemi di potere. E qualche segnale di mobilità, di rivitalizzazione della politica, in questo senso è venuto. Non è infatti casuale che, proprio in concomitanza con il quadriennio governativo craxiano, il MSI abbia ritrovato quegli spazi di azione, quelle udienze, che nel quindicennio precedente gli erano stati preclusi. Si tratta, dunque, di comprendere la portata della novità e, superata la fase dell’accerchiamento e della chiusura, attrezzarci a superare quella più sottilmente insidiosa della auto-ghettizzazione che si manifesta negli atteggiamenti di pretesa superiorità tipo «soli contro tutti». Ma si tratta, anche di evitare l’affermarsi di una politica dell’accordo spicciolo, del piccolo compromesso, dell’insediamento avventizio nel sottopotere.

Va bene, onorevole, l’area laico-socialista -ma soprattutto la sua componente socialista- vi ha fatto delle aperture. Tutti ricordiamo bene che Craxi, non appena insediato a Palazzo Chigi, si premurò di liquidare il famoso «arco costituzionale», ricevette il responsabile dell’ufficio Esteri dei MSI che gli veniva a parlare del voto agli emigrati e di altro, con il lancio della formula del «Socialismo Tricolore», inaugurò un certo clima di distensione nei confronti della Destra politica, con il recupero dei valori libertari della Sinistra delle origini si vietò e vietò emarginazioni. Però, ecco il punto, li suo partito come dovrebbe utilizzare tali aperture?

Se un varco si è aperto va decisamente imboccato per giocare a tutto campo, lavorando in vista di una trasformazione radicale della politica. È velleitario continuare a credere di essere l’alternativa, quando dobbiamo realisticamente darci il compito di favorire, di costruire, di creare una alternativa di sistema: un compito che non può prescindere da una ricomposizione della intera comunità del nostro Paese.

Immagino che facendo riferimento all’alternativa lei tenga presente le note posizioni di Nicolazzi, di Craxi, di Formica, di Martelli e via disordinatamente elencando.
Naturalmente.

E che parlando di alternativa di sistema alluda anche al tema della grande riforma delle istituzioni, fiorito nella serra culturale dell’area socialista.

Più che ovvio.

Lei, Niccolai, è conosciuto come un leader della sinistra missina. Come si colloca nel confronti della Sinistra storica?

Vede, quando ho attaccato la Sinistra l’ho fatto non perchè la ritenessi troppo rivoluzionaria. Tutt’altro! Ho aguzzato l’ingegno e affilato le armi allorché è venuta in evidenza come forza negativamente conservatrice di un ordine costituito che tende a emarginare sempre più il politico -inteso, ovviamente, nella accezione più nobile del termine- dall’interesse, dalla partecipazione, dalle passioni sanguigne e vitali degli uomini.

Cosa pensa dell’anticomunismo?

L’anticomunismo non può e non deve essere un alibi per atteggiarsi a paladini del meno peggio.

On. Niccolai, lei è unanimemente considerato -anche se talvolta le si addebita un caratteraccio tipicamente toscano- un uomo di buona volontà, un uomo del dialogo. Io le chiedo: come mai orienta la proposta dialogista in modo assolutamente preferenziale verso sinistra?

Perchè la Sinistra, una volta saltate le preclusioni di principio al dialogo, è la più accessibile a un discorso culturale e progettuale rinnovatore e di grande respiro.

Adesso mi lasci fare per un momento l’avvocato dei diavolo. Del diavolo… democristiano, intendo. Da varie parti si asserisce che, in fondo, gira e rigira, anche la DC ha una natura popolare, sociale, progressista. Perchè, allora, non si industria di dialogare anche con lo Scudo Crociato?

La Democrazia cristiana, partito eminentemente di potere e di interessi, è meno permeabile ai discorsi culturali, Tuttavia si è già visto che, una volta rotto il sigillo della discriminazione, si apre in questa direzione un processo emulativo. Tecnicamente, solo iniziando un dialogo con la Sinistra lo si può poi estendere anche al Centro. Perchè è la Sinistra che detiene per tutti le chiavi della demonizzazione della Fiamma Tricolore.

Ma per lei cosa significa veramente dialogare?

