Quei tre fascisti di sinistra nella Repubblica di Salò


Carlo Silvestri
Nelle ultime settimane di vita della Repubblica di Salò quasi non si parlava d’altro. Il “ponte”, il disperato tentativo di trovare una sponda dall’altra parte della barricata con cui avviare un impossibile dialogo. Scopo: mettere fine alle violenze e aver salva la vita al momento della resa dei conti. Esponenti di punta del governo di Salò, tra cui i ministri Tarchi, Pisenti e Zerbino, il capo della polizia Montagna e molti altri funzionari più o meno in vista, fino all’ultimo cercarono di stabilire dei contatti con uomini della Resistenza.

Il Duce era ovviamente a conoscenza di queste manovre e le approvava. Lui stesso, anzi, aveva trovato un tramite attraverso cui cercò di coltivare il suo ultimo assurdo progetto politico: consegnare la Repubblica Sociale nelle mani dei suoi vecchi compagni socialisti. Questo tramite fu Carlo Silvestri. Ex giornalista del “Corriere della Sera” di Luigi Albertini, socialista, era stato tra i più duri accusatori del Duce al tempo del delitto Matteotti. Per questo fu perseguitato, picchiato, arrestato, spedito al confino e infine liberato su intercessione dello stesso Mussolini.Nel dicembre del ‘43 Silvestri chiede di rivedere il suo vecchio nemico. Ha da poco messo in piedi una sua organizzazione, la Croce Rossa socialista, che si propone di salvare gli antifascisti finiti in carcere. Mussolini confida al suo segretario Dolfin: “Il Silvestri è un uomo interessante, col quale avremo dei contatti. È un vecchio socialista che spesso non mi è stato amico: ama il Paese e questo basterà per intenderci”.
due così iniziano a vedersi con assiduità e dagli incontri nascono una serie di articoli firmati “Giramondo”, pubblicati sul “Corriere della Sera” fra il marzo e il maggio del ’44, in cui Silvestri avanza le sue proposte di riconciliazione fra le parti più moderate del neofascismo e della Resistenza. Nello stesso tempo porta avanti con successo l’attività della sua “Croce rossa”, giocando un ruolo molto importante nella liberazione di partigiani come Ferruccio Parri, Riccardo Lombardi e Corrado Bonfantini.

Proprio Bonfantini diventa il principale contatto di Silvestri per realizzare il “ponte”. L’esponente socialista accetta più volte di incontrare il ministro dell’Educazione di Salò Biggini, il capo della polizia Montagna e altri ufficiali disposti al doppio gioco. Gli incontri si svolgono in un appartamento di via Montenapoleone, al numero 24. Al piano superiore c’è la redazione clandestina dell’”Avanti!”. Il 22 aprile 1945, nell’imminenza del crollo finale, Mussolini decide di uscire allo scoperto. Convoca Silvestri alla Prefettura di Milano e gli affida una lettera da consegnare all’esecutivo del partito socialista: “Poiché la successione è aperta in conseguenza dell’invasione angloamericana, Mussolini desidera consegnare la Repubblica Sociale ai repubblicani e non ai monarchici; la socializzazione e tutto il resto ai socialisti e non ai borghesi”.

La lettera giunge sul tavolo di Pertini e Nenni. Il futuro presidente della Repubblica la straccia e, furibondo, urla a Silvestri di andare a riferire a Mussolini che coi fascisti non si tratta e che l’unica cosa da fare è rimettersi alla giustizia del popolo. Finisce così il “ponte” e finisce anche il fascismo. Carlo Silvestri farà invece in tempo, prima di morire nel 1955, a scrivere vari libri di memorie in cui racconterà la sua strana parabola di antifascista mussoliniano.

http://www.sapere.it/tca/MainApp?srvc=dcmnt&url=/tc/storia/percorsi/FascismoSx/FaSx1.jsp

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