Deve essere estremamente chiaro che dialogare non significa sbracarsi, ma misurare e responsabilizzare il proprio linguaggio e le proprie capacità di analisi. Ciò vale soprattutto nei rapporti con il «Socialismo Tricolore», trattandosi di una formula germinata in seno allo spazio socialista e che lì deve svilupparsi.

È vero che unitamente al suo collega on. Tommaso Staiti -anche lui membro della direzione- porterà al fuoco del dibattito congressuale un documento recante il titolo “Progetto Nazionale”? Di cosa si tratta, esattamente?

In questo elaborato segnaleremo la opportunità che l’Italia, quarant’anni dopo la sconfitta e in un clima interno meno conflittuale, ricominci a darsi delle mète, degli obiettivi per gli anni Novanta e la svolta del Duemila. Primi traguardi: divenire in tempi brevi la sesta o la quinta potenza economica dei mondo; promuovere una nostra più incisiva presenza nel Mediterraneo; rafforzare, al fianco della Germania Federale e della Francia, il ruolo italiano nella Comunità Europea.

E cosa può dirmi circa le condizioni da costruire perchè questa progettualità vada felicemente in porto?

C’è ancora molto da discutere, da studiare. E -come giustamente fa presente lei- vanno approfondite e realizzate le condizioni operative del «Progetto» da indicare alla collettività dei cittadini, soprattutto come compito della nuova generazione. Esse sono individuabili sia nella grande riforma in senso efficientistico delle istituzioni, sia nelle vie più idonee da battere per rafforzare -nel rispetto dei naturali contrasti dialettici fra interessi e posizioni ideologiche diversi- la coesione sociale e nazionale.

Relativamente poi alla strumentazione più efficace volta a raggiungere gli obiettivi centrali come si pronuncia?

Noi dei MSI dobbiamo promuovere un largo dibattito in vista di larghe intese, così dando luogo ad un intenso, paziente, riflessivo, ragionato impegno per i prossimi dieci anni. Si tratta, insomma, della tessitura di una nuova solidarietà al di sopra della fisiologica -e non più patologica- concorrenza fra forze politiche e di classe.

Il leader del suo partito, on. Almirante, dopo alcune iniziali dichiarazioni di simpatia per il Socialismo Tricolore ha inopinatamente preso le distanze, ma non solo e non tanto per evitare commistioni, del resto impensabili, quanto per meglio centrarlo quale bersaglio privilegiato della sua notoria verve polemica. Sappiamo tutti che l’elettorato non lo ha perdonato. Io vorrei conoscere il suo parere su questo comportamento almirantiano.

Noi missini da oggi in poi dovremmo evitare di fare la figura delle tre scimmiette che non vedono, non sentono, non parlano magari per paura di perdere qualche voto salvo poi perderne tanti perchè la prudenza è inefficace quando scade in prudenzialismo e la paura è notoriamente pessima consigliera -di fronte a fenomeni culturali e politici di portata storica quale, appunto quello della Patria che insperatamente rinasce proprio lì dove era stata negata in nome della classe.

Amor di giustizia e omaggio alla verità mi inducono a farle presente che nell’area socialista ad agitare il Tricolore e ad agitarsi per il medesimo non c’è soltanto il PSI ma anche il PSDI. Alcuni anni or sono l’on. Ruggero Puletti, ora componente la direzione e allora vicesegretario nazionale e direttore dell’organo ufficiale «L’Umanità», nel corso di un viaggio politico ufficiale in Etiopia, si recò in devoto raccoglimento ai cimiteri di guerra italiani, scrivendo quindi corrispondenze su quella sua esperienza commovente e non priva di un fascino elegiaco oltre che di un significato profondo.

Evidentemente non ho nulla da obiettare alla sua precisazione.

Illustri qualche elemento della sua strategia del dialogo.

Una crisi di rigetto per le ubriacature ideologiche e per gli eccessi sanguinosi degli anni di piombo hanno portato a una sdrammatizzazione dei rapporti politici in tutte le direzioni. C’è dunque una possibilità di dialogo e di confronto più civile anche per quel che ci riguarda. Naturalmente si tratta di valori da proiettare ormai nell’avvenire, relativi alla riscoperta dell’identità nazionale e alla necessità di elaborare tutti insieme il «Progetto» di cui si accennava. Noi del partito della Fiamma verremmo meno alla nostra funzione se, rinchiudendoci in posizioni rancorose, evitassimo di prendere atto delle novità emerse -e che, come tutto sembra indicare, ancora emergeranno- nel campo laico-socialista, per di più contestando a una Sinistra che decide di fare riferimento alla nazione in modo sempre più organico e permanente, i titoli per procedere in questo senso. Insomma, sui suddetti valori va tentato un colloquio autentico e fraterno, senza peraltro pretendere che possa dare immediatamente grossi risultati.

Non posso dire di trovarmi a conversare con una testa calda. Mi sbaglio, o lei, ovviamente, da posizioni del tutto opposte, ha assorbito la grande lezione togliattiana dei piccoli passi?

Non credo di poter essere definito allievo di Togliatti. Però, vede, non si può non riconoscere che costui ebbe l’intelligenza e la pazienza di mantenere aperto -in un disegno storico a lungo termine- il dialogo con i cattolici persino negli anni delle scomuniche e della guerra fredda. Ciò che faceva quel leader del PCI sembrava ridicolo e velleitaria un sacco di gente, ma il tempo gli ha dato ragione perchè ha finito per allentare la discriminazione anticomunista, anche se il PCI non ha raggiunto l’obiettivo pieno del compromesso storico.

Cosa è stato e cosa è l’almirantismo?

Se l’almirantismo è stato, ieri, lo scudo necessario dietro il quale e con il quale il MSI ha passato il deserto della ghettizzazione, ora non serve più, anzi è d’impedimento a vedere oltre, ad andare oltre. Ecco ciò che è l’almirantismo alle soglie del Duemila: l’impossibilità di aprirsi al dialogo o al rapporto con gli altri. Dialogo, dico, non intrallazzo. Idee, non favori o posti. Confronto, non combinazioni sotto banco.

Quali sono le caratteristiche più propriamente politiche del leader missino uscente?

Almirante ha saputo tenere in piedi una comunità perseguitata attraverso una propaganda costruita di volta in volta sulle occasioni che, da attore politico nato, pesca e recita: i bottegai, i bassi napoletani, la pena di morte, l’abusivismo edilizio, la rivolta fiscale, lo sfascio istituzionale, il caos dei servizi. Egli è però afflitto da un limite dimostratosi invalicabile: l’incapacità di portare avanti un disegno storico, un programma a vasto respiro di conciliazione e di ripresa nazionale. Grande propagandista, grande oratore, grande parlamentare, navigatore eccelso nelle acque di Montecitorio, è però, timorosissimo nell’intraprendere viaggi nei mari aperti di una politica sublime.

Se ben ricordo, fin da quando è tornato dalla guerra, ha sempre tenuto rapporti diallogici con il mondo della Sinistra politica e intellettuale. Oggi interlocutori privilegiati sono i Iaico-socialisti, ma anni fa, tanti anni fa, furono i comunisti.

Ricorda bene. Nel dopoguerra il dialogo lo sviluppai con il povero Ruggero Zangrandi, l’autore del “Lungo viaggio attraverso il fascismo”, columnist autorevole di “Paese Sera”, sulle colonne del quale affrontò, d’intesa con me ed altri, il tema dell’atteggiamento della Sinistra nei confronti dei combattenti fascisti reduci dai fronti di guerra o dai campi di concentramento. Si trattava di elaborare una politica non nervosa, non «psicologica», nei confronti di costoro -in gran parte giovanotti, ragazzi, addirittura adolescenti- al fine di impedire che divenissero strumenti delle forze reazionarie, utilizzati contro la classe operaia, il movimento dei lavoratori, il popolo. In definitiva, contro la nazione italiana.

Solo “Paese Sera” venne coinvolto nelle operazioni di questa sorta di «Esercito della Salvezza» comandato da lei e da Zangrandi?

Buona la battuta sull’Esercito della Salvezza che però non fu «comandato», per usare la sua espressione, soltanto da me e da Zangrandi, bensì anche da uno scrittore celebre, pure lui comunista, Romano Bilenchi.

Ambedue, se non vado errato, con robuste radici giovanili nelle esperienze culturali fasciste.

Certo, Zangrandi era stato un habituè di Villa Torlonia, residenza della famiglia Mussolini, dove insieme al giovane amico Vittorio aveva elucubrato la, chiamiamola così, teoria dei l’universal-fascismo, travasata in un giornale studentesco recante il titolo “Anno XII”. Bilenchi, fiorentino, a sua volta aveva fatto parte della redazione di “Campo di Marte”, periodico della gioventù intellettuale fascista della Città del Giglio, ed era stato nel gruppo di Berto Ricci a “l’Universale”, altro foglio di punta delle giovani leve littorie.

Che mi dice del mensile toscano da lei ispirato “Cronache della Versilia”? Mi par di capire che lei è un patito di Berto Ricci. Vuoi dire qualcosa di costui?

Berto Ricci, giovane anarchico militante, nel 1930, a 25 anni, si era convertito al fascismo fondando, appunto, l’«Universale» e svolgendo con esso, insieme ad altri intellettuali più o meno coetanei, un ruolo di sinistra, rivoluzionario, anticonformista, pronunciatamente repubblicano -allora!-, mazziniano, sociale. Le cito a memoria, e con la massima esattezza, ciò che di Ricci dice Indro Montanelli -anche lui del gruppo, almeno ai primi tempi- nella prefazione a una antologia di scritti ricciani: «… egli fu il solo maestro di carattere che io abbia trovato in Italia». La morte avvenne nel 1941. Tenga presente che Berto veniva schedato dalla polizia perchè, appunto, repubblicano; ed era inviso ai circoli conservatori del regime. Di modesta condizione economica, guadagnava da vivere per sè, per la moglie e per un figlio insegnando matematica in una scuola di Prato. La sua prosa era scintillante, godibilissima, fruibilissima, gratificantissima e lo resta anche oggi, piena com’è di idee che sembrano uscite da uno dei grandi laboratori culturali dell’epoca che viviamo. Mussolini lo volle collaboratore al “Popolo d’Italia”.

Con Zangrandi o senza, lei utilizzò per la sua azione di pilotaggio a sinistra dei reduci solo “Paese Sera” o anche qualche altra testata?

Scesero in campo anche la “Gazzetta di Livorno” e il “Nuovo Corriere” di Firenze, magna pars dei quale era il succitato Romano Bilenchi. A costui, nel 1949, scrissi una lettera dalla quale scaturì, proprio nelle pagine del giornale fiorentino, un dibattito sulla questione del destino e della destinazione del volontariato bellico in camicia nera. L’iniziativa non si rivelò per nulla sterile, tanto è vero che dalle colonne dei due quotidiani il dibattito si trasferì, negli anni Cinquanta, nella sala di un teatro di Livorno celeberrimo, ormai consegnato alla storia: il “Golfoni”, dove nel ’21 era stato fondato il PCI. Sa cosa le dico? In politica i fatti sono come le ciliege: l’uno tira l’altro. La pubblicità e il successo del raduno labronico attrassero l’attenzione di Enrico Berlinguer, allora segretario della federazione giovanile comunista, che decise di sperimentare a Roma un rapporto con i giovani reduci fascisti o ex-fascisti, che dir si voglia, disponibili al dialogo con la Sinistra e, in particolare, con Botteghe Oscure. E così il futuro capo dei più grande partito comunista dell’Occidente un bel dì venne in una sede romana della «Giovane Italia», l’organizzazione giovanile missina, a parlare con noi.

Mi tolga una curiosità. Ruggero Zangrandi aveva relazioni politiche solo con lei e con i suoi amici di gruppo, di corrente, diciamo così, oppure si interessava dei suo partito in quanto tale?

Zangrandi seguiva con grande attenzione i congressi e i più importanti convegni politici e culturali dei MSI. Con particolare applicazione presenziò al congresso di Viareggio, perchè fu lì che iniziarono gli scontri in grande dimensione fra la sinistra e la destra del partito.

Ma su quale base culturale-ideologica si fondavano questi sia pur dialettici incontri e confronti con i comunisti?

Il discorso sarebbe lungo e ci porterebbe lontano. E poi dovrei munirmi degli appunti dell’epoca che ho a Pisa, nel mio archivio. Ricordo però un tema ricorrente, che creava fra di noi una sorta di inconfessata, forse reciprocamente imbarazzante, ma profonda solidarietà: quello della inevitabilità e della giustezza, della positività, della contrapposizione fra i popoli poveri e i popoli ricchi.

Un tema, questo, che ha avuto diritto di cittadinanza nell’area della cultura corradiniana e mussoliniana.

Non dimentichi che quelli erano gli anni della guerra fredda sempre in procinto di diventare calda, dello scontro fra potenze occidentali e campo del socialismo realizzato. USA, Inghilterra, Francia etc. erano, per i comunisti italiani, i nemici da battere; così come, dieci anni prima o anche meno, lo erano stati per i fascisti. Tutto ciò non poteva non favorire certi agganci con conseguenti reciproche simpatie. Allora Berlinguer non si sognava neppure di presentare la NATO come ombrello idoneo a riparare anche il PCI.

Che fine ha fatto il “Nuovo Corriere”?

Nel ’56 venne chiuso da Togliatti, ma non perchè dialogava con me, con noi, bensì a causa dell’atteggiamento non ortodosso assunto in occasione dei fatti di Ungheria.

Lei nel ’40 si arruolò volontario e andò a combattere in Africa Settentrionale. Perchè fece ciò?

Fu il mio modo di protestare contro il regime, cui addebitavo di non avere onorato una precisa promessa al popolo italiano: l’effettuazione di una autentica rivoluzione sociale.

Ormai tutti, e anzitutto De Felice, ci dicono che nel regime agirono una autentica destra conservatrice e una sinistra rivoluzionaria. Secondo lei cosa scaturi, nel dopoguerra, dall’una e dall’altra?

Dalla destra emersero cinici alla Vitaliano Brancati, dalla sinistra uscirono i più brillanti ideologi della sinistra antifascista.

Per esempio?

Beh, facciamo un nome: Pietro Ingrao.

Senta, ebbe ragione Ingrao, ebbero ragione i vari Ingrao. Voglio dire dal suo punto di vista come vede il passaggio?

Guardi, io mi sono comportato diversamente, tanto vero che siamo a fine estate dell’anno di grazia 1987 e sono ancora dove stavo da ragazzo, a battermi per la sinistra, e sia pure per una sinistra intesa come la intendo io e, soprattutto, come la intendeva Berto Ricci. Ciò premesso e dato ragione a me, non posso non dare ragione anche a un Ingrao il quale a suo tempo ritenne -adducendo analisi e spiegazioni niente affatto disprezzabili- di dover tagliare la corda per inseguire quelle che nella più perfetta buona fede riteneva più plausibili ipotesi rivoluzionarie. Ovviamente, quanto detto per Ingrao vale anche per gli altri, purchè non si sia trattato di opportunisti, di gente abituata a sputare nel piatto in cui ha mangiato.

Ma dove si annidava questa sinistra fascista nel ventennio?

Nelle varie riviste giovanili e universitarie, nei GUF, nei cenacoli intellettuali di Bottai, di Spirito, dei Gentile seconda maniera, etc., nei Littoriali, nelle organizzazioni sindacali, nei centri di elaborazione della cultura corporativa.

Torniamo ai nostri tempi. Quando ha cominciato a guardare con interesse all’area socialista e laica?

Quando da tale area sono cominciate a partire le prime polemiche contro il bipolarismo. Tuttavia il mio interesse si rivelò più puntuale e acceso nell’agosto del 1983, allorchè Craxi ruppe la ghettizzazione. Allora coniai uno slogan: «Craxi e Almirante: la civiltà del confronto»

E Almirante quale uso fece dei suo slogan?

Almirante sopportava. Egli era ed è portatore di una propaganda, non di una politica. Temeva che il MSI finisse per essere infiltrato da una tematica prestigiosa e vincente quale quella dei «Socialismo Tricolore», potenzialmente idoneo, secondo lui, a sfaldare il nostro partito. La verità è che egli non si è mai liberato, e mai si libererà, della mentalità del ghetto, della psicologia da setta religiosa perseguitata. Insomma, ha avuto paura del dialogo perchè, accettandolo, avrebbe implicitamente accettato, a suo insindacabile giudizio, la diaspora della nostra gente.

Ma queste aperture nei vostri confronti lei le capta solo dall’area socialista o anche da altri settori della Sinistra?

A livello strettamente culturale colgo atteggiamenti nuovi anche da parte del PCI. Per esempio, al festival dell’«Unità» di Bologna si vendevano libri di Francesco Tommaso Marinetti e di Ezra Pound.

Quale etichetta le hanno appioppato dirigenti e militanti del suo partito che non le vogliono troppo male?

Beh, secondo loro io sarei la coscienza critica del MSI.

Senta Niccolai, aperture o non aperture, Craxi o non Craxi, bisogna pur prendere atto che nel Paese non è venuta meno la tradizionale conflittualità tra fascismo e antifascismo. O non è così?

Vede, io sono assolutamente persuaso che la conflittualità fra rossi e cosiddetti neri è un aspetto, un frutto della strategia del moderatismo, ossia una trappola reazionaria nella quale occorre star bene attenti -da una parte e dall’altra- a non cascare. Ciò anche perchè la spaccatura verticale del Paese, la mentalità da guerra civile, il muro contro muro sono mali da rifuggire con risolutezza. Peraltro, queste cose non avrebbero alcuna credibilità, essendo un vero delitto, alle soglie del Duemila, tenere in piedi un partito non privo di valide energie popolari, culturali, intellettuali solo in funzione contrappositoria verso la Sinistra.

Quando si convinse della necessità di battersi per una linea di dialogo e di confronto del suo ambiente con almeno una parte della Sinistra?

Come le ho già detto, la vocazione dialogica del sottoscritto viene da lontano. Tuttavia, c’è un importante episodio della mia vita parlamentare del tutto inedito che mi ha segnato profondamente, radicandomi in quella che definisco una «cultura dell’intesa nazionale». Dunque, in occasione di un voto delle Camere riunite per la elezione del Capo dello Stato, all’inizio degli anni Settanta, il socialista Rino Formica mi abbordò a Montecitorio pregandomi di intervenire su di un personaggio autorevolissimo del partito, il senatore Araldo di Crollalanza, per indurlo ad appoggiare, nei modi più opportuni, prudenti e discreti, la candidatura dei segretario dei PSI, on. Francesco De Martino. Promisi e mantenni. Però il presidente dei senatori missini mi disse queste testuali parole: «Poco prima della rovinosa caduta della Repubblica Sociale Italiana Mussolini mi chiamò e mi disse: ”Araldo, qui ormai è tutto finito, non c’è più nulla da fare. Ti raccomando i socialisti e, in particolar modo, Nenni”. Pertanto io non voto per De Martino bensì per Nenni».

Onorevole Niccolai, per i primi giorni di dicembre è previsto un importante congresso del MSI convocato anche per sostituire Almirante. Lei quale ruolo pensa di svolgervi?

Io mi prodigherò nel tentativo di far scaturire dall’assise congressuale una maggioranza non reazionaria, non conservatrice, non moderata, non socialmente e politicamente arretrata. Una maggioranza, aggiungo, inequivocabilmente vaccinata contro ogni tentazione -a livello sia nazionale che internazionale- di concepire l’ordine come militarizzazione della politica. Ove questi sforzi dovessero essere frustrati non esiterei a passare risolutamente all’opposizione presentando, insieme ai miei amici, un documento politico, pronto a dare battaglia con esso e su di esso.

Cosa è per lei la Patria?

Stia pur tranquillo: nella mia concezione della Patria non c’è posto per alcun elemento di aggressività, di supponenza boriosa, di chiusura, di arroccamento, di espansionismo. Per me la Patria va difesa tutelandola ecologicamente, garantendone l’integrità dei paesaggi e delle bellezze artistiche, comportandosi da accigliati restauratori del fascino delle sue coste devastate da speculazioni e abusivismi urbanistici, montando la guardia alla pluralità e ricchezza dei suoi costumi e delle sue tradizioni popolari, battendosi per tenere alto il livello del sapore e della qualità della vita, evitando la messa in non cale dei dialetti.

Tutto qui?

Scusi tanto se è poco! Ammetto, però, che a monte c’è ben altro: l’indipendenza nazionale, la difesa del lavoro italiano nel mondo, la salvaguardia della italianità delle aggregazioni di emigrati, il made in ltaly, la promozione di un nostro ruolo planetario pacifico ma competitivo, la protezione della identità nazionale dagli assalti colonizzatori delle mode e delle culture straniere, specie quelle edoniste, materialiste, consumiste.

Immagino che lei odi le minoranze regionali indipendentiste, per esempio i sardi sardisti etc.

Lei è in errore. Ferma restando la doverosa devozione, sentimentale e politica, all’idea dell’Italia unita, mi sento vicino e solidale con le minoranze sarde e siciliane discriminate e, talvolta, addirittura oppresse.

Accetti la sfida: vorrei sapere dov’è la radice della fiducia che lei ripone nella parte socialista.

Vede, le formazioni socialiste si diversificano dalla DC e dal PCI per il fatto di possedere un progetto politico di largo respiro, di vasto orizzonte, di lunga scadenza. Purtroppo però -e qui entro davvero in fase critica- tale progetto risente di una psicologia di passività rispetto al prevalere dei disvalori tipici di un periodo in cui il denaro, l’economia, lo spirito di consumo trionfano sui valori della persona sopprimendo la solidarietà nazionale, umana, fraterna.

Torniamo al congresso missino, da alcuni definito storico perchè chiamato a dare soluzione di continuità alla leadership di Giorgio Almirante. Secondo lei di cosa si tratta?

Potrebbe essere storico come potrebbe non esserlo. Sarebbe storico se il partito fosse disposto a capire che si passa ormai da un’epoca all’altra e, insomma, che c’è da cogliere una grande occasione per una grande politica.

Che significato avrebbe il mancato utilizzo di questa occasione?

Un significato ridicolo. Vorrebbe dire, cioè, che c’è ancora chi pensa, alle soglie del Duemila, di poter risolvere i problemi italiani rivestendoli come li vestiva Mussolini.

Il quale Mussolini come reagirebbe a queste ingenue distorsioni ove fosse in grado di ottenere un permesso di libera uscita dall’Ade per raggiungere la sede dei lavori congressuali?

Ci prenderebbe tutti a calci nelle natiche.

Secondo lei Mussolini si iscriverebbe al MSI?

Direi proprio di no.

Lei cosa pensa di Mussolini?

Mussolini delle feluche, delle greche, dei battichiappe, dei pennacchi, delle divise, dei maresciallati, delle patacche e, insomma, delle pompe varie, non mi è mai piaciuto, mentre confesso di avere sempre avuto un debole per il Mussolini emigrato in Svizzera a stomaco vuoto e senza il becco di un quattrino, per il Mussolini cui mancavano sempre diciannove soldi per fare una lira, per il Mussolini che in periodi tragici cerca di fare onorevole ammenda delle omissioni rivoluzionarie del passato tentando un esperimento di socializzazione dell’economia in favore dei lavoratori contro tutto e tutti.

Quale dovrebbe essere il compito fondamentale dei MSI nella società civile, nelle istituzioni, nel mondo della cultura?

Il compito dei MSI quale io lo concepisco andrebbe individuato nella ricucitura del pensiero politico scisso dal secolo delle rivoluzioni. Terrei però a precisare che condizione non eludibile per portare avanti questo e altri discorsi è una esaustiva moralizzazione del partito.

Lei è una vera mosca bianca del giro missino. Nel suo partito non fa altro che battibeccare con un mucchio di persone, di personalità, di personaggi, a cominciare da Almirante, mentre è in odor di dialogo con elementi che hanno ben poco o addirittura nulla a che fare con quello che voi missini chiamate «il nostro ambiente»; con elementi -aggiungo- prevalentemente di sinistra e della Sinistra. Come mai?

Vede, io concordo con il suo amico Ruggero Puletti quando dice che spesso e volentieri si va d’accordo più con l’avversario che ha fatto la stessa esperienza che con i propri amici di cordata politica. E da Puletti passo a Mao, al suo invito alle Guardie Rosse così formulato: «Spariamo sulle burocrazie soffocanti». Lei sa benissimo che questo tipo di burocrazia è male che alligna in tutti i partiti, a tutti i livelli del partitismo.

Lei ha citato un esponente socialdemocratico. Io, altrettanto opportunamente e a proposito, voglio citare Saragat, di cui non si ricorda un episodio tipico di Socialismo Tricolore, risalente all’epoca della presenza al Quirinale. Egli si era recato in visita ufficiale alla Casa Bianca felicemente regnante Johnson, anche per esporre alcune idee dell’Italia relative alle esigenze di pacificare il Vietnam. Il presidente statunitense non si comportò bene con il suo ospite, trattandolo con sufficienza, ascoltando in modo distratto i suoi argomenti, rispondendogli senza cordialità e anzi con malcontenuta irritazione. Tenne, insomma, un contegno poco riguardoso. Al ritorno in patria il Capo dello Stato, intervistato all’aeroporto, fece subito capire la musica che intendeva suonare dichiarando che a Washington aveva parlato come rappresentante non certo di una grande potenza ma certissimamente di una grande nazione.

Vede, più bandierine tricolori è possibile far sventolare sull’area socialista e su altre aree e meglio è. Per l’Italia e per tutti noi che ci occupiamo di queste cose nei partiti e fuori di essi. Quindi non posso che registrare con soddisfazione quanto lei mi dice.

Onorevole, gettiamo un’occhiata sul dopo-Almirante. Ritiene che solo la precarietà delle condizioni di salute sia alla radice dell’allontanamento dalla segreteria di un personaggio non certo insignificante? Oppure nel negativo risultato elettorale è da ravvisare la causa scatenante dell’esaurimento di un plurillustre leaderato missino?

Ambedue hanno avuto un peso nell’indurre il segretario a rassegnare le dimissioni. Tuttavia io vado più a fondo nell’analisi dell’almirantismo e della sua fine e pervengo alla conclusione che la leadership di Almirante era ormai totalmente superata, era qualcosa, insomma, che sopravviveva a se stessa. Vede, nel MSI, oggi, siamo tutti politicamente, culturalmente, intellettualmente, ideologicamente maggiorenni e, pertanto, più non ci serve il demiurgo, il capo che pensa per tutti, il messia, l’uomo-partito, mentre ci occorrono collegialità, gioco di squadra, dibattito. C’è bisogno di una svolta, voglio dire, qualificata da una identità politica che si fondi sulla discussione, sulla pluralità degli apporti ideali, sul confronto creativo dentro e fuori le mura di casa, In altri termini, si tratta di sostituire ai meccanismi dell’autoritarismo e del feticismo quelli della libertà, della elaborazione comune, della ricerca, della meditazione. In rapporto a ciò la persona dei quasi ex-leader sarebbe di impedimento al recupero, o alla instaurazione, di questi valori. Così come lo sarebbe l’almirantismo senza Almirante, ossia una gestione magari anche fresca, vivace e intelligente ma in qualche modo eterodiretta o, quanto meno, psicologicamente, e culturalmente condizionata.

Qual’è, a suo giudizio, il più grosso problema politico che oggi è necessario affrontare?

È presto detto: la rottura della centralità democristiana. Io rimprovero alla DC di avere fatto dell’Italia -al di là delle apparenze- il Paese meno cristiano dell’Europa.

Siamo alla fine della nostra conversazione. Lei fu protagonista, l’anno scorso, di un dibattito con i socialisti nella sede di “Mondoperaio”. Che effetto le fece quell’esperienza?

Un effetto positivo, indubbiamente, in quanto momento, aspetto, episodio di quel confronto tra le varie forze socialiste e laiche da me sempre reclamato. Però, però …

Però che cosa?

Un autorevole intellettuale dei PSI mi chiese, non senza una qualche burbanza e quasi con accento ultimativo, se accettavo la civiltà liberale. Avrebbe invece dovuto chiedermi se facevo mio il principio di libertà per i singoli, per i gruppi, per la collettività. In tal caso gli avrei risposto che non solo l’accettavo ma che ero disposto a difenderlo con tutte le mie forze.

da “Proposta”, anno II, n° 5-6, settembre – dicembre 1987
http://www.beppeniccolai.org/

Beppe Niccolai

